Global Magazine #1 - Golpe nell’impero, aprile ’03

Over the rainbow

Judith Revel - Martedì 1 aprile 2003
15 febbraio, ore 9. La figlia della vicina, trasteverina doc, si chiama Federica, ha cinque anni e parla con la cadenza del compianto Alberto Sordi. L’altro giorno, Federica si è piantata davanti alla riproduzione di un grande quadro giallo e rosso di Rothko che tengo da sempre sulla scrivania e mi ha detto : «Quello, si vede proprio che è della Roma». Oggi, veloce e preoccupata, mi sussurra per le scale: «Guarda che fuori ci sono quelli che hanno vinto lo scudetto, mica siamo noi, è una nuova squadra, sono tanti…». Quelli che hanno vinto lo scudetto sono una moltitudine di bandiere arcobaleno, ovunque galleggianti. Ore 11. Anch’io voglio la bandiera, solo che non si trova più. Il signore che vende gli ombrelli made in China (umbrella) mi sorride: «bandieri?», ma costano 12 euro, mi arrangerò altrimenti. Intanto, vedo arcobaleni sbandierati a mo’ di pareo, di foulard, di guinzaglio per cane, di borsetta, di porta-bebè, di porta-bevande, di telo da mare (senza il mare), di tovaglia da pic-nic. Sembra il nuovo gioco dell’estate: cosa fare con un rettangolo multicolore di 110 x 60? Da piccola, mi divertivo a leggere a rovescio il mio nome, Judith diventava htiduj, sembrava il nome di una regina hindù. Lo sapevate che PACE letto a rovescio fa ECAP? La pace non ha diritto né rovescio, non ha destra né sinistra, la pace: ECAP. Al posto di SPQR, oggi, c’è ECAP, ECAP, ECAP. Quando incontro di nuovo Federica, le spiego che a vincere lo scudetto mondiale è una supersquadra di nome ECAP, con una bandiera multicolore che contiene tutte le altre bandiere di tutte le altre squadre perché non ha nemici. Sono sempre stata una pessima pedagoga, figuriamoci con una romanista sfegatata di cinque anni alla quale bisogna spiegare che la pace è di tutti. Ore 12. Dicono che il corteo si è mosso con tre ore di anticipo. Partiamo. Mi vergogno del mio cappotto nero, solo che l’arcobaleno ce l’ho in testa e sul corpo: calzini cardinalizi, mutande rosse di capodanno, maglione celestino, maglietta gialla. ECAP, ECAP mi viene voglia di urlare. Centinaia di migliaia di persone galleggiano al vento. Ore 14. Angolo via Cavour/Via dei Fori Imperiali: un gruppo di adolescenti in divisa boyscout, portano l’arcobaleno sopra i pantaloncini blu, cantano e saltano: «Pane! Amore! E fraternità!», provocando ilarità e entusiasmo. Pane, amore e fraternità: alla fantasia ci pensa la moltitudine. Durante la risalita verso Santa Maria Maggiore, ho in testa l’aria del Barbiere di Siviglia di Rossini: «Pace e gioia, gioia e pace…», tutto il contrario: proclamo falsetto dell’ipocrisia mielosa. La vera pace – ECAP, ECAP – siamo noi, la nostra gioia è palpabile, la nostra forza è la nostra determinazione. Siamo tanti, siamo diversi, siamo qui. Mi viene da pensare che stiamo dando materialità a un piccolo universo di daltonici: tutti i colori, ogni colore, ECAP, ECAP. Molto meglio daltonici che miopi. Ore 17: Mi sembra di nuotare. Ondate di striscioni, ondate di gonfaloni, carri, raggi di sole, canti. Nello spezzone di un centro sociale del nord, c’è una suora che sembra una farfalla: grossi occhiali da vista, vestito grigio e colletto bianco, l’arcobaleno svolazzante sulle spalle. Sarà lì per errore, ma ride come una matta, eppure ha la faccia seria, come tutti noi. Ore 21: Ho messo a riposo i piedi dentro i calzini cardinalizi, mai ha avuto più senso marciare per la pace, avremo fatto quindici chilometri. Mi rileggo alcuni testi del settecento, un piccolo opuscolo di Kant sull’inizio della Storia. Domanda degli illuministi: di quale colore era il primo uomo? Bianco, nero, rosso? Grigio? Non riesco a togliermi dagli occhi l’immagine degli arcobaleni di oggi. Macché, grigio. Grigio è il colore di un preteso universale in nome del quale si fanno le guerre. Grigio è di tutti perché non è di nessuno. L’arcobaleno è di tutti perché è di tutti, l’arcobaleno è la democrazia dal basso, l’arcobaleno è la cittadinanza senza frontiere, l’arcobaleno è il comune. La Cnn annuncia 110 milioni, ma anche se fossero dieci volte meno sarebbe comunque incredibile. Domenica 16, ore 11. Stamattina, la gente ha la faccia sbalordita e contenta dei dopo-festa. Sembra la mattina del primo gennaio, come se avessimo cambiato anno, con tutti che sembrano stanchi e contenti e che si fermano a parlare al bar del giorno prima. Forse abbiamo cambiato molto di più di un semplice capodanno: un nuovo primo maggio, un vero ingresso nel XXI secolo. Domenica, ore 15. Intanto cominciano le polemiche. Qualche uomo di chiesa particolarmente ispirato denuncia la somiglianza peccaminosa della bandiera della pace con il rainbow flag, la bandiera del gay pride. Quando, alcuni anni fa, ci furono a Parigi le giornate della gioventù cattolica, il Papa celebrò la messa davanti a un mare di ragazzi con un abito talare ricoperto di una sciarpa arcobaleno: la sciarpa era stata disegnata per l’occasione da un sarto della haute couture made in France, Jean-Charles de Castelbajac. Tutti risero tanto; il Papa non si tolse la sciarpa. Celebrava la vita, l’orgoglio della vita, la ricchezza delle differenze. Spiega al Corriere della Sera un uomo di Chiesa scandalizzato: certo, la bandiera della pace e il rainbow flag sono diversi, la prima ha sette colori, la seconda solo sei, le manca il celeste (involontaria citazione del manto verginale, penso io?), solo che la gente comune non lo sa, può scambiare un uomo di pace con un mezzo-uomo, con un degenerato. Quando stavo in prima elementare, si diceva: se i coglioni volassero, saresti caposquadriglia. Lunedì 17, ore 11. Sono andata a rivedere l’affresco di Pietro Cavallini a Santa Cecilia in Trastevere. Gli angeli del giudizio universale hanno le ali arcobaleno dispiegate e protettive, e uno sguardo dolcissimo. Sorrido. La suorina che ha aperto la porta ai visitatori ha visto il mio sguardo insistente sulle piume colorate, quando riparto, anche lei sorride. Ore 15. Si celebra l’anniversario della morte di Giordano Bruno a Campo dei Fiori. Il solito gruppetto eteroclito di turisti americani («Is he a Pope ?»), di Tv locali, di libertari e di vecchi anarchici con i baffi (vi giuro che avevano i baffi). Sui quattro lati della piazza, bandiere arcobaleno alle finestre, ne ho contato quattordici. Uomini di buona volontà, il nostro mondo è a colori. ECAP, ECAP, la vita ha i colori degli angeli, ECAP, ECAP, la politica ricomincia da qui.
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