Global Magazine #1 - Golpe nell’impero, aprile ’03

Obiettivo sul fronte

Michael Sposito - Martedì 1 aprile 2003

Questa è una storia di fantasia ma si basa su un fatto realmente accaduto. Ho conosciuto un cameramen a Sarajevo durante la guerra e l’ho aiutato a imparare il mestiere. Abbiamo passato molti mesi insieme nelle circostanze più pericolose formando una coppia inseparabile. Qualcuno ha detto che le amicizie di guerra sono più forti delle relazioni tra coniugi. Qualche anno dopo, quell’uomo fu ucciso mentre filmava una guerra. Ritengo di essermi sentito parzialmente responsabile -in un modo strano- per averlo iniziato a quel lavoro di reporter di prima linea. Ma so che filmare rappresentava per lui il solo lavoro che avrebbe mai voluto fare. Era sinceramente convinto che le immagini che produceva alleviassero le sofferenze umane.

Che altro avrei potuto dirgli?

Gli dicevo di stare sull’asfalto, di non andare fuori strada, mai. Sulle mine avevo spiegato tutto quello che sapevo. Attenti alle tracce recenti dei carri armati. Questo glielo dissi chiaramente. Non stare mai fermi in presenza di cecchini. Muoviti continuamente. Gli avevo insegnato quanto tempo impiega un cecchino per prendere la mira. Negli edifici appena conquistati, attenzione alle trappole esplosive, ripetevo.

Ci sono tre donne vestite di nero. Le posso vedere dall’albero dietro al quale sono nascosto. Sapevo che aveva due sorelle. Quella al centro deve essere la madre. Hanno detto che la bara è scesa dall’aereo avvolta nella bandiera del suo paese. Immagino che l’abbiano già piegata e consegnata alla madre. Sul prato verde si stagliano le figure in nero intorno alla fossa. Ci sono centinaia di persone intorno alla cassa marrone luccicante. Le maniglie brillano al sole. Sul bordo della fossa tre uomini stanno appoggiati alle pale. Uno ha i pantaloni arrotolati alle caviglie. Li guardo passarsi le sigarette. Aspirano il fumo e le nascondono dietro la schiena. Non so perché mi trovo qui. Avevo detto che non sarei venuto.

Ero stato molto chiaro: quando arrivi sul posto devi capire dove puoi scappare, prima di iniziare a filmare. Avevo insistito sull’importanza di questo. L’avevo spiegato una volta durante il bombardamento di una città con i missili Orkan. Prima di filmare distruzione e corpi trova un posto dove nasconderti. Una volta che cominciano a sparare non hai più tempo di cercare un riparo. Erano questi alcuni dei trucchi che gli insegnavo. E’ normale, dicevo, che i Serbi sparino una raffica, lascino avvicinare gli uomini del soccorso e i giornalisti, per poi sparare di nuovo. Quante volte glielo avrò ripetuto?

Sbircio da dietro l’albero e vedo la madre in ginocchio abbracciata alla cassa. Sento i singhiozzi, immagino le sue lacrime scivolare sulla bara e seccarsi lì. Suo figlio è appena a pochi centimetri; a separarli c’è solo uno strato di legno. Le figlie tentano di trascinarla via. L’eco dei lamenti si diffonde sulle colline. Sapevo che una delle sorelle «voleva parlarmi».

Lui non sapeva aspettare. Gli dicevo di essere paziente. Gliel’avevo ripetuto infinite volte. Non puoi lavorare sempre in prima linea, dicevo. Mi innervosiva il fatto che non beveva mai. Neppure un goccio. Gli dicevo anche di dimenticarsi della sua chiesa. Detestavo il modo in cui la mattina ingurgitava cioccolata, quattro o cinque tavolette, e poi tazza dopo tazza di quel caffè dolce e melenso. Al suo arrivo a Sarajevo il giubbotto antiproiettile era ancora nella plastica. E teneva l’elmetto dell’agenzia stampa nella sinistra. Gli ho detto di fregarsene di quella robaccia. Gli ho detto che si sarebbe potuto trovare tagliato fuori da ogni rifornimento d’acqua. Il giubbotto è pesante, può solo disidratarti, gli spiegai. Conta sul movimento. Mi ricordo quando gli ho toccato il naso dicendo: «D’altra parte non c’è niente che può proteggere questo». Gli spari in testa sono sempre i peggiori. Una volta ho intervistato un ragazzo che aveva il braccio strappato dal gomito. Mi raccontò con calma quello che era accaduto. Ricordo il sangue colargli sugli stivali. Ma uno sparo in testa. Lasciamo perdere.

Posso udire il prete parlare in latino. Posso sentir piangere. Nessuno mi ha più rivolto la parola da quando ho detto che non sarei venuto. Quella sorella ha detto a qualcuno che vuole parlarmi perché «avevo messo una telecamera nelle mani del fratello».

Cos’altro avrei potuto dirgli? Non muoverti mai di notte. Se devi, stai attento ai checkpoints. Se ne passi uno per sbaglio, sparano. Fumava molto, e mi raccomandai anche per questo. In campana con la luce di notte, gli dicevo. Quando gli parlai di mutande e calzini si mise a ridere. Biancheria e calze pulite sono molto importanti. Portati molta acqua. Non pensare neppure lontanamente di portare un’arma. Se ti fermano a un posto di blocco ci sono buone probabilità che ti sparino. Gli ho detto che il tesserino stampa è la difesa migliore.

La cassa viene calata nel terreno. Sento qualcosa dentro. Abbasso lo sguardo e mi ritrovo improvvisamente con la testa tra le mani. Quel ragazzo aveva una gran voglia di aiutare. Era il tipo che sarebbe uscito allo scoperto in aiuto di qualcuno che era stato colpito. Non ci provare, gli dicevo. Non pensarci neppure. Il cecchino tiene il corpo sotto tiro e beccherebbe anche te. Il cecchino vuole che tu corra in soccorso. Gli dissi che poteva solo restare ad ascoltare le urla. Qualcun altro penserà a rimuovere il corpo, di notte.

Che diavolo vuole da me sua sorella? Aveva ventisette anni , mi pare. Il primo servizio che abbiamo fatto insieme fu la scoperta di una fossa comune. La prima cosa che mi chiese scendendo dalla Jeep fu:«Cos’è questa puzza?». Scoppiai a ridere. Mi chiese cosa cercavano quegli uomini in tuta bianca conficcando lunghi bastoni nel terreno. Odore, gli dissi. La puzza dei corpi decomposti. E’ così che trovano le fosse. Penso che sia stato il ragazzo, quella sera stessa al bar, a notare il grumo di capelli e pelle putrefatta che mi era rimasto attaccato agli stivali. Quando fui ubriaco gli spiegai tutti gli otto stadi di decomposizione di un corpo. Mosche. Le mosche arrivano appena sei morto, e depositano le uova nelle narici, nelle orecchie nella bocca. Sentono l’odore della morte da tre chilometri di distanza. Si sorprendeva del modo in cui scherzavamo sulla morte. Non tenerti tutto dentro, ero solito dirgli.

Stanno andando via. Lentamente, mi sposto dall’albero, sul prato, verso la strada asfaltata. Solo ora realizzo quanto sia stupido indossare vestito e cravatta neri. Anche le scarpe sono lucide. Vedo un piccolo caffé in fondo alla strada e mi ci dirigo.

Mi chiamava «il pirata» perchè spesso indossavo una bandana. Mi torturava sempre sulla faccenda dell’alcool. In macchina si rifiutava di parlarmi quando ero sbronzo. Diceva che era la mia «punizione». Quando finalmente ricominciava a parlare diceva cose tipo: «Hai idea di quello che hai combinato stanotte?».

Mi allento la cravatta mentre mi incammino sotto il sole cocente, e ricomincio a pensare a quello che gli dicevo. Gli mostravo come si fa una fasciatura d’emergenza e gli dicevo di stare attento agli indizi rivelatori dello shock. Se qualcuno viene colpito, ferma l’emorragia, dicevo. La pressione del sangue precipita. Gli parlavo anche degli aerei di guerra. Svelto, ripetevo. Ti colpiscono prima che tu possa sentirli. Dovrei scrivere tutto questo e mandare alla sorella la maledetta lettera senza firma. Questo dovrei fare. Di cosa diavolo vuole parlarmi?

Ci sono alcuni vecchi al caffé sulla strada. Mi gettano un’occhiata mentre mi siedo. Sono le undici. Mi viene in mente di raccontargli quello che dicevo al ragazzo. Ma non parlo la loro lingua. Credo che stiano discutendo di sementi. Che cosa ne sanno loro di guerre? Forse dovrei alzarmi e ripetergli le parole di quel tedesco. Potrei dirgli che «sì, questo mondo è il campo di battaglia di esseri tormentati e agonizzanti, che si divorano l’un l’altro per sopravvivere». Dovrei dirglielo a questi vecchi e vedere cosa mi rispondono.

Ordino una birra grande. Butto giù una lunga sorsata e mi si congela la bocca. Dicevo al ragazzo che pochi reporter si curano della gente di cui parlano. La maggior parte ha bisogno della sofferenza per non pensare alla propria vita. «Dovresti ascoltare cosa dicono i giornalisti lontani dalle telecamere», una volta gli dissi. « Quando le guerre non ci sono si lamentano, e quando ci sono raccontano al mondo quanto sono terribili». Questo lo sorprese. Mi chiedeva perché lo facessi. Attaccai a raccontare: sangue che scorre sul mio avambraccio, l’espressione di un genitore, una classe da qualche parte, e i pianti alla vista di un medico. Dissi poche parole, e dopo non seppi davverp più cosa aggiungere. Cambiai argomento passando all’artiglieria pesante. Il fuoco dei cannoni ti scuoterà brutalmente. Quando si fa dura tu resta calmo. Questo erano alcune dell cose che ero solito dirgli. Credo che quei tre tipi stiano spalando la terra adesso.

Un vecchio al tavolo vicino fissa. Mi squadra dalla testa ai piedi e tira una boccata di fumo. Stringo il bicchiere e penso di tirarglielo addosso. Se parlassi la sua lingua, gli chiederei cosa diavolo ha da guardare. «Non hai nient’altro da fare, vecchio?» vorrei gridargli. Alcune cose che gli ripetevo suonano ridicole, ora. Stai attento ai bossoli espulsi. Sono bollenti, e potrebbero rompere le lenti della telecamera. Porta sempre con te l’Imodium. Se ti viene la dissenteria sul campo, sei finito. Mi raccomandavo persino dell’importanza di mutande e calzini puliti.. Queste cose adesso fanno quasi sorridere, ma sento le auto mettersi in moto.

Le macchine passano sulla strada alberata. Le prime sono lunghe e nere. Una è stata riempita di fiori gialli acceso. La mano con la birra si blocca a mezz’aria. Lei non mi ha mai incontrato. Porto gli occhiali da sole. Non potrebbe mai riconoscermi seduto qui. Perché dovrebbe guardare verso questi vecchi contadini seduti qui in questo bar? Non avrebbe motivi per farlo. Ha appena sepolto il fratello.

La prima auto mi scivola accanto e vedo il volto di una donna. No, lei non può sapere chi sono. Ma quella donna volge la testa proprio mentre l’auto passa e sembra fissarmi.

In un attimo, la strada è vuota. Le mani mi tremano. I vecchi adesso si alzano; alcuni sorrisi e strette di mano. Si girano e cominciano ad andare. So che non possono capirmi, ma mi alzo dalla sedia e dico loro, «Per favore, non andate».

[ Torna su ]
Ricerca per argomento:
Ricerca libera:
Ricerca geografica:

Sito realizzato da HCE web design - Gestione server e servizi di rete globalproject experimental networks

Tutti i materiali presenti sul sito sono distribuiti sotto licenza Creative Commons

» login «