Oggi lavorare significa in termini assoluti mettere in produzione la propria soggettività, far funzionare il proprio cervello come una “soft machine” da connettere carnalmente alla matrice moltitudinaria della produzione globale. La soggettività è una soggettività biopolitica composta da relazioni, affetti, linguaggi, saperi che provengono dalla cooperazione sociale in tanto quanto sono essi stessi che la producono in quanto tale. La comunicazione è un tessuto di segni “qualunque” che mette in relazione produttiva le singolarità e virtualmente può già organizzare l’esodo dal lavoro sotto comando. Se solo pensiamo alle innumerevoli pratiche di sottrazione al diritto proprietario – dal free-software alla appropriazione diretta di beni e condizioni di vita - che in ogni parte del mondo vengono agite dalla moltitudine riusciamo a toccare direttamente il limite estremo della fuga dal capitale.
Ogni singolarità precaria sa bene di cosa qui si parla poiché la sua esperienza di vita consiste da un lato nell’apprezzamento del comune, in quanto sviluppo delle proprie capacità di produrre e di godere cooperativamente, e dall’altro nella dolorosa sottomissione al comando capitalistico, privato o pubblico che sia.
Dall’ibridazione delle esperienze di gioia e di dolore comuni emerge infatti tutta la gamma degli affetti e delle passioni che il precariato disloca sul terreno delle lotte: sono la rabbia e l’indignazione, oltre che la creazione di comunità di sentimento e di “affinità sovversive”, a consentire ai precari di organizzarsi dentro e contro la fabbrica biopolitica. Tra l’Internet e l’Outernet, tra i flussi di comunicazione telematica e l’insieme delle relazioni sociali, culturali e corporee, scorre il flusso della ribellione cognitaria, i mille piani della rivoluzione del comune.
Il capitale fisso è costituito oramai dai corpi dell’uomo e della donna, il valore è sempre più un valore-conoscenza che intreccia produzione e circolazione in una rete indistinguibile: l’operaio sociale ha resistito ed è divenuto operaio del comune, operatore della potenza sociale. I padroni, dunque, sfruttano la vita stessa controllandone la creatività, la sua capacità di immaginare materialmente nuovi ambienti antropologici e persino la sua irriducibile irrapresentabilità.
L’immaterialità del lavoro sta così a indicare l’egemonia dell’intelligenza della moltitudine su e all’interno delle filiere produttive globali, il suo essere direttamente produttiva di possibilità di vita e di ricchezza per tutti e quindi la sua eccedenza rispetto al capitale. Dire lavoro insomma equivale a dire vita e dire sfruttamento significa dire biopotere. La stessa mobilità del lavoro vivo, espressa autonomamente dalla moltitudine migrante, rende con evidenza la tumultuosa metamorfosi del mondo tesa a una inedita critica dell’economia politica, contro il lavoro salariato e la sua conseguente suddivisione capitalistica.
Non è certo un accidente della storia il fatto che l’Impero si riveli come crisi attraverso una politica che si identifica in maniera consustanziale con la guerra; una guerra ontologica, appunto, che utilizza il potere di dare la morte come base paradossale per dare la vita, una vita assoggettata e servile che possa essere riprodotta nelle nuove articolazioni del comando capitalistico il quale si rovescia violentemente sul mondo a forza di bombe, mercenari e governi eterodiretti: produzione di profitto a mezzo di guerra contro produzione di libertà a mezzo di intelligenza, questo è il contendere tra Impero e Moltitudine.
Nella misura in cui quello che conta sono i nostri desideri, noi non chiediamo di batterci, nemmeno un sol giorno. Ma se le circostanze ci costringono a batterci, noi siamo in grado di batterci fino in fondo.
Mao Tse-tung