"...Per i popoli indigeni, il valore della terra è più di qualcosa di fisico o di un titolo di proprietà. E’ un valore che ci lega e ci relaziona alla Madre Terra che ci sostiene, ci trasmette saggezza, armonia ed equilibrio - ed un habitat per la nostra esistenza vitale. Per noi, la terra ed i popoli sono tutt’uno."
Esquel si trova proprio nel mezzo delle immense proprietà della multinazionale Benetton, è la più grande città della provincia del Chubut. Con i sui trentamila abitanti è in grado di accogliere molti turisti, attratti dai meravigliosi boschi, dai fiumi e dai laghi della cordigliera. In questa città il 60% della popolazione è Mapuche e il turista meravigliato dai luoghi si preoccupa d’acquistare l’artigianato d’argento e di lana che gli viene proposto, eguagliando la parola mapuche a quella di povertà, perché è questa la situazione degli indios che vivono nelle città: emarginazione, povertà, privazione di ogni possibilità di riscatto culturale.
A pochi chilometri da questa città si trovano decine di comunità che da anni resistono nelle loro terre, allevando (per quanto possibile) animali e coltivando la terra per creare un’economia autonoma, cercando, tra mille ostacoli, di mantenere la propria identità di popolo originario. Queste comunità stanno diventando un esempio per tutti quelli che non hanno un futuro nelle città come Esquel e Bariloche, dove l’unica logica che esiste è quella del turismo ad alto livello e dove i Mapuche sono considerati un puro elemento folkloristico.
Il “recupero” delle terre stà diventando prassi comune tra le famiglie, ed il caso più eclatante è stato negli ultimi due anni quello della famiglia Curiñanco-Nahuelquir. Recuperare la terra e iniziare a lavorarla vuol dire andare contro gli interessi dei terratenenti e delle multinazionali che da diversi anni si stanno appropriando dell’intera Patagonia.
Recuperare terra non vuol dire recuperare “deserto” e pietre come vorrebbero i governatori locali, vuol dire recuperare terra coltivabile per poter creare un’economia di sussistenza.
I Curiñanco rientrando nelle loro antiche proprietà, l’estancia di Santa Rosa, hanno trovato un’ostacolo non indifferente: la multinazionale Benetton che con i suoi 900.000 ettari di proprietà privata e recintata ha dimostrato, con lo sgombero della famiglia, quanto forti siano i loro interessi in terra Mapuche.
Abbiamo avuto occasione di incontrare Rosa e Attilio a Esquel, dove momentaneamente vivono dopo aver subito uno sgombero violento ed un processo, i Curiñancos, nonostante tutto, dicono che torneranno nelle loro terre e si rifiutano di lasciare che i Benetton riscrivano la loro storia.
Quali possano essere gli interessi dei fratelli veneti e di tutte le altre multinazionali presenti in terra Mapuche sembrano molto chiari agli stessi abitanti del posto: le enormi quantità di risorse naturali, soprattutto l’acqua, la legna, l’oro e l’argento presenti nelle montagne…. Tutto questo appare ancora più evidente leggendo le quattro risoluzioni che il governo del Chubut nel 2003 ha emanato per quanto riguarda l’estrazione di “pietre” e “materiali da costruzione” a cielo aperto, che come molti sanno, hanno le stesse caratteristiche delle estrazioni, con uso di cianuro, delle miniere d’oro.
Non ci sembra per niente casuale che le quattro risoluzioni siano riferite a quattro aree del Chubut di proprietà di Benetton: Lepá, Esquel Seco, Mayoco y Vuelta del Río…..Non ci sembra casuale nemmeno il fatto che sia meglio nascondere per bene questo “progettino di estrazione” vista la grande vittoria ottenuta da tutta la città di Esquel contro i primi che hanno cercato di aprire una miniera d’oro a ridosso della città.