Archivio di Webzine, volantoni e Global Magazine

Radicalizzare i rapporti tra governo e movimenti!

Etica versus Morale: contro il moralismo del PT!

Padova - Domenica 10 luglio 2005

Proprio mentre l’ultimo numero di Global Brazil va in stampa, in Brasile scoppia la crisi politica e istituzionale in seguito alle dichiarazioni del presidente del PTB (Partito dos Trabalhadores Brazil) in merito ad un presunto schema di versamento di “mazzette” da parte del PT ai deputati della base di governo. Jefferson ha “lasciato per strada il governo” dopo la comparsa della registrazione che documenta un presunto schema di corruzione nelle Poste, in cui lui stesso sarebbe coinvolto.

Non possiamo certo dimenticare che è quella stessa opposizione che aveva votato in massa per Severino che ora millanta la costituzione di una CPI (commissione parlamentare d’inchiesta), mirando ad assumere il ruolo proprio del PT quando era ancora all’opposizione e anticipando di colpo la campagna elettorale del 2006. Dopo aver moltiplicato gli sforzi per impedire questa fortificazione strumentale dell’opposizione conservatrice, il governo Lula ha subito un’amara sconfitta, nella misura esatta di 8 deputati e un senatore del PT che non hanno ritirato la loro firma a favore della CPI. Ancora una volta, se l’opposizione capitalizza, i problemi sono interni allo stesso PT. E stavolta non si tratta soltanto dell’indisciplina solipsista di un deputato, come avvenne nel caso delle elezioni per la presidenza alla Camera, bensì di un gruppo più numeroso, aspirante alla difesa di un principio etico che costituirebbe l’anima stessa del Partito dei Lavoratori. Certamente, i deputati ed il senatore in questione sono molto sicuri di sè, dato che intendono mantenere un atteggiamento che era proprio del PT all’opposizione. In tale ripetizione, però, esplicitano l’ambiguità del susseguirsi di denunce che il PT sporgeva e che ora, in quanto governo, è costretto ad articolare politicamente. Ma qual è questa ambiguità? È quella che separa una reale prospettiva etica da un moralismo petulante e autoritario. Il moralismo seguita affermando che la democrazia rappresentativa deve essere “pulita”, quando è la sua stessa rappresentanza che implica corruzione.

Morale ed etica non sono la stessa cosa. La morale si afferma a partire da principi astratti ed è indifferente ai processi reali al punto che “i moralisti”, ponendosi come sostenitori del “bene” contro il “male”, entrano in una “guerra giusta” contro il diavolo (la “corruzione”), che nella realtà oppone i fini (trascendentali) ai mezzi (le condizioni politiche necessarie per raggiungerli). L’etica, al contrario, è inscindibile dal processo e dai soggetti che la producono, ovvero dalla trasformazione socio-economica che essa determina e che l’ha costituita. Lo scopo dell’etica non è di somigliare ad un “bene” già esistente, ma di produrlo e, proprio in questa misura, non è una “guerra giusta” (una crociata) nel nome di questo bene presunto, ma una produzione di pace. L’etica non è la ricerca di un fine più giusto, dal momento che è interna (immanente) al processo di ricomposizione dei fini e dei mezzi: la democrazia, la virtù contro la fortuna.

La morale è costituita, mentre l’etica è costituente. I deputati del PT che firmano assieme agli elettori di Severino non sono etici, sono a malapena moralisti. La questione posta dalla (presunta) crisi politica è tutt’altra, e va molto oltre l’apertura di una CPI. Ciò che viene esplicitato in queste crisi è che la democrazia rappresentativa è ancora molto lontana da una democrazia di fatto.

Machiavelli, al quale non piaceva affatto Savonarola (un monaco che condannava la corruzione e che finì sul rogo per mano dell’Inquisizione), diceva che la virtù non è altro che il “popolo in armi”, quella situazione assolutamente democratica in cui non c’è separazione fra il soggetto potente e l’esercizio di tale potenza. Si tratta, allora, di scommettere sulla radicalizzazione democratica, l’unico cammino possibile per la ricomposizione – etica – dei mezzi e dei fini, momento in cui la virtù si solleva contro la fortuna, contro il caso, contro il passato, contro tutto ciò che è già costituito.

Questa democrazia assoluta risiede nei rapporti possibili, aperti, conflittuali, comunque dinamici, che possono attualmente costituirsi tra governo e movimenti sociali: nel dibattito sul salario minimo e per la democratizzazione della politica monetaria, nella riforma agraria, nella riforma universitaria, nei programmi di distribuzione del reddito, nella pubblicizzazione dello sfruttamento delle risorse – che erano già pubbliche – a favore della produzione culturale. È questo il nostro terreno etico. Il resto è soltanto moralismo e un’impotente “coscienza sporca”. La risposta alla crisi politica deve essere la mobilitazione sociale. Una mobilitazione che va abbracciata dallo stesso governo, per poter uscire dal labirinto generato dal moralismo dell’autodenominata “sinistra” del suo partito e dagli ipocriti sostenitori del conservatorismo corrotto, imperante in molte delle nostre “istituzioni democratiche”. Perciò, il nucleo strategico del governo dovrà fare dei passi in avanti nel rapporto diretto con i movimenti, ovvero superare la logica di rappresentanza oggi esistente (Forum, Consigli, e Gruppi di Lavoro tra governi e “leader” dei movimenti). Se è vero che la democrazia è il “popolo in armi”, allora è necessario sostenere/fornire di mezzi/sovvenzionare i movimenti, perché possano “armarsi”.

[ Torna su ]
Ricerca per argomento:
Ricerca libera:
Ricerca geografica:

Sito realizzato da HCE web design - Gestione server e servizi di rete globalproject experimental networks

Tutti i materiali presenti sul sito sono distribuiti sotto licenza Creative Commons

» login «