Il popolo Mapuche da millenni abita nelle zone geografiche della Patagonia argentina e dell’Araucania cilena. Il popolo Mapuche si è sempre organizzato basandosi sull’osservazione della natura: così decisero i nostri antenati le norme di convivenza collettiva.
E’ un popolo che ancestralmente ha vissuto e praticato la diversità culturale internamente; tutt’oggi gli spazi territoriali sono considerati identità territoriali, non è un popolo uniformato ma valorizza e pratica politicamente una diversità territoriale interna. Ci sono moltissime identità territoriali che formano il popolo Mapuche: i Pehuelche, i Lafquenche, i Puehlche, i Huluche, sono solo alcuni esempi; la delegazione giunta in Italia fa parte dell’Organizzazione di Comunità Tehuelche.
Oggi stiamo cercando di recuperare i nostri spazi ancestrali ma anche di recuperare la nostra storia, i nostri principi culturali che sono stati nascosti ed oggi sono fonte di ispirazione per questa lotta che continua da più di cinquecento anni.
Come vive oggi il popolo Mapuche
Sono più di un milione e quattrocento mila i Mapuche che oggi vivono in argentina ed in Cile: vogliamo sottolineare che non ci consideriamo argentini né Mapuche cileni: gli stati sono prodotto dell’invasione territoriale ed oggi la coscienza di appartenere ad un solo popolo sta emergendo nuovamente.
Possiamo definire la realtà che siamo costretti a vivere come “la terza invasione” del nostro spazio territoriale. La prima fu il tentativo non riuscito della Corona Spagnola di sottometterci: è una storia che non appare nei testi ufficiali, ma i nostri huepifes (storici Mapuche) l’hanno conservata raccontando che per più di tre secoli il popolo Mapuche ha potuto resistere proprio grazie a questa organizzazione orizzontale e molto efficace quando si tratta di resistere.
Una profezia dei nostri padri dice che sarebbero stati gli spagnoli o i winka (termine che definisce tutti coloro che non sono Mapuche) nati in territorio Mapuche che alla fine sarebbero purtroppo riusciti ad assimilare il territorio Mapuche; questo avvenne nel momento della formazione degli stati, sia quello argentino che quello cileno che negarono i diritti territoriali del popolo Mapuche. Nonostante tutto ciò oggi il popolo Mapuche sta vivendo una fase di riorganizzazione, minacciata però dalla terza invasione spinta in questo caso dalle multinazionali o dalle transnazionali. In questo contesto di violenza e resistenza nutriamo la nostra lotta dei nostri stessi principi culturali che formano il kimon (conoscenza), senza rifarci ad ideologie straniere per continuare ad essere quello che eravamo e che vogliamo essere, un popolo libero.
Attualmente la maggioranza del popolo Mapuche è inserito nei settori più emarginati delle grandi città presenti nel territorio della Patagonia come Santiago del Cile o Neuquén in Argentina.
Il popolo Mapuche è presente in misura minore nelle zone rurali anche se si sta manifestando in maniera sempre più forte la necessità di ritornare ai nostri territori ancestrali che sono il contesto più adeguato a ricreare la nostra cultura.
Per molti anni il governo negò l’esistenza sul territorio argentino dei popoli indigeni; l’Argentina era l’unico stato latinoamericano che si vantava di non avere popoli indigeni al suo interno. Nel processo di ricostruzione in atto, quali sono le principali richieste ed il progetto politico del popolo Mapuche?
Di solito le richieste politiche emergono con l’emergere di conflitti, che di solito sono legati alla terra. Questa realtà ci dà la possibilità di rivendicare un progetto del popolo Mapuche che coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita. Nei confronti degli stati cileno e argentino chiediamo il riconoscimento di diritti collettivi in quanto popolo. A volte paragrafi o articoli nelle leggi o nelle costituzioni riconoscono in parte questi diritti che però generalmente gli stati continuano a negare. Nonostante ciò il popolo Mapuche esercita il suo diritto all’autodeterminazione e al recupero delle proprie istituzioni; in lungo e in largo del territorio Mapuche si stanno recuperando gli spazi tradizionali di rappresentanza, i parlamenti o assemblee generali attraverso i quali si organizzavano i nostri avi. In questo modo sui ricreano spazi di discussione e di elaborazione di idee in tutti gli aspetti, tanto nella resistenza economica come nella discussione di come continuare a ricreare la nostra cultura. Questo è particolarmente complesso in stati, tanto in quello cileno come in quello argentino, dove la cultura dominante è quella occidentale; dobbiamo affrontare grandi limitazioni per conservare i nostri modi di vita. Ad esempio per quanto riguarda l’educazione abbiamo una grande responsabilità nei confronti delle generazioni future che dovranno conservare le conoscenze del nostro popolo.
Ci sono altre lotte delle popolazioni indigene in Argentina?
L’emergere delle popolazioni indigene, con le loro richieste specifiche, è un fenomeno che smaschera la politica dello stato argentino il quale fino a poco tempo fa si vantava di essere l’Europa d’America; arrivando a Buenos Aires la prima impressione era quella di stare in una città europea. Ma non poterono occultare per molto tempo una realtà, quella dei popoli indigeni, che con molta convinzione porta avanti una lotta anche se riconosce trattarsi di una lotta estremamente diseguale. Purtroppo oggi alcune popolazioni native sono completamente scomparse, ma nonostante questo l’emergere del popolo Mapuche ed il processo di ricostruzione che lo caratterizza attualmente è analogo a quello di altre culture, come gli Hueché, i Toa, i Guaranì, e molti altri.
Questo sta causando una grande preoccupazione al governo argentino; non una preoccupazione per come rispondere alle nostre richieste, quanto per come continuare a nascondere, reprimere la volontà dei popoli originari di esercitare i propri diritti in piena libertà.
In qualche modo il governo riconosce i diritti specifici dei popoli indigeni?
Ci sono alcuni miglioramenti rispetto ai diritti riconosciuti dai trattati internazionali. Però questi cambiamenti si avvicinano tiepidamente alle richieste che giorno dopo giorno diventano sempre più grandi. Queste tiepide dichiarazioni rappresentano null’altro che un maquillage verso l’esterno per i tre poteri dello stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) che nulla fanno per renderle effettive ed incisive. L’Argentina aderisce ai trattati internazionali come il Trattato 169 dell’ILO e nella costituzione riconosce la pre-esistenza dei popoli originari prima della formazione degli stati, ma al momento di risolvere i problemi che emergono di fronte alla giustizia questi diritti sono praticamente ignorati.
Da circa 15 o 20 anni i popoli originari si stanno battendo perché alcuni diritti vengano riconosciuti dagli organismi internazionali. L’organismo che più si occupò di questi temi è l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO, in spagnolo OIT) che dipende dalle Nazioni Unite che formulò due trattati sui popoli indigeni e tribali: il Trattato 107 ed il trattato 169. il primo risale agli anni ’50; nel 1979 venne riconosciuto obsoleto e per questo entrò in vigore il trattato 169 che lo completa, lo amplia e lo migliora.
Questo è il più importante strumento vigente a livello internazionale; ci sono dei progetti come la Dichiarazione Americana dei Diritti dei Popoli Originari, promossa dall’Organizzazione degli Stati Americani che rappresenta un progresso maggiore al Trattato 169, e come la Dichiarazione Mondiale dei Popoli Originari, sempre nell’ONU, la cui redazione presenta molti problemi dovuti alla difficoltà di redigere una dichiarazione mondiale che tenga insieme rivendicazioni diverse come quelle dei popoli africani, europei (ad esempio del popolo basco) e del resto del mondo. Rispetto alla Dichiarazione Americana dei Diritti dei Popoli Originari solo manca la definizione di due norme che avranno un peso politico molto importante: si riferiscono all’autonomia e proprio l’accesa discussione su questo concetto impedisce che si stabilisca un accordo.
Dal 1991 l’Argentina ha ratificato il Trattato 169 che in questo modo è entrato a far parte della legge nazionale (all’interno del sistema giuridico di un paese prima per importanza è la costituzione, poi i Trattati Internazionali di minor importanza rispetto a questi sono le leggi nazionali). Nelle 24 provincie che compongono il territorio argentino ci sono varie leggi che riconoscono la pre-esistenza dei popoli originari. Questa è riconosciuta da pochi paesi in America Latina, tra cui il Brasile la cui normativa costituzionale in materia indigena è molto avanzata, e l’Argentina che nella sua Costituzione include anche sei o sette diritti fondamentali che sono direttamente tratti dal Trattato 169.
La costituzione della Provincia di Chubut, dove viviamo noi, da dieci anni riconosce non la pre-esistenza quanto l’esistenza dei popoli originari, ed altre leggi provinciali sono interessanti; nonostante ciò il grosso problema è che le leggi non vengono rispettate. Questo ci porta all’analisi sociologica della legge: la legge non si applica perché non c’è un consenso sociale sufficiente, ma soprattutto perché la popolazione che visse negli ultimi 100 anni in Patagonia e nel resto del paese, frutto dell’immigrazione europea degli anni 1880-90, è quella che compone oggi la classe media argentina e che definisce il pensiero dominante. L’Argentina è un paese che ebbe una crescita forzata attraverso l’immigrazione; fu un’immigrazione bianca ed occidentale che portò con sé un modello culturale anch’esso bianco e occidentale che possiamo, con alcune distinzioni, paragonare a quello degli Stati Uniti e del Canada. Questi sono i due paesi che, assieme all’Argentina, più rappresentano l’etnocentrismo occidentale.
Questi gruppi umani, politici, ideologici, che ora sono molto radicati nel potere, nelle istituzioni, nel mondo impresariale e nella Chiesa mantengono i propri privilegi proprio attraverso questo etnocentrismo: per questo è molto difficile introdurre l’interculturalità, lo sguardo differente dell’altro principalmente nell’ambito educativo, che è il cuore di tutto, e poi nell’ambito giuridico, nella convivenza sociale siamo di fronte ad una discriminazione permanente.
Gustavo faceva riferimento al Trattato 169 dell’ILO che è riconosciuto universalmente come la più avanzata legislazione sul diritto al territorio, all’accesso e allo sfruttamento delle risorse che si trovano nei territori dove vivono i popoli indigeni.
Ma chi comanda oggi nelle terre del popolo Mapuche in Argentina?
Il processo di invasione dei nostri spazi territoriali si sviluppò in diverse circostanze.
Da un lato l’avanzata della Corona Spagnola, che giustificava l’usurpazione del territorio ed il suo “imbiancamento”. Ci fu una grande guerra durante la quale il nostro popolo resistette lottando anche se migliaia di persone morirono in Patagonia. Si tratta della conquista del territorio da parte degli stati nazionali che è una ferita molto recente: all’inizio del secolo in Argentina ed in Cile c’erano ancora comunità che resistevano. Ai sopravvissuti di questa guerra venne elargito il diritto di vivere in alcuni spazi definiti e molto ridotti, che vennero chiamati con differenti termini: colonie o riserve.
A nessuno vennero riconosciuti i diritti collettivi: furono considerati solo occupanti. Nella Patagonia argentina si dava un “permesso di occupazione precario” che non garantiva assolutamente i diritti delle persone che vi vivevano né le richieste degli immigrati che sollecitavano l’ottenimento della terra e la sua titolazione. A partire dal 1940 in poi ebbe così inizio un processo di esproprio e sgombero degli spazi che avrebbero dovuto contenere i sopravvissuti delle campagne di conquista. Gli sgomberi, che continuarono fino ai nostri giorni, avvennero attraverso azioni concertate tra i latifondisti, i rappresentanti della “giustizia” dello stato, le forze dell’ordine. Attualmente quasi tutti i conflitti nei quali è coinvolta la nostra gente terminano con una causa penale per occupazione, mentre la terra è considerata legittima proprietà di qualunque straniero che presenta titoli di proprietà. Questa è la conseguenza di questo processo storico durante il quale la terra venne usurpata, prima per mezzo della forza e poi attraverso la politica delle istituzioni che continuarono il processo di usurpazione.
Oggi sono pochissime le comunità alle quali è riconosciuta la proprietà comunitaria delle terre; la maggior parte delle comunità Mapuche vive in territori che sono considerati dallo stato come “fiscali” nei quali i singoli abitanti tengono un documento, di poco valore, che è il “permesso precario di occupazione”. Sostanzialmente coloro che detengono la proprietà della terra sono gli immigrati, gli stranieri che hanno comperato grandi estensioni di terra, mentre il nostro popolo non conta con nessun riconoscimento della proprietà collettiva e tanto meno del diritto all’autodeterminazione nei suoi spazi territoriali.
Quando lo stato argentino avanza sul territorio della Patagonia il popolo Mapuche-Tehuelche (il nome delle comunità Mapuche che vivono in territorio argentino) contava con una proprie organizzazione di governo che non permetteva a chiunque l’accesso al territorio. Per questo verso il 1880 lo stato nazionale lancia una campagna militare, la cosiddetta Campagna del Deserto condotta dal generale Roca per acquisire la sovranità sul territorio. Lo stato scatenò una guerra sanguinosa che produsse un grande genocidio originari dei popoli originari. Lo stato pagò tutti i soldati che parteciparono nella campagna assegnando loro degli appezzamenti di terreno nella zona, mentre promulgò delle leggi particolari volte a promuovere l’immigrazione europea sul resto della terra.
La Costituzione del 1870 riconosce più diritti agli immigrati europei che agli abitanti nativi che quasi non vi vengono menzionati; l’unico riferimento è per dichiarare che lo stato si impegnerà a convertire i popoli originari al cattolicesimo. La legislazione che devolveva la terra ai militari ed ai soldati tentava di impedire la concentrazione nella mani di una sola persona, fisica o giuridica, della terra; però, come la maggior parte delle leggi, anche questa non venne rispettata. Perciò enormi estensioni di terre vennero date a singole persone o a singole imprese, che nella maggioranza erano imprese inglesi dal momento che lo stato argentino aveva forti vincoli con l’Inghilterra. Questo paese probabilmente mise a disposizione le armi e finanziò la Campagna del Deserto, e venne ripagato con enormi estensioni di terra; una di queste compagnie britanniche è la Compagnia di Terre del Sud Argentino (Compania de Tierras del Sur Argentino, il cui nome originale era Argentine Southern Land’s Company Corporated) i cui azionisti erano inglesi anche se assolutamente anonimi.
Nel 1896 lo stato argentino attraverso una donazione di un presidente, José Evaristo Riuru dona 900 000 ettari, sotto forma di dieci proprietà di 90 000 ettari a dieci cittadini inglesi che poi le trasferiscono uno per uno ad un incaricato generale che è il rappresentante di questa compagnia fondata in Inghilterra nel 1889. La Compagnia di Terre dura fino al 1992 quando viene acquistata da Benetton venendo così a far parte dell’impero della United Colors.
Benetton arriva in Patagonia portando con sé la sua ideologia commerciale ed inizia ad estendersi in questa enorme proprietà che comprende tre provincie (Chubut, Río Negro e Neuquén). Si estende anche con altre attività, come ad esempio le miniere che possiede o il museo che pretende di raccontare tutta la storia delle culture originarie della zona. Per mezzo di questo enorme museo Benetton si arroga il diritto di raccontare la storia della Patagonia, chiaramente dal suo punto di vista.
Tutte le famiglie Mapuche che vivono nella zona contano con almeno una persona che ha lavorato nell’epoca degli inglesi, un’epoca molto dura e durante la quale soffrivano un grande sfruttamento.
Ma dal 1991, quando Benetton comprò la proprietà iniziò ad attuare una politica di sfruttamento molto più pesante di quella che già si viveva. Nella proprietà di Benetton il 95% dei braccianti sono Mapuche che lavorano temporaneamente o vivono all’interno della stessa proprietà. Le condizioni di lavoro sono durissime, i braccianti lavorano per moltissime ore e denunciano la privazione di diritti fondamentali come la possibilità di allevare vicino alle proprie case animali da cortile (galline, polli) o di coltivare un’orto per la propria sussistenza. Si tratta di attività che sono anche legate alla nostra cultura, come la possibilità di avere un recinto per i cavalli (in patagonia il cavallo è “lo” strumento base per tutte le attività).
Fino a poco tempo fa si negava che la terra appartenesse al gruppo Benetton, mentre ci si riferiva ai proprietari come a dei generici “italiani” (questo ovviamente per stornare tutte le responsabilità che ora stanno venendo addossate alla multinazionale trevigiana).
Come utilizza questo territorio la multinazionale Benetton?
Ci sono enormi estensioni di terra che sono recintate, senza bestiame; ricordiamo che all’interno dei 900 000 ettari di proprietà si trovano fiumi, laghi, montagne, vallate e strade, sentieri ancestrali che il popolo Mapuche ha sempre utilizzato per recarsi da una comunità all’altra: oggi tutto questo è delimitato da recinzioni di filo spinato che non si possono oltrepassare, mentre nei fiumi e nei laghi è vietata la pesca… Si sta investendo molto nel controllo della proprietà con l’impiego di guardie private e della stessa polizia. Ad esempio nella Provincia di Chubut, di fronte alla estancia di Leleque, è stato costruito un commissariato; questo non rappresenterebbe una stranezza per un qualunque paese, ma nel mezzo della Patagonia la gente non sapeva trovare un senso alla costruzione di questo edificio di sicurezza, fino a quando non venimmo a sapere che il nuovo commissariato era finanziato dalla Compañia Tierras del Sur Argentino (proprietà di Benetton).
Questa situazione di controllo permanente impedisce che la gente eserciti le sue attività ancestrali come la caccia: i Mapuche hanno sempre praticato la caccia ma, a differenza degli occidentali, lo fa per mangiare; ora la caccia viene loro impedita in un territorio enorme completamente recintato e controllato.
Attilio e Rosa Curiñanco nell’aprile 2003 decisero di riappropriarsi di una parte della grande proprietà di Benetton; quali erano i loro progetti per l’appezzamento di Santa Rosa?
Benetton dice che la terra è sua ma noi su questo nutriamo molti dubbi; io sono nato e cresciuto su quella terra, dove ho trascorso la mia infanzia liberamente. La terra è separata da una strada da quella che sarebbe la proprietà di Benetton: dunque in primo luogo quando Benetton ci accusa di aver occupato la sua terra noi possiamo affermare di non averne occupato una parte centrale, né la proprietà; d’altro canto noi abbiamo agito con il massimo rispetto, nonostante siamo i padroni legittimi del luogo abbiamo avviato le nostre pratiche preventivamente per non commettere un errore e per non sorprendere nessuno. Però furono i Benetton che ci sorpresero: non ebbero nemmeno la gentilezza di avvicinarsi e provare a dialogare con noi, che come Mapuche o come indigeni meritiamo il dialogo come qualunque essere umano.
Noi ci siamo stabiliti nell’appezzamento con l’intenzione di viverci, abbiamo comperato del bestiame e seminato la terra perché tutta la famiglia vi potesse lavorare autonomamente come facevano i nostri padri; volevamo ritornare nella terra su cui sono seppelliti i nostri nonni e nelle cui vicinanze si trova il cimitero dove riposano i nostri antenati.
Pochi mesi fa si interpose tra le parti in conflitto il Premio Nobel Adolfo Perez Esquivel che propose a Luciano Benetton di devolvere 2500 ettari della sua proprietà al popolo Mapuche. Ma Benetton diede una risposta che non rispettava in nessun modo i diritti del popolo originario. Noi non abbiamo richiesto l’intervento di Perez Esquivel. Quando lui ci espresse la sua idea, in occasione di un incontro pubblico, noi gli rispondemmo che il popolo Mapuche non è un popolo improvvisato e c’era bisogno di discutere collettivamente su quale forma di solidarietà noi avremmo preferito che lui apportasse. Da questo scambio di lettere emerge un’offerta che ha stupito molta gente, fuorchè noi che già sappiamo si tratti solamente di un tentativo di Luciano Benetton di lavare la sua immagine; è un’offerta che noi non possiamo né rifiutare né accettare perché non è diretta al popolo Mapuche ma al SERPAJ, l’organizzazione guidata da Perez Esquivel. In secondo luogo l’offerta rimase molto ambigua perché non venne specificato in quale luogo si sarebbero trovati questi 2500 ettari “regalati” al popolo Mapuche: se nella provincia di Chubut, in quella di Río Negro o di Neuquén, tradendo così l’impronta filantropica originaria.
Per quanto ci riguarda il problema contingente si riferisce all’appezzamento di Santa Rosa, di 535 ettari, a causa del quale Benetton intentò contro di noi una causa penale dalla quale ci sentiamo ora molto feriti materialmente e moralmente. Noi siamo venuti in Italia per negoziare sul predio Santa Rosa, su questa specifica proprietà, e così erano gli accordi con Perez Esquivel: ma arrivando qui i termini del dialogo sono cambiati...
Il reclamo della famiglia Curiñanco-Nahuelquir è sempre stato ritornare al luogo dove hanno lavorato, con il quale hanno stabilito una relazione affettiva lavorandone la terra: si tratta infatti di un luogo che non era mai stato coltivato e utilizzato dall’uomo. Era un luogo vergine che loro hanno reso produttivo: per questo ne sollecitano la restituzione così come la riparazione dei danni morali e materiali sofferti a seguito dello sgombero violento di cui furono vittime nell’ottobre 2002. Queste stesse richieste vennero avanzate anche nell’incontro che si svolse a Roma con Luciano Benetton, il quale però avanzò un’altra proposta, molto astratta, nella quale Benetton si riferisce ad un dono mentre noi chiediamo la restituzione dello spazio che era già stato posseduto da Rosa e Attilio; nonostante loro abbiano rifiutato l’offerta posta nei termini di un dono, la proposta rimane tuttora aperta.
Ci sono in tutto il territorio Mapuche molte esperienze di recupero di terreni inutilizzati, che spessissimo ci costringono a dover sostenere delle cause penali. Benetton ha dalla sua la capacità di comperare tutti i mezzi di comunicazione; perfino nel risvolto di copertina di una copia della rivista Latinoamerica diretta da Gianni Minà, mediatore con Perez Esquivel nel dialogo tra Benetton ed i Mapuche, abbiamo trovato una pubblicità di United Colors.
Ma d’altro canto lo steso territorio Mapuche ci rafforza e via via attraverso la solidarietà l’esercizio pieno dei nostri diritti come popolo si rende visibile; questa è una storia che stiamo scrivendo assieme il popolo Mapuche e tutti i settori non Mapuches che ci stanno accompagnando. Questa stori dovrà necessariamente avere un finale diverso; la volontà di ritornare alla terra della famiglia Curiñanco-Nahuelquir è una storia che si sta scrivendo in quest’istante, è una storia che vede da un lato la prepotenza del potere e lo spiegamento di tutto il suo apparato repressivo al soldo di un impero economico.
Benetton vorrebbe comperare tutto attraverso il denaro: ma la dignità del popolo Mapuche non ha prezzo e questo ci dà forza. Secondo un quotidiano argentino “Benetton ha dei problemi”: speriamo che abbia la saggezza sufficiente ad affrontare un dialogo diretto, senza mediatori che terminano complicando le cose invece di facilitare l’avvio, una volta per tutte, di un processo risolutorio.
Durante il dialogo a Benetton apparve chiaro che le nostre convinzioni sono ferme; disse che la sua è parola di uomo d’onore, ma anche la nostra parola è d’onore, non cambiamo la nostra idea. Questa idea è la forza che ci dà la natura, la nostra Madre Tierra; noi daremo tempo a Benetton per decidere quello che deve fare.
Come continueremo la nostra lotta per la terra? Siamo convinti di continuare a lottare per ritornare a Santa Rosa, e questa non è solamente una convinzione; noi abbiamo contratto un impegno nei confronti di questo luogo sul nel quale abbiamo lasciato tutte le nostre illusioni, le nostre speranze di poter lavorare liberamente, degnamente, senza dipendere dal governo argentino per un cassa di viveri o per 150 pesos al mese, che è come lo stato mantiene dipendenti i nostri fratelli Mapuche.
La nostra lotta continuerà; e se Benetton dice che non ha bisogno di firmare nessun documento noi aspettiamo per vedere quale sarà la sua risposta di uomo ricco. Noi non abbiamo nulla da perdere, al contrario abbiamo molte cose da vincere attraverso questa lotta, come la sua immagine ed il suo denaro: spero che stia pensando a questo ed ad una risposta che noi possiamo portare al nostro popolo. Ma non c’è solamente il problema che viviamo noi: nelle vicinanze dell’estancia Leleque vivono altre sette famiglie che rischiarono di essere sgomberate; siamo riusciti a bloccare lo sgombero ma il pericolo rimane, la polizia continua a minacciare ed infastidire queste famiglie. Poi ci sono le famiglie che vivono a Vuelta del Río, sempre nelle vicinanze di Leleque, quotidianamente minacciati dalla polizia agli ordini di Benetton; e sono molti i gravi crimini che lui sta commettendo in Patagonia e che la popolazione italiana sicuramente non conosce.
Siamo convinti che la storia si possa cambiare, forse non abbiamo i mezzi che ha Benetton ma abbiamo molte volontà e la somma di volontà va a squilibrare la bilancia. La solidarietà che abbiamo trovato in Italia ci ha dato speranza, soprattutto l’incontrare nello stesso territorio di Benetton della gente non corrotta significa che in Patagonia la dignità può mantenersi intatta, pura.