Nella guerra della Nato contro la Yugoslavia l’Italia fu terra di spaccio per missili e bombe d’ogni specie. Il nostro contributo fu decisivo nello spargere per mesi un diluvio di ordigni sopra Belgrado, le città, i ponti, l’elettricità e la vita civile di quel popolo. È venuta poi la guerra contro l’Afghanistan. Ora tocca all’Iraq. In pochi anni il nostro paese ha camminato assai. Dalle comitive familiari della primavera del ’99 che andavano a fare il pic nic ad Aviano per vedere il decollo dei bombardieri gravidi, alle famiglie in marcia il Quindici Febbraio 2003 nella luce di Roma: è stato un viaggio lento, una ferrovia locale che fermava a tutte le stazioni a caricare ogni volta qualcuno in più. In quattro anni l’Italia ha ritrovato «virtute e conoscenza». Pungolo e combustibile di questo convoglio sono stati i centri sociali, i disobbedienti che, nel silenzio assenso, nell’anestesia procurata dai governi di allora, andavano da soli a rompere le righe dell’unanimità, degli inerti e di quelli solerti che stendevano l’Italia a tappetino di piste per bombardieri di città vicine. Mi sono messo in coda a loro, li ho seguiti. Nella mia remota gioventù degli anni settanta ho avuto il mio posto e il mio diritto in cima ai mille cortei di battaglia. Ora non so più stare nelle prime fila, sempre mi ripiglia il nervoso di zoccolo che batte sulla polvere e sbuffa dal naso. Non ci sono più i miei di allora, la linea saldata dalle braccia che non si lasciavano sciogliere e serravano a ondate. Oggi mi aggiungo in coda, all’ultimo banco, da vecchio ripetente in una classe più giovane. In questi anni sono andato dietro a una nuova generazione che s’impicciava del mondo e ne disegnava uno suo, giorno per giorno. Disegnare il mondo, metterci dentro il diritto dei popoli di godere dei propri prodotti e dei propri colori, da nero a nero, dal caffè al petrolio, passando per l’acqua, l’aria, gli alberi, il pane e la salute. Non è vero che è finita la scoperta e l’esplorazione del mondo. Non è vero che dopo Tasman e Cook non c’è altro da aggiungere alle mappe. C’è un mondo intero e nuovo da raggiungere e la generazione di vent’anni è già coetanea del pianeta venturo, già lo traccia con i suoi colori. A Roma il Quindici Febbraio c’era la maggior folla di tutte quelle chiamate per le strade del mondo. Chi non è stato lì manca di una notizia fisica circa l’Italia di oggi, ha mancato di scorgere il suo profilo di punta in mezzo alla gioventù del mondo nuovo. È un popolo non censito dalle televisioni. Se pure ci fosse stata la ripresa diretta della Tv di stato, avremmo visto i giornalisti a caccia dei soliti politici e delle celebrità sommerse e pareggiate nella folla. Avremmo ascoltato interviste ai soliti gnomi. Il popolo del Quindici Febbraio è troppo vasto per entrare nella televisione ed è così smisurato da farsela da solo l’informazione, con migliaia di apparecchi di ripresa che confluiscono in un brulichio di reti e di circuiti. Questo popolo è indifferente alla balbuzie del sistema centrale che annaspa per giustificare la sua assenza. Quel sistema non è più capace di essere monopolio di notizia. Questo popolo viaggia e si collega su altre linee, si affranca dalle paginette recitate dal fine dicitore nell’ora di punta.
Sono in contatto di lettere con suore di clausura. Nell’ultima mi hanno chiesto di portare con me i loro passi nelle strade di Roma il Quindici Febbraio. Quando si mettono in marcia le sorelle di clausura, la situazione di un popolo è eccellente. Perciò sapevo prima che avrei trovato in strada un’immensità di concordia, un’alleanza stretta all’aperto tra italiani, nella città più adatta. Roma è la giusta: è stata capitale d’impero, ha conosciuto l’assoluto primato militare per secoli e poi il rovescio e lo smembramento, è stata maggioranza e minoranza. E se non ha sofferto la sorte di Babilonia, Ninive, Cartagine, capitali annullate dalla storia, è perché ha ospitato la casa della cristianità. Ha continuato a essere centro nervoso e plesso solare, come Gerusalemme, La Mecca. Roma che ha convertito le macchine d’assedio in chiese, la sua tecnica maestra di strade e acquedotti in teologia, è il centro naturale dei popoli del Quindici Febbraio. La cristianità che ha a lungo ammesso il ricorso alla guerra giusta, ha infine incrociato le braccia contro la più ingiusta. Il suo papa ha trascinato con sé l’antica curia, maestra di conciliazioni tra opposti, e l’ha piazzata in un solo campo. Roma era spalancata al suolo e in cielo. Un doppio sole dava luce e ossigeno, infittiva il silenzio. Le folle si muovevano serrate senza volere chiasso, senza pestare i piedi, sbattere grancasse, senza grida. Bastava il loro stare, l’avanzare, il darsi aria di fiume che a guardare in basso non potevi vedere su cosa poggiava, su strada o su acqua. Quale energia spingeva la marea, visto che non obbediva a una pendenza, anzi andava in salita? Di sicuro era il sole: quel popolo alleato di se stesso e di tutti i popoli del Quindici Febbraio andava a batteria solare, scaricava sulla città e nei piedi l’energia della luce. Non esisteva più il percorso, dilagava ovunque fuori dalle linee prescritte. Era soverchiante, stava troppo stretta sul tracciato previsto. Così riempiva le vie parallele e prima ancora dell’ora di partenza, la gran piazza d’arrivo a San Giovanni era gremita. Non contava più inizio e fine, coincidevano. Aveva un verso, certo, si dirigeva, ma senza bisogno di arrivo. Conteneva in sé il primo e l’ultimo passo, il suo centro era ovunque, la sua circonferenza comprendeva il mondo, le centinaia di città che marciavano insieme, di modo che il sole non tramontava su di loro. Era il rovescio del miracolo militare di Giosuè che ordina a luna e sole di arrestarsi per lasciargli completare l’opera della battaglia. Qui sole e luna erano fermi per dare ai popoli del Quindici Febbraio la forza d’inceppare la guerra.
In cammino insieme a sorelle assenti, aggiungevo al mio corteo i passi rinchiusi di prigionieri vecchi e nuovi, una dedica a Paolo Persichetti spostato da una prigione all’altra, in marcia tra le sbarre. Affianco stavo con due amici, Mirella e Giuliano, con i quali sono andato per molti anni e viaggi da autista di convogli di aiuti nella terra e guerra di Bosnia. Ero coi migliori volontari di pace che conosco e facevo la guida turistica per loro, la più lenta del mondo. Entrato sotto la striscia di raccolta di Emergency sono andato al passo loro e ci sono volute quattro ore per muoverci da piazza Venezia a piazza Repubblica, avanzando a centimetri. Ho voluto seguire l’andatura, ma non c’era andatura, era di fatto ferma. Piuttosto era la città a muoversi sotto di noi, a trascorrere alla lentezza con cui il sole la scavalca. Al tramonto eravamo ancora lontani dalla piazza finale. Perciò questa è una cronaca di parte, di uno che racconta i suoi centimetri pensando di coprire i chilometri. Questa è la cronaca di uno che nel popolo del Quindici Febbraio non è riuscito a trovare nemmeno il suo posto all’ultima fila, perché non c’erano prime né ultime linee. C’era invece la più fitta coincidenza tra uguali, la più ubriacante prova di democrazia per uno che la sogna così da ragazzo, da scombinatore incallito di ogni principio di autorità, di delega alla guida. Il Quindici Febbraio un popolo si è scrollato di dosso le «archie» e le «crazie», le ha assorbite nel suo corpo immenso. Un giorno senza primi e senza ultimi, un giorno tra pari pur essendo ognuno dispari e diverso dall’altro, un giorno d’integrità personale e di popolo, un giorno di salute e di contagio perché la pace è peste per la guerra, le procura resistenza e attrito, zavorra addosso, le rallenta, l’impaccia e infine rende invalida la guerra.
Non era pacifista il popolo del Quindici Febbraio. Non rispondeva a questa parola angelica e vagamente innocua. Invece sabotava guerra, alzava polvere e sabbia nei suoi motori accesi, era pietra d’inciampo per il suo primo passo. Era la maggiore nocività arrecata agli scalpitanti invasori. Era svergognamento di aggressori, era foresta in marcia, era tutto l’incubo di Macbeth, era crisi di nervi per i correi di guerra, disturbo alle loro coronarie, crampo al dito del grilletto, guasto alla stanza dei bottoni, infine crollo di pantaloni e pretesti: la guerra usciva nuda e cruda, era solo quello, l’aggressione ingorda di accaparratori di risorse altrui. «Pacifisti»: che se la cantino così, gli entusiasti delle armi, la ninnananna per addormentarsi. Il popolo del Quindici Febbraio ha isolato la guerra, l’ha ridotta al suo formato di pura supremazia militare ansiosa di applicarsi a sua discrezione ovunque. Ora se la possono pure fare la loro guerra, ma da pirati, da ladri di notte, da vigliacchi.