Per mesi, la maggior parte dei mezzi d’informazione del nord del mondo hanno parlato della guerra contro l’Iraq come di un fatto assodato, il cui inizio non sarebbe dipeso da altro che dal rituale investigativo di una commissione delle Nazioni unite. Qualunque ne fosse stato il risultato, l’amministrazione Bush si riservava la libertà di dichiarare la guerra seguendo la logica della sua crociata «libertà duratura», modesta erede di «giustizia infinita», obiettivo pretenzioso e al livello semantico di quelli che annunciano che già è primavera in ogni grande magazzino dell’universo. Fino a che non hanno preso forma le risposte sociali contro la guerra, culminate in uno dei movimenti di massa più significativi in tutta la storia dei movimenti di massa, ben pochi erano stati i mezzi di comunicazione, compresi quelli che sostengono apertamente l’amministrazione Bush, che avevano riflettuto sulla necessità di questa guerra, e altrettanto pochi quelli che si erano pronunciati senza esitazione contro. Secondo la spiegazione più psicologistica, il governo nordamericano non ha ancora compensato emotivamente quel che ha significato l’attentato contro New York e il Pentagono e sarebbe, dunque, logico un qualche diritto di rivalsa contro qualunque soggetto imparentato con il terrorismo internazionale, un diritto rimasto latente da quando la guerra in Afghanistan ha fallito nei suoi obiettivi emotivamente più appariscenti. Bin Laden non è stato annientato e il capo dei talebani è riuscito a fuggire in motocicletta, sebbene guercio.
La fine della guerra fredda a malapena è stata considerata come l’inizio della ratifica di egemonie e redistribuzione delle aree di influenza, logica conseguenza di tutte le guerre internazionali conosciute. Oggi sperimentiamo il disordine creato dal ruolo che l’amministrazione Bush ha assunto: essere cioè la colonna portante, e indiscutibile, del nuovo ordine internazionale. Capace, perfino, di prescindere da quelle istituzioni, che si suppongono globalzzanti, ereditate dalla seconda guerra mondiale, come l’Onu, o dalla guerra fredda, come la Nato. Le zone d’influenza contese si trovano nel punto nevralgico di geografie strategiche fondamentali per la sopravvivenza del sistema capitalistico patrocinato dagli Stati uniti, poiché insistono su un favoloso lago sotterraneo di petrolio, e sono, al tempo stesso, il cuore della risposta islamica, impegnata a correggere l’ordine internazionale, avvalendosi di una delle teologie confliggenti. Le garritte che vigilano su questo recinto sono diventate insufficienti da quando la rivoluzione iraniana ha lasciato lo stato di Israele, unica e incondizionata sentinella dell’occidente nella zona. La volontà egemonica degli Srati uniti non prevedeva l’opposizione di alleati così significativi come la Francia e la Germania, i cui interessi geopolitici ed economici non coincidono necessariamente con quelli nordamericani. E, tanto sorprendente quanto la tagliente opposizione franco-tedesca è stata l’incondizionata complicità bellicista di Spagna e Italia. All’inizio della predicazione in favore della crociata contro l’Iraq scrissi su La Repubblica che, così come nel passato aveva funzionato da alleanza controrivoluzionaria operante in diversi paesi la «Tripla A», l’impero si appoggia oggi su una «Tripla B», formata da Bush, Blair e Berlusconi, i tre moschettieri che poi, come sempre accade, sono quattro, poichè bisogna aggiungervi il capo del governo spagnolo, Josè M. Aznar, disposto ad assecondare la crociata antirakena con evidente scarsezza di argomenti confessabili. Assai poco brillante, Aznar, nelle sue argomentazioni, sebbene negli ultimi anni la sua formazione poetica si sia di molto accresciuta., fino al punto da far pronosticare ad alcuni dei suoi biografi che potrà dedicarsi alla poesia una volta lasciato il potere. Una delle sue poesie predilette è If di Kipling, testo assai adeguato per adolescenti sensibili e insuicuri quanto per capi di governo preoccupati del proprio scarso carisma e obbligati a simulare stature eccessive. Volendosi ridurre a una spiegazione psicologistica, può darsi che, in un momento di esitazione europea di fronte all’atteggiamento bellicoso di Bush nei confronti dell’Iraq, Aznar si accodi prontamente alla spedizione dell’imperatore per acquisire statura personale, quel tipo di levatura che, nel cinema, spettava usualmente all’«amico del ganzo», romantico personaggio condannato a non arrivare vivo alla fine del film e, in conseguenza, a non godersi la pupa. Tuttavia, per quanto complicato possa essere il capo del governo spagnolo, per capire veramente la sua ostinata compromissione con i bellicosi piani di Bush bisogna rivolgersi a cause più oggettive di un così inconsueto grado di alienazione. Sebbene Aznar possa apparire l’unico alleato senza ragione della lobby petrolifera e industrialmilitare che tiene Bush nel suo grembo, durante la visita in Spagna, il governatore della Florida, fratello del presidente nordamericano, dichiarò pubblicamente che non solo Aznar era un eccellente presidente della Repubblica spagnola, ma anche che la Spagna avrebbe ottenuto benefici incalcolabili se si fosse aggregata alla spedizione bellica. Ad eccezione della disgraziata partecipazione della Divisiòn azul franchista, sotto comando tedesco, alla seconda guerra mondiale, l’ultima impresa imperiale spagnola di qualche evidenza risale alla fine del secolo XIX, quando il generale Prim si avventurò in una tempestosa e fallimentare conquista della Cocincina. Che benefici ha potuto promettere Bush ad Aznar se si aggrega al suo fronte di missili intelligenti? A parte un ruolo di comprimario, palesemente esagerato fino a cadere nel tragicomico, Aznar ha già suggerito ai settori più importanti dell’imprenditoria spagnola i vantaggi da ottenere, non durante la guerra, poiché la Spagna non dispone di una potente industria bellica, ma nel dopoguerra, quando all’affare della distruzione subentrerà quello della ricostruzione. Senza dimenticare che nella spartizione delle riserve petrolifere dell’area potrebbe svolgere un ruolo la spagnola Repsol, compagnia petrolifera importante, ma senza petrolio, che già svolse una funzione scatenante nella ricolonizzazione dell’Argentina, durante l’amministrazione Menem.
L’odore di gas e petrolio che emanava dall’intervento nordamericano in Afghanistan, già impregna l’incombente aggressione all’Iraq, confermando il controllo Usa sul fondamentale oleodotto che, dall’Uzbekistan al sud del Pakistan, attraverserà tutto il territorio afgano. Potremo così constatare sul terreno l’esito di una lunga strategia nordamericana, volta ad islamizzare l’Asia centrale e l’Afghanistan per combattere il marxismo sovietico e a istituire teste di ponte per controllare ciò che resta di petrolio e gas naturale in una zona vitale per le politiche di sviluppo così come le intenderemo per i quarant’anni che ci rimangono di riserve petrolifere. Vitale, inoltre, perché questo fronte, tanto islamico moderato quanto energetico, si incunea in un fianco della Cina e, sebbene possa darsi che la lotta finale non si dia mai, se si desse non si svolgerebbe tra capitalismo e comunismo, ma tra il capitalismo nordamericano e quello cinese. La compagnia che sfrutterà l’oleodotto sarà la Unocal di cui Donald Rumsfeld e Condoleeza Rice sono le eminenze grigie. Quest’ultima è da considerarsi pericolosissima nella prospettiva della storia della donna, o della donna nella storia. Il fronte asiatico riorganizza zone di dominazione o di influenza di compagnie quali la Harken Energy Corporation, che ha avuto in Bush jr. uno dei suoi dirigenti, o la Chevron rappresentata da Condoleeza Rice. L’attuale presidente Usa è stato al servizio della Carlyle Group, industria bellica dura e pura e il ministro della difesa Rumsfeld ha rappresentato il complesso occidentale di interessi paralleli. Il gasodotto integra l’oleodotto che andrà dall’Uzbekistan al sud della Turchia, mettendo così in evidenza il fatto che la guerra in Afghanistan non fu una vendetta a caldo per l’attentato di New York, ma una correzione ben calcolata dell’iperislamismo taliban, capace di mandar per aria statue di Buddha come gasodotti. Nel caso di Blair, il suo allineamento con gli Stati uniti obbedisce a una residua logica imperiale nella condotta del Regno unito, corresponsabile del disordine che affligge il Medio oriente dalla fine della prima guerra mondiale e avido di un possibile immediato beneficio derivato dal controllo del petrolio.
Berlusconi è un opportunista collocato alla testa del blocco di potere italiano con vocazioni neoautoritarie. Si trova nella condizione di aggregarsi alla conquista dell’Iraq con motivi meno teatrali di quelli tirati in ballo da Mussolini per l’impresa d’Abissinia. Ma la B più importante della Triplice è quella di Bush jr., l’imperatore controllato da una lobby economico-militarista, nella quale il ministro della difesa ha una curiosa biografia, in stretta relazione con Saddam Hussein. Ai tempi della presidenza di Bush padre, il signor Rumsfeld fu l’interlocutore governativo nordamericano del dittatore irakeno, impegnato a quel tempo in uno scontro con l’Iran, che molto interessava gli Stati uniti. L’istigazione e il supporto tecnico di Rumsfeld alla fabbricazione irakena di armi biochimiche, aveva lo scopo di impiegarle contro gli iraniani, seppure nessuno rimproverò Saddam di farvi ricorso contro i kurdi sottoposti alla sovranità irakena. Gli altri kurdi dipendono dalla Turchia e non si ha notizia alcuna di un intervento degli Stati uniti affinché la politica turca nei confronti dei kurdi non sia che una diversa,ma combinata programmazione della pulizia etnica. Spalleggiato dal complesso militar-industriale nordamericano, ben visto dalla Francia e dal Regno unito, Saddam arrivò ad essere quel che è, gasando kurdi e iraniani. Èallora del tutto logico che Rumsfeld possa sostenere che l’Iraq è un pericolo, avendo contribuito a che lo diventasse attraverso procedure non dissimili da quelle adottate da diversi stati democratici perché Hitler crescesse e divenisse una diga contro la possibile avanzata sovietica. Ma nel bel mezzo di interessi tanto complessi e globali, la piccola figura di Aznar che presta il suo cipiglio e la sua voce da galletto al discorso dell’impero la dice lunga sul sostrato ideologico che lo spinge a solidarizzare con il nuovo Asse, così come fece Franco con Hitler e Mussolini. Aznar ha detto esattamente che la Spagna deve figurare al fianco degli Stati uniti poiché non può rassegnarsi a essere una nazione di second’ordine, speranza espansionista nutrita da una materia di studio obbligatoria nella Spagna di Franco, che si chiamava «formazione dello spirito nazionale«. Grazie a questa alleanza incondizionata Aznar spera che la Spagna conservi la sovranità sulle enclaves di Ceuta e Melilla, che torni a riavere il suo protettorato, se non in Marocco, in Iraq, in Afghanistan, o dove che sia, poiché il capo del governo spagnolo rappresenta una generazione di politici nipoti del franchismo, dedita alla modernizzazione linguistica del senso delle sue metafore fondamentali: che la Spagna è una comunanza di destino nell’universale e che, si deve procedere attraverso l’impero verso Dio. Vicino a un neofalangismo corretto dall’autoritarismo economicista neoliberale, come quello dell’Opus Dei, Aznar disdegna la pressione sociale contro la guerra e si gioca una seria sconfitta elettorale nelle elezioni politiche del 2004. Il popolo fermerà la guerra, ha dichiarato qualcuno, magari lo stesso autore dello slogan el pueblo unido jamas serà vencido, di No pasaran o di la primavera è venuta, non so come sia accaduto.
Il parlamento turco ha detto no alla guerra, come la Lega araba e il Papa di Roma. Perfino negli Stati uniti, dove esiste una delle avanguardie meglio articolate della società civile progressista. Però sarà un buon affare distruggere l’Iraq, ricostruirlo e occuparlo. Di fronte a questa prospettiva Aznar è talmente commosso da apparire come un lugubre, zelante guerrafondaio, capace di fare il giro del mondo in otto ore e parlare con accento inglese nelle conferenze stampa insieme con Bush e in messicano nei suoi colloqui con Fox. Nel Pp, il suo partito, non tutti i dirigenti sono dell’idea di lanciarsi su Bagdad come un ariete. Tuttavia non si azzardano a chiedergli spiegazioni, né a internarlo in una clinica psichiatrica o a sottoporlo a un controllo antidoping. Lui è il Duce.