Global Magazine #1 - Golpe nell’impero, aprile ’03

Un fiume sotterraneo, l’America che si oppone

Michael Hardt - Heather Gautney - Martedì 1 aprile 2003

I movimenti statunitensi contro la guerra che si sono mobilitati contro l’invasione dell’Iraq, come diversi altri movimenti emersi nel paese nell’ultimo decennio, sono radicalmente pluralisti e decentralizzati. I movimenti rifiutano energicamente istanze gerarchiche e controlli centralistici. Esiste invece una vasta costellazione o rete di gruppi e organizzazioni che partecipano comunemente alle manifestazioni pubbliche e alla disobbedienza civile adottando pratiche diverse e superando le consuete tensioni tra coordinamento e autonomia. La struttura a rete che caratterizza i movimenti contro la guerra è una prosecuzione del ciclo di proteste globali da Seattle in poi. Nonostante il benvenuto ritorno degli attivisti dei movimenti anti-nucleari degli anni 80 e dei movimenti contro la guerra del Vietnam i movimenti global sono indubbiamente il cuore e la mente delle attuali lotte contro la guerra incombente. Non solo questi modelli di organizzazione sono stati sperimentati e sviluppati attraverso le lotte globali, ma persino i gruppi che si erano maggiormente attivati in quelle prime campagne sono tornati a essere gli elementi più dinamici nelle attuali proteste contro la guerra.

Molti dei gruppi più creativi che si sono attivati nelle lotte global e contro la guerra – inclusi Reclaim the Streets(RTS), Direct Action Network (DAN), e gruppi anarchici come gli Anti-Capitalist Convergence, presentano strutture divise e decentralizzate. Il Direct Action Network, ad esempio, è costituito principalmente da «gruppi di affinità», piccole cellule di 5, 10 o 20 persone, riconoscibili dagli obiettivi politici e dalle pratiche comuni. Il modello organizzativo dei DAN consiste in un associazionismo parziale: i gruppi sono in contatto e alcune volte si coalizzano, ma non ci sono obbligazioni al di fuori di una determinata azione diretta, che in ogni caso viene decisa consensualmente. Alcuni negoziati e collaborazioni avvengono a differenti livelli, ma senza alcun imposizione di autorità. Inoltre il coordinamento complessivo di organizzazioni e reti è fluido e segue cicli brevi di tempo nei quali si compone e scompone. Nonostante questa fluidità il carattere della rete nel suo complesso è rimasto relativamente costante nel corso degli ultimi tre o quattro anni. Non si tratta, in definitiva, di un modello di coalizione che presume unità fisse o identità che lavorano provvisoriamente insieme, ma qualcosa come una continua composizione e decomposizione di corpi politici in lotta. Sebbene i «veterani» dei movimenti global con le loro tattiche e strategie costituiscano il centro più dinamico della lotta contro la guerra, molte nuove persone sono state attirate dalla rete della protesta attuale. Molti dei partecipanti alla dimostrazione del 15 febbraio, ad esempio, non erano mai stati coinvolti nelle prime lotte, ma erano semplicemente intenzionati ad esprimere la loro opposizione alla guerra. A questi «non-attivisti», si sono aggiunti molti politici di alto profilo, leaders sindacali, e attori di Hollywood che hanno pubblicamente denunciato la guerra e in alcuni casi hanno fatto da speakers durante le marce.

La rete Usa contro la guerra ha inoltre attratto un ampio spettro di persone di colore non solo coinvolte dalla minaccia della guerra all’Iraq ma anche impegnate nei conflitti interni sulle libertà e i diritti civili. La composizione di queste dimostrazioni è alquanto differente da quella delle proteste contro la Banca mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale (Imf), poiché l’opposizione alla guerra ha mobilitato persone che non si sarebbero mai convinte a scendere in piazza per altri obiettivi. I sindacati sono stati ampiamente assenti dalle dimostrazioni contro la guerra e, ad eccezione dei Teamsters e di pochi altri sindacati di Seattle, hanno teso piuttosto a distanziarsi dai movimenti sulla globalizzazione. Infatti, i sindacati sono stati lenti nel mobilitare i loro iscritti in azioni non direttamente collegate alle questioni del lavoro, con il pretesto di gravi crisi fiscali sia a livello statale che nazionale. La reticenza, per non parlare della totale incapacità del movimento dei lavoratori statunitensi nello stabilire collegamenti tra le questioni del lavoro locali e le forze globali del capitale hanno creato una seria frattura nella sinistra Usa negli anni passati. Questa situazione potrebbe tuttavia cambiare poiché centinaia di sindacati locali e numerosi sindacati nazionali hanno pubblicamente espresso la loro opposizione alla guerra contro l’Iraq. Questo rappresenta uno sviluppo particolarmente significativo poiché molti sindacati sono stati sostenitori diretti della guerra in Vietnam e della prima Guerra del Golfo. Nonostante il carattere autonomo e decentralizzato della rete dei movimenti e delle organizzazioni, le principali dimostrazioni contro la guerra sono state coordinate, di volta in volta, da un’organizzazione promotrice, provocando, in molte occasioni, controversie e antagonismi. L’organizzazione che ha convocato e coordinato la maggior parte delle dimostrazioni contro la guerra nell’anno passato si chiama ANSWER (Agire ora per fermare guerra e razzismo/Act Now to Stop War and Racism). ANSWER è nata come risposta al crollo dell’11 settembre 2001 in opposizione all’invasione Usa in Afghanistan e alla guerra globale al terrorismo. Il gruppo è stato il baricentro delle marce di protesta a Washington del 19 Gennaio 2003 e del 29 Ottobre 2002 che attirarono numerose folle. I contrasti si sono poi sviluppati poiché ANSWER aveva tentato di mantenere il controllo sugli eventi e di imporre una voce unitaria ai vari gruppi in lotta. Alcuni, ad esempio, hanno criticato il fatto che alla dimostrazione di Washington ANSWER avesse chiesto a partecipanti di rinunciare ai propri striscioni e simboli a favore dei simboli ufficiali di ANSWER per mostrare un messaggio unitario. Altri hanno obiettato che ANSWER impedisce a certi gruppi di parlare, basandosi solo sui propri criteri ideologici. In breve i tatticismi imposti da ANSWER si sono scontrati con le nozioni di autonomia ed eguaglianza sviluppatesi nelle diverse reti di lotta. Questa non è stata una sorpresa, dal momento che ANSWER ha radici in partiti politici settari e consiste essenzialmente in un gruppo di facciata del Centro Internazionale di Azione (Iac), la cui leadership è predominantemente rappresentata da membri del Workers World Party. Queste oscure storie, provenienti dalla sentina di partitelli troskysti e marxisti-leninisti sono collegate inestricabilmente al modo di organizzazione di certi gruppi. ANSWER si comporta più come un partito settario di vecchio stampo che come una nuova rete di movimenti e molti dei gruppi attivi nei movimenti attuali e del passato si sono rifiutati di associarvisi, o hanno pubblicamente espresso il loro conflitto politico con il gruppo.

Nonostante questo, la capacità organizzativa di ANSWER ha ottenuto che molti gruppi e individui singoli, pur con riluttanza, mettessero da parte le loro differenze al fine di rafforzare e potenziare su larga scala le dimostrazioni contro la guerra. Questi conflitti sono stati tuttavia risolti il 15 Febbraio. A Ottobre dello scorso anno fu creata una nuova organizzazione di coordinamento col nome «Uniti per la pace e la giustizia» (UFPJ). Gli organizzatori di UFPJ hanno una storia politica molto differente da quella di ANSWER. Sono conosciuti soprattutto per avere organizzato la protesta antinucleare SANE/FREEZE a New York nel 1983 alla quale parteciparono un milione di persone. In Febbraio la UFPJ ha mantenuto un atteggiamento aperto verso l’ampia partecipazione e le differenti voci presenti alla manifestazione. A differenza di ANSWER, che oscura tutti gli eventi che non appoggia, UFPJ collabora e pubblicizza scelte alternative fornendo un ampio palcoscenico che consente ai gruppi più radicali di praticare le loro iniziative. La forza di questo modello organizzativo si è manifestata con evidenza nelle varie marce illegali del 15 Febbraio a New York, circa 70, che furono coordinate per confluire nel corteo principale autorizzato legalmente, ma mantenute a loro livello di spontaneità in modo da allargare la manifestazione ben al di là dei limiti imposti dal sindaco e dalla polizia. Queste proteste e le successive azioni intraprese contro la guerra dimostrano l’esistenza negli Usa di un movimento dei movimenti carsico ben più complesso e diffuso di quanto si possa rappresentare in una mappa. Sebbene gli effetti a lungo e a breve termine di queste numerose iniziative di mobilitazione rimangano poco chiari, è certo che i movimenti globali costituiscono la corrente sotterranea di una marea montante di dissenso,che si era addormentata negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Autonomia ed uguaglianza sono fondamentali per i movimenti stessi. È questa la loro forza e la promessa per il futuro.

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