Gerusalemme, 19 marzo 2004
Oggi a Gerusalemme Ovest, nella sede dell’Alternative Information Center, la carovana ha incontrato i pacifisti israeliani.
L’incontro, suddiviso in due momenti, ha visto, nel corso della mattinata, la partecipazione di diversi movimenti di Refusenik, gli israeliani renitenti alla leva, mentre nel pomeriggio di alcune associazioni israeliane impegnate quotidianamente in azioni nei territori occupati. Il presidente dell’AIC ha introdotto l’incontro descrivendo la situazione dei movimenti pacifisti israeliani negli ultimi anni. Nati durante la prima intifada, questi movimenti, che contavano molteplici attivisti, hanno subito un crollo con quella che é stata definita la menzogna del fallimento degli accordi di Camp David. Con le false affermazioni di Baraq sul rifiuto dei palestinesi a qualsiasi accordo. Anche i movimenti di sinistra hanno fatto marcia indietro considerando ormai impossibile ogni tentativo di pace tra israeliani e palestinesi. Anche se attualmente ci sono nuovi segnali di ripresa, dati da associazioni che si stanno muovendo contro l’occupazione e la costruzione del muro.
La condizione dei Refusenik e’ abbastanza problematica. Non esiste nello stato di Israele un servizio civile alternativo a quello militare. Le possibilita’ quindi per evitare di prestare servizio di leva sono tre e sono giudicate da una commissione appostamente costituita da esponenti dell’esercito che valuta ogni caso di volta in volta. E’ possibile per le donne di religione ebraica evitare il servizio militare. Negli ultimi anni accanto a questa possibilità si sta facendo strada il ricorso a motivazioni morali - per donne e uomini: significa essenzialmente dichiararsi pacifisti. Gli uomini essendo obbligati alla leva non hanno che questa possibilità. La scelta più radicale é quella di motivare la renitenza alla leva per motivi politici, cioé rifiutare di combattere nei territori occupati. In questo modo non si ha la possibilità di effettuare alcun tipo di servizio alternativo ma si rischia la condanna a dodici mesi di detenzione. Infatti nei territori occupati sono soprattuto i militari di leva a prestare servizio.
La condizione dei Refusenik va inserita in un contesto di vero e proprio stato militare. Gia’ dall’ultimo anno di liceo nelle scuole infatti si inizia a parlare della leva che viene considerata quasi come un prolungamento degli studi ed ha la durata di tre anni. Prestare servizio e’ quindi considerato un passaggio naturale. E’ a partire da questo momento che i ragazzi si scontrano con questa realta’ e devono quindi scegliere se opporsi in maniera forte e politica al servizio militare o affrontare la scelta come una questione morale. La decisione e’ da questo punto di vista problematica, e i Refusenik rappresntano infatti solo meno del 3% degli idonei al servizio militare, provengono abitualmente da grandi citta’ in cui scelte di controtendenza sono tendenzialmente piu’ accettate. Attualmente sono 5 i ragazzi in carcere per renitenza alla leva per motivi politici. Emerge inoltre una maggiore facilita’ per le donne di evitare la leva senza gravi conseguenze personali.
Nel pomeriggio la carovana ha avuto modo di incontrare alcune associazioni israeliane: "Peace now", gli anarchici contro il muro, "Vivere insieme", "Check point watch", l’associazione contro l’abbattimento delle case e quella dei rabbini per i diritti umani. Sostanzialmente si tratta di associazioni che in modo diverso gestiscono le conseguenze dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, con azioni piu’ o meno attive, di monitoraggio o di semplice informazione della societa’ civile israeliana, sia laica ache ebraica. L’associaziome dei rabbini fa essenzialmente attivita’ di informazione sulla questione palestinese, sulle conseguenze del muro, sulle condizioni di vita nei territori occupati e sulla violazione dei diritti umani. Ha firmato assieme ai rabbini americani un documento di condanna dell’occupazione. Come azioni di disobbedienza civile questa associazione ha tentato di portare avanti un progetto che consisteva nel piantare ulivi lungo il tracciato della green line. Definiscono le loro, azioni di disobbedienza in quanto spesso rischiano arresti e condanne ma rivendicano anche queste eventualita’ all’interno del loro programma di informazione soprattutto rivolto agli israeliani di religione ebraica.
L’associazione contro l’abbattimento delle case porta avanti un programma di informazione su questi casi di demolizione nei territori occupati, rivolgendosi in particolare ad interlocutori internazionali e sottolineando come questo problema rientri tra le conseguenze piu’ concrete dell’occupazione di terre e risorse palestinesi da parte del governo di Israele. Resta pero’ irrisolto il problema della comunicazione sia delle loro azioni che della realta’ dei territori alla popolazione israeliana, spesso non informata o mal informata dai mass media, soprattutto perche’ gli attivisti lavorano negli stessi territori occupati. Di qui il progetto di costituire un infoshop anche attraverso la collaborazione di diversi artisti per avere maggiore attrattiva sull’opinione pubblica. Questo infoshop sara’ inaugurato il 15 aprile nella sede dell’AIC. Azioni di monitoraggio sono organizzate sia da "Peace Now" che dalle donne che lavorano per "check point watch" sebbene con modalita’ e con obbiettivi diversi. "Peace Now", operativa dall’89, si occupa in particolar modo di monitorare le condizioni di vita dei palestinesi che vivono nei territori occupati, le violazioni dei diritti umani e, in caso di scontri, di verificare la gravità delle situazioni che spesso hanno un’evoluzione estremamente rapida. Da qui le difficolta’ di questo monitoraggio. Di fatto "Peace Now" verifica il rispetto degli accordi internazionali.
Il monitoraggio di "check point watch" é organizzato ai check point da un gruppo di donne israeliane che verificano, in continuo dialogo e contatto con i soldati, il rispetto dei diritti civili. Non si tratta di un tentativo di rieducazione dei militari bensi’ di uno sforzo nel trovare soluzioni concrete a situazioni contingenti. Il limite di queste azioni é il fatto che sia possibile effettuarle solo nelle zone B e C e non nei territori occupati in cui evidentemente sono piu’ frequenti casi di abuso e in cui si trovano la maggior parte dei check point. Inoltre le difficoltà di questo tipo di monitoraggio sono dovute alla fluidità degli stessi chek point. Non si tratta solo di punti di controllo ben definiti e militarizzati ma spesso di posti di blocco che cambiano da un giorno all’altro e talvolta rappresentano dei veri e propri ostacoli (pietre o altri impedimenti) posti sulle strade che se consentono il passaggio della popolazione palestinese impediscono di fatto il movimento di auto, ambulanze ecc e spesso non sono sotto controllo militare. In questi casi non e’ possibile alcun tipo di monitoraggio. "Vivere insieme" e’ un movimento di base nato nell’ottobre del 2002 in contemporanea con l’uccisione di 13 palestinesi e della seconda Intifada. Se all’inizio contava una decina di volontari. adesso puo’ contare un migliaio di attivisti, volontari tra palestinesi e israeliani. Il loro programma consiste in una serie di pratiche alternative atte a superare l’odio e la paura per abbattere le barriere sia psicologiche che fisiche tra israeliani e palestinesi.
Iniziato come movimento di solidarietà verso i beduini cacciati dalla costituzione di colonie israeliane e verso i villaggi dei territori occupati, essenzialmente portando cibo e aiuti, ora collabora con i palestinesi e partecipa attivamente, con azioni non violente coordinate dagli abitanti stessi dei villaggi, alla resistenza contro il muro...
Le azioni dirette contro l’occupazione sono organizzate dagli anarchici contro il muro. Attivi da un anno partecipano concretamente alle manifestazioni organizzate dai villaggi contro la costruzione del muro. Se inizialmente hanno portato avanti azioni contro il muro gia’ costruito (l’anno scorso hanno tagliato le reti che segnavano il tracciato per la costruzione, e uno degli attivisti venne ferito durante l’azione) ora collaborano in maniera piu’ forte con gli abitanti dei villaggi che li invitano a partecipare alle manifestazioni locali contro la costruzione del muro.
Con la Palestina negli occhi
Carovana per i diritti in Medio Oriente
Delegazione Ya Basta! - Global Project