Global Magazine #1 - Golpe nell’impero, aprile ’03

La quinta colonna in una ricetta

Dario Stefano Dell’Aquila - Martedì 1 aprile 2003

“Voglio congratularmi per il fantastico lavoro fatto dall’Intelligence…E oggi l’Italia ha arrestato un’altra cellula di gente pronta ad usare le armi di distruzione di massa contro quanti amano la libertà”G.W.Bush, Washington 31.01.2003

Napoli - Prendete un chilo di tritolo, 28 pakistani, alcuni ritagli di giornale con foto di militari della Nato, un Tuttocittà con delle strade cerchiate. Versate il tutto nella casa di un boss della camorra oggi collaboratore di giustizia, aggiungete una normale ispezione del comando provinciale dei carabinieri e fate cuocere a fuoco lento, offrendo alla stampa preziose indiscrezioni ma nessuna informazione. Aggiungete a questo punto un intraprendente pubblico ministero, i complimenti del presidente Bush e i sorrisi del presidente Berlusconi. Se il tempo di cottura è stato uniforme potete, offrire ai vostri invitati il piatto di un’inchiesta contro il terrorismo islamico. Da servire caldo, insieme ai titoli dei primi telegiornali. Potete impreziosire il vostro piatto con dell’antrace scomparso e accompagnare il tutto con del buon vino rosso. E’ questa, in sintesi, la ricetta della più grande beffa dell’antiterrorismo in Italia. Accompagnata da clamori e ovazioni (compreso un esilarante comunicato del sindacato dei vigili urbani di Napoli Snavu in cui si sostiene che quando allontanano un immigrato con la sua bancarella fanno antiterrorismo perché dietro ogni clandestino si cela il nemico) l’inchiesta si è sgonfiata al primo serio esame di un gip, Ettore Favara, che ha ancora a mente i principi costituzionali. Un giudice che, evidentemente poco convinto ma sotto pressione, aveva convalidato una prima volta gli arresti, ma che poi è tornato a interrogare tutti e 28 i pakistani e ha disposto la loro scarcerazione. A un occhio attento l’intera operazione doveva apparire quanto meno stravagante. Una cellula terroristica che infila tutti i suoi membri in un’unica palazzina, di proprietà della camorra, che li fa dormire su brande, che fornisce loro un chilo di tritolo (che diviso ventotto fa 35 grammi a testa) un Tuttocittà, la foto di un presunto obiettivo ritagliata da un giornale. E che nonostante un primo controllo dei carabinieri il 28 gennaio non decide di trasferirsi in un covo più sicuro. Persino le videocassette che dovevano contenere i messaggi di Osama Bin Laden sono poi risultate essere film porno.

Ma questa trasandatezza nell’inchiesta, questa assenza di intercettazioni e pedinamenti, queste conclusioni affrettate di aver scovato una pericolosissima cellula che aveva la Nato nel mirino, è poi così casuale? Forse c’è di più. Fonti bene informate ci raccontano di una rivalità tra i corpi di polizia per portare a casa un’inchiesta sul terrorismo, islamico o rosso, meglio se tutti e due insieme. L’obiettivo è ampio e prende di mira, nell’ordine, islamici, brigatisti, anarchici, disobbedienti, antagonisti, cobas, pezzi di Rifondazione. Se la Digos di Torino, pur scontando numerosi conflitti con la procura, ha portato a casa dei primi risultati i fedelissimi dell’Arma sono ancora al palo. Non che non ci abbiano provato, ma purtroppo, con il fallimento dell’inchiesta di Cosenza, hanno subito un brutto colpo. I teoremi sono lunghi a prepararsi, richiedono anni di lavoro, intercettazioni, appostamenti, e c’è infine il rischio di non trovare il giudice giusto che valorizzi il lavoro. Se lavori bene mediaticamente invece la rapidità è un elemento vincente. A Napoli gli inquirenti non hanno tenuto nessuna conferenza stampa ufficiale, ma il passaggio di veline è stato continuo. Prima ancora che il gip potesse ascoltare gli arrestati si erano complimentati con le forze dell’ordine i presidenti Bush e Berlusconi. Accumulare molti elementi alla rinfusa, senza concentrarsi su una prova o su un’ipotesi rende ancora più difficile smontare le accuse. L’enfasi mediatica basata su elementi confusi non permette un contraddittorio e rende difficile costruire un’argomentata opposizione a chi non ti offre argomenti ma generici indizi. Il primo comunicato battuto dall’Ansa ha lo stile di una velina della questura, con il pregio di essere scritta in italiano corrente. Nel testo breve, appena dieci righe, si ricorda subito come la maggior parte dei pakistani sia clandestina (notizia poi non vera). Lo «stretto riserbo» degli inquirenti non impedirà ai giornalisti di disporre di particolari piccanti quanto contrastanti e inutili, compresa la presenza di alcune tessere della Cgil nell’appartamento. La scelta di un target adeguatamente debole può risultare un altro elemento decisivo: nel nostro caso gli indagati sono affidati ad avvocati d’ufficio, non hanno particolare copertura politica, non conoscono l’italiano e, cosa più importante, possono essere espulsi velocemente in caso di scarcerazione facendo scivolare nell’oblio l’intera operazione. In questo scenario non conta che l’inchiesta regga in fase processuale. Quello che è importante è che funzioni nella prima fase, quella degli arresti, sul piano giuridico, e quella della pubblica opinione sul piano politico. La concorrenza tra i vari corpi armati, ma anche tra parti della magistratura, è anche territoriale, e sembra forte la pressione perché spunti qualcosa dal meridione. L’inchiesta sul movimento di Cosenza è solo un segnale. La strategia è quella di aprire un fronte penale per ogni area importante d’Italia. Così a Torino c’è l’inchiesta sugli islamici (di iniziativa DIGOS), a Genova quella sul G8 (di iniziativa della magistratura), a Roma quella su Iniziativa comunista (di iniziativa della magistratura), a Taranto quelle sui Cobas, a Cosenza quella sul movimento (entrambe di iniziativa ROS). All’appello manca Napoli dove dopo il fallimento dell’arresto di Michele Pegna e quello dell’inchiesta sui pakistani si è di nuovo a zero.

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