Global Magazine #1 - Golpe nell’impero, aprile ’03

La rivoluzione di Febbraio

Luca Casarini - Martedì 1 aprile 2003

«La più grande espressione della frattura tra governanti e governati» – Washington Post. «La nascita di una nuova Superpotenza» – New York Times. Così i media mainstream più autorevoli, dopo l’enorme onda umana in marcia contro la guerra il 15 febbraio, in tutto il mondo. Ma ce ne siamo accorti tutti che è accaduto un evento di quelli che contano. Che contano straordinariamente, che fanno storia. E insieme danno indicazioni su come cambia il mondo, su come è fatto adesso, in questo periodo. Certo, è meglio usare «periodo», per dire che si parla dello spazio che va da un punto all’altro, non di più, vista la velocità con cui la pagina si volta e il «capitolo» cambia. Dal G8 di Genova all’11 settembre e poi alla guerra in Afghanistan, non abbiamo neanche avuto il tempo di riflettere su ciò che avevamo appena scritto e letto. «Fase», come si dovrebbe dire, è troppo lungo e troppo lento. Quindi, in questo periodo, quella del 15 febbraio è una frase nuova e un punto esclamativo scritti da un soggetto molteplice, da una moltitudine in movimento, che è stata ribattezzata subito «Opinione Pubblica Globale». Le caratteristiche per equiparare questa data a un nuovo primo maggio, ci sono tutte. In tutto il pianeta, contemporaneamente e in maniera coordinata, connessa, sono scese per le strade milioni di persone con un solo obiettivo «universale»: fermare la guerra. In maniera preventiva, proprio come la guerra che Bush non riesce a legittimare. Prima delle bombe, per la prima volta. Attraversando quelle moltitudini mescolate ed eterogenee, si percepiva che esse avevano cambiato proprio il significato di termini come «guerra» e «pace». La guerra non è più l’interruzione di un periodo pacifico. La pace non è più il periodo che va da una guerra a un’altra. La guerra, moderna e globale, è innanzitutto «guerra contro i civili». Non importa per che cosa sia, comunque non è mai per ciò che è dichiarato, ma dove si indirizza. In questo senso tutta la retorica sul «pacifismo delle anime belle» con cui i soliti tromboni della destra neoliberista, affiancati dalle spinette della sinistra della «guerra se è umanitaria, come in Kosovo», si è sciolto come neve al sole. Lo spessore etico del no alla guerra, ha una sua spiegazione materialissima: a morire è, per l’80 per cento povera gente, non gli eserciti e tanto meno i dittatori, installati al loro posto dagli stessi che poi scatenano le guerre in nome della «democrazia occidentale». È in realtà la lezione dell’11 settembre, così ben penetrata e assunta in tutto il globo grazie ai potenti mezzi statunitensi di formazione mediatica dell’opinione, che si ritorce contro coloro che, dalla cattedra, l’hanno conculcata. L’umanità in marcia contro la guerra proprio non ne vuole più sapere di altri 11 settembre.

La stessa cosa vale per la pace. È forse pace quella in cui muoiono milioni di persone ogni anno di fame, di sete, di aids? Nessuno può più nemmeno tentare di sostenerlo. Come non è pace per un iracheno, curdo o no, vivere sotto Saddam. Non lo è mai stato, neanche quando Luttwack ne tesseva le lodi e gli oppositori del Baath penzolavano dai lampioni di Bagdad. La guerra moderna è globale, permanente e a diverse intensità. Le sue vittime sono in stragrande misura i civili. La pace moderna può essere solo globale e nella giustizia, ma è vittima delle multinazionali, da quelle petrolifere a quelle dei farmaceutiche, e delle sovrastrutture di governance planetaria del mercato, che sono miste, composte da top manager e da ministri dell’economia, da finanzieri e presidenti. Come il G8, il Wto, la Banca Mondiale e il Fmi. E i pacifisti, quei milioni che erano per le strade, sanno, dicono, scrivono, e costruiscono pratica politica attorno a queste matrici. È Seattle, il movimento dei movimenti, il suo grande ciclo di lotte contro le strutture della globalizzazione neoliberista, ad aver portato questo contributo dentro la moltitudine «no war». Sono l’11 settembre, la Palestina, l’embargo all’Iraq, l’Argentina, il Brasile, il Venezuela, l’Equador, l’evidente differenza di trattamento riservato dall’Onu ai vari conflitti e la sua crisi, tutti insieme mescolati e vissuti freneticamente, a produrre un’opinione pubblica globale difficile da gestire per l’ufficio marketing del Pentagono. È l’Europa spaccata, la Nestlè che fa causa alla Somalia e Lula che impiega i militari per aggiustare le strade. Sono le mafie italiane e russe al governo, i ceceni gasati da Putin, Genova e i reparti del Tuscania dei carabinieri. Tutto questo forma una conoscenza diversa di cosa è guerra e cosa è pace. Non è un caso che il 15 febbraio, nato come giornata europea contro la guerra al Forum Sociale di Firenze, sia stato poi lanciato a livello mondiale da Porto Alegre. Nel dualismo di poteri generato dalla contrapposizione globale tra l’umanità riunita al Forum Mondiale, e i tiranni imperiali riuniti in un G8, Wto o Davos, si è prodotto il 15 febbraio, proprio come dice il Washington Post, ma la (super) potenza citata dal New York Times è determinata forse da una dinamica costitutiva del movimento dei movimenti: l’azione contro gli elementi che impediscono l’affermazione di «un altro mondo possibile». La guerra è quello principale. Movimento d’opinione o costituente? Testimonianza o azione? Le solite domande retoriche non hanno mai smesso di essere poste in decine e decine di idiomi ad ogni latitudine. Sono retoriche, perché risulta evidente che anche chi anima la sfera dell’opinione o chi testimonia, si percepisce o vuole essere percepito come costituente e attivo. Potremmo anche girarla dicendo che se si vuol essere costituenti si deve per forza produrre consenso e che compiere azioni vuol dire anche testimoniare. Forse il problema sta nella congiunzione, in quella «o» che dovrebbe far posto ad una «e». Ma la guerra fa superare molte «trappole». Per fermarla bisogna coniugare la produzione di una nuova sfera pubblica, globale, una nuova legge universale, dal basso. In grado di spingersi, cioè, verso una nuova costituzione che impedisca l’atrocità della guerra. È quella «nuova legalità» che lo stato, il governo, cioè chi dovrebbe garantire l’ordine e l’obbedienza interna, sanzionano come illegalità. Come a Seattle, dove si decise di bloccare il Wto, anche per la guerra si pone il problema di coniugare il consenso con il conflitto, esercitato in nome delle nostre leggi e contro le loro leggi. L’esercizio di questo conflitto, la disobbedienza alla guerra per obbedire all’umanità, avviene rispettando l’etica e la necessità insieme. Il problema violenza o non violenza nemmeno si dovrebbe porre, perché è un’altra domanda, retorica e sbagliata. Se si potesse bloccare un carro armato solo con il proprio corpo, prima che uccida centinaia di persone, lo farebbero in tanti. Il problema è che non tutti i corpi sono uguali, e in caso di necessità, o di «ordine pubblico» come dimostra Genova, il carro armato non si ferma comunque. La resistenza del corpo, come in quella scena a Piazza Tienammen, è la fonte, il motore che genera la legittimità universale dell’azione, come fu per le pietre contro i tanks dell’intifada. La protezione dei corpi, singoli o della moltitudine, è un problema collettivo e etico, al contrario dei kamikaze di Allah. Come lo sono tutte le forme che rendono difficile al carro armato stritolare, contro ogni idea di giustizia, i corpi della disobbedienza mantenendo intatto, nelle forme, il rapporto tra principio etico ed efficacia dell’azione. Questo è il piano del discorso, non certo chiedersi se tirare una pietra a un carro armato è violenza o se bloccare con un falò in mezzo ai binari treni carichi di armi sia un atto violento. All’ipocrita tormentone «azioni sì ma nella legalità», sbandierato durante la straordinaria mobilitazione per bloccare i convogli di armi da Epifani, D’Alema, Rutelli e dalla P2 catodica al governo, hanno risposto tanti altri, cattolici innanzitutto: «la guerra è illegale, il traffico d’armi è illegale, voi siete illegali quando coprite un altro 11 settembre annunciato. Bloccarvi, o tentare di farlo, prima che commettiate un crimine, è un dovere».

Ma quei blocchi, le pratiche della disobbedienza e della diserzione diffusa, devono aprire in noi altre riflessioni. Se uno compie un atto di sabotaggio che rende inservibile un’arma che serve ad uccidere, senza far male a nessuno, sbaglia? Se si boicottano, anche materialmente, le fabbriche d’armi, fin nelle linee di montaggio di mine e strumenti vari, si compie forse un atto «violento»? O è più violento chi produce le mine antiuomo, ci guadagna sopra ad ogni gamba o corpo dilaniato di bambino, donna o uomo che, anche fra dieci anni, potrebbero saltare in aria? Come per i blocchi ai treni della morte, o per i blitz disobbedienti negli aeroporti civili usati segretamente dai militari, molte volte è la pratica stessa a dare risposte e suggerimenti. Fu così anche nel Chiapas, come uguale fu per i lager destinati ai migranti, tra cortei, smontaggio (a Bologna), ed evasione (a Woomera, Australia). L’importante è non banalizzare con domande retoriche una discussione seria, importante, decisiva. Non mettere «o» per non interrogarsi, e per nascondere la «corruzione» di cui il «grande consenso» spesso rende schiavi. Come schiavi dell’impotenza sono coloro (pochi) che non si sporcano le mani, perché «troppo rivoluzionari» per farlo con queste cosucce. Sanno già tutto, sanno come si fa, sanno che non faranno mai nulla. A meno che non siano coperti, dall’anonimato politico o da centomila persone che detestano e usano. Tra le pratiche del movimento dei movimenti è entrata ormai in maniera diretta la questione dello sciopero europeo, politico, contro la guerra. La generalizzazione dello sciopero, la sua trasformazione in giornate di azione di cittadinanza, è una necessità che spingerà a cercare le forme adatte a connettere astensione dal lavoro, rifiuto di lavorare per la guerra, blocco della «fabbrica sociale» urbana. Il trainstopping è stato diffuso e organizzato dal sistema comunicativo satellitare, online e in FM, di GlobalRadio e dalla successiva mobilitazione di tutti i media, sia indipendenti che «ufficiali». GlobalRadio è divenuta la mobilitazione, e viceversa. Questo esperimento ha reso l’idea di quanto potente possa essere un sistema di media dentro una azione collettiva. Ma la riflessione è un’altra: abbiamo assistito, forse per la prima volta in maniera così evidente, all’organizzazione del movimento attraverso la comunicazione. Il movimento come rete di reti, diffuse e visibili per ciò che producono e non solo come grande aggregazione concentrata sugli eventi. L’azione a macchia di leopardo, diversa di volta in volta, ma valorizzata collettivamente come campagna. La straordinaria forza di spiazzamento che questo produce nel potere è, al tempo stesso, attrazione e inclusione per tantissime persone, che in quei giorni hanno «disobbedito», non in quanto «disobbedienti», ma attraverso un’informazione, un blocco, una telefonata. Vogliamo pensarci?

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