La crisi economica, politica, sociale e finanziaria che, alla fine del 2001, ha scosso l’Argentina tende, con il passare del tempo, ad attenuare i suoi aspetti più drammatici, ma il paese che resta è profondamente diverso da quello che l’ha preceduto. In queste righe cercherò di spiegare gli aspetti centrali del nuovo scenario attraverso immagini simbolo che, in qualche modo, descrivono i cambiamenti prodotti nell’identità e nelle relazioni tra i soggetti sociali.
«Que se vayan todos» Gli avvenimenti del 19 e 20 dicembre del 2001 hanno segnato la fine della paralisi del terrore nella quale era sprofondata la società argentina dal colpo di stato del 1976. Sono convinto che non si possa comprendere il significato profondo di quelle giornate senza mettere a fuoco la relazione esistente tra la rivolta popolare che ha rovesciato il presidente De la Rua e la storia di questi ultimi venticinque anni. Il 24 marzo del 1976 s’instaurò in Argentina il regime dittatoriale più inumano e criminale di cui il paese abbia memoria. Utilizzando il terrorismo di stato, facendo penetrare il terrore in ogni angolo, la dittatura militare riuscì a imporre il silenzio, la paura, l’oblio in tutto il corpo sociale. Su queste basi, riuscì a distruggere il tessuto sociale faticosamente costruito con le lotte dei decenni precedenti. La società argentina fu obbligata a sopportare isolamento, silenzio, e una brutale privatizzazione e concentrazione economica che condussero il paese alla deindustrializzazione, alla povertà, e alla disoccupazione. Le statistiche ufficiali sono piuttosto chiare. Nel 1975, quando l’Argentina contava ventidue milioni di abitanti, si registravano due milioni di poveri, all’incirca il 10 % della popolazione. Nel 2002, con trentasette milioni di abitanti, i cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà sono più di 18 milioni, ossia il 50% del totale. Il dramma dell’Argentina affonda le proprie radici nel fatto che, negli ultimi venticinque anni, l’applicazione delle ricette neoliberiste, senza tener conto delle conseguenze sociali, ha accelerato in maniera inaudita la concentrazione della ricchezza da un lato, la spoliazione e l’emarginazione della maggioranza della popolazione dall’altro. L’esclusione sociale che soffre il popolo argentino non è il risultato di errori nè tantomeno della corruzione dei politici. L’esclusione sociale è una delle premesse sulle quali si sono consolidati i modelli economici e i piani di restrizione della spesa pubblica degli ultimi venticinque anni, piani disegnati per spendere e non per far crescere il paese. Dopo quattro anni di recessione, dal dicembre del 2001, l’Argentina è collassata. Il meccanismo si è inceppato. La crisi è stata sì provocata dalle contraddizioni insite in questo modello economico ma, in ultima istanza, dalla resistenza crescente della classe lavoratrice. La gente in piazza ha evidenziato i limiti dei modelli di restrizione della spesa pubblica, di impoverimento ed emarginazione sui quali si era consolidata la concentrazione della ricchezza nel corso dell’ultimo quarto di secolo. «Que se vayan todos» è un atto d’accusa alla classe politica che, per azione o omissione, si è resa responsabile dell’attuale disastro sociale. Esprime, inoltre, la decisione di una parte consistente della società civile di riprendere il futuro nelle proprie mani. Da allora, per i centri mondiali del potere, l’Argentina è solo un paese insicuro e insignificante che può offrirgli ormai poco. Per gli argentini, al contrario, il futuro torna ad avere un nuovo significato. La società ha iniziato a muoversi, ad autorganizzarsi e ad accettare la sfida di cercare nuovi valori. E con la sua ricerca incerta e creativa questo paese risulta, agli occhi degli osservatori più attenti, molto più interessante del vecchio, alunno modello e disciplinato del Fondo Monetario Internazionale.
«Piquete y cacerola, la lucha es una sola» In Argentina, i metodi di lotta dei «piquetes» con blocchi stradali era stato molto utilizzato negli anni sessanta e settanta. Questa pratica riapparve nel 1995 quando fu venduta la «Joya de Abuela», Yiacimientos Petroliferos Fiscales, l’azienda petrolifera di stato. Non esisteva alcun motivo per privatizzare la YPF, perché, a differenza di altre imprese pubbliche, godeva di buona salute e produceva stabilmente reddito. Immediatamente dopo la privatizzazione, con l’ossessione di ridurre i costi, i dirigenti della nuova impresa Repsol-YPF chiusero le distillerie di Cutralcò in Patagonia e di Tartagal, nel nord del paese. Due città con venti milioni di abitanti furono improvvisamente condannate alla disoccupazione, di fronte alla passività del governo nazionale. Il primo «piquete» del periodo post-dittatoriale apparve proprio a Cuntralcò: migliaia di persone, uomini, donne e bambini scesero per strada e si sedettero per impedire il transito delle merci. Perché il significato del piquete è essenzialmente questo: interrompere il funzionamento del sistema capitalistico impedendo il transito delle merci. Il blocco stradale è proibito dalla legge. Nonostante questo, la giudice accorsa a Cuntralcò fu costretta a dichiararsi incompetente, perché una cosa è sgomberare una strada occupata da un gruppo di manifestanti, un’altra è utilizzare le forze dell’ordine per sgomberare una strada occupata da ventimila persone, ovvero tutti gli abitanti di Cutralcò. «Questo non è un problema giudiziario, ma politico» fu costretta a dichiarare la giudice. Poichè provocano il blocco della circolazione i piquetes avrebbero dovuto (come accade di solito) determinare il fastidio della classe media. Questo, però, in una società normale. La crisi finanziaria, la svalutazione del peso, il sequestro dei risparmi della classe media da parte delle banche e la rivolta di quelli che avevano perso tutto misero in evidenza come l’Argentina non fosse un paese «normale». Il 19 dicembre, in seguito al discorso del presidente De La Rua che annunciava lo stato d’assedio in reazione al saccheggio dei supermercati da parte dei poveri che gremiscono Buenos Aires, si formò una impressionante mobilitazione spontanea della classe media. Al ritmo dei Carcerolazos, migliaia di persone si misero in marcia verso Plaza de Mayo, centro nevralgico della città, con un’unica parola d’ordine «Que se vayan todos». Che se ne vadano: non solo il ministro Cavallo creatore della parità inamovibile tra peso e dollaro e dei modelli di sviluppo che hanno ridotto salari e pensioni del13% per continuare a pagare il debito; che se ne vada anche De La Rua e tutta la classe politica. La reazione fu molto dura, ma la classe media capì finalmente quanto fosse legittimo interrompere il funzionamento del sistema capitalistico, responsabile d’aver provocato così tanti disastri nella società. In quell’istante, si incrinò la fiducia dei settori medi nelle banche e nel modello neoliberista. Per questo la marcia organizzata dai piqueteros verso il centro di Buenos Aires, il mese successivo alla rivolta del 19/20 dicembre, fu accolta con gesti di solidarietà da parte dei commercianti e dei vicini che scesero in strada per salutare le colonne dei piqueteros come un esercito di liberazione, e per condividere con loro caffè e cornetti, mentre, nei chioschi le signore compravano pandispagna per rendere omaggio ai lavoratori disoccupati, in mezzo agli applausi e al battere delle pentole. Il fatto che colonne di piqueteros disoccupati e classe media ormai disillusa giungessero a Plaza de Mayo con una sola parola d’ordine «Piquetes y Carcerola, la lucha es una sola» segna l’inizio di una nuova tappa nella resistenza che ha ancora molto da offrire.
Una nuova solidarietà sociale Resistenza e ribellione si coniugano oggi, in Argentina, con il recupero di un valore praticamente estinto, la solidarietà. La solidarietà è centrale per i nuovi movimenti, sorti a partire dal 1995. Questo si può dire del movimento dei contadini di Santiago del Estero: ottomila famiglie che abitavano terreni improduttivi abbandonati dai loro padroni. Quando alcune imprese transnazionali hanno tentato di sgomberarle affermando d’aver comprato quelle terre per produrre transgenici, le famiglie hanno deciso di resistere insieme allo sgombero. Avvocati solidali riuscirono a dimostrare che gli abitanti, in virtù della legislazione argentina, avevano acquisito il diritto di proprietà sulle terre avendole abitate per venti anni senza alcun reclamo da parte dei supposti proprietari. Nel prendere coscienza del fatto che queste terre gli appartenevano i contadini si organizzarono in cooperative per acquistare macchinari e ottenere crediti, ma soprattutto si organizzarono nel MOCASE, per rinforzare la solidarietà. Recuperando le tradizioni indigene, queste cooperative lavorano la terra e condividono la vita sociale in comunità. Lo stesso può dirsi del movimento delle fabbriche recuperate e autogestite: già sono più di 130, che stringono vincoli sempre più forti di coordinamento e appoggio reciproco fino al punto che le imprese più consolidate prestano denaro alle cooperative di più recentemente costituzione. Questo può dirsi chiaramente anche per il movimento dei lavoratori disoccupati (MTD) riuniti nella corrente Anibal Veron. Si tratta di un movimento orizzontale, senza capi né portavoci, con una dinamica partecipativa che decide all’interno di un assemblea e a mette in primo piano la comunità. I sussidi di disoccupazione che concede lo stato sono centralizzati e ridistribuiti a ognuno secondo le personali necessità. Si crea, inoltre, un fondo comune destinato alle imprese produttive che appartengono alla comunità come una panetteria o una piccola fabbrica di cemento. Un episodio vive impresso nell’immaginario collettivo. Il 26 giugno del 2002, il movimento piquetero ha organizzato una giornata di lotta che prevedeva la chiusura delle vie di accesso di Buenos Aires. Quando il movimento ha cercato di isolare il Ponte Puerridon che collega Buenos Aires alla città di Avellaneda ha subito un violento attacco da parte della polizia. Nel momento in cui i manifestanti si stavano dirigendo alla stazione dei treni per abbandonare quel luogo, la polizia ha iniziato a sparare. In quell’occasione è stato ferito mortalmente Maximiliano Kosteki. Un altro compagno, Dario Santillian, è tornato indietro per aiutare Maximiliano. Questo gesto gli è costato la vita, perchè anche lui è stato aggredito dalla polizia e colpito freddamente alle spalle dal commissario Franciotti, che guidava l’operazione e che attualmente è sotto processo per quest’episodio. Quando io e altri membri della nostra generazione siamo venuti a conoscenza del fatto, ci è subito tornato in mente un episodio della guerriglia degli anni settanta: appena conclusa una distribuzione di alimenti in una baraccopoli di Cordoba, un gruppo di combattenti dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo (Erp) era stato attaccato dalla polizia, e, mentre correva, mia cognata Ana Maria Villareal, fu colpita alla caviglia da un proiettile e cadde al suolo; Sebastian Llorens già salito sul veicolo che l’avrebbe portato in salvo, scese e tornò indietro per aiutare Ana Maria. Tutte e due furono arrestati. Ambedue ,oggi, sono morti in altre circostanze che però qui non menzionerò. Sono sicuro che tanto Dario come Sebastian non abbiano mai pensato di essersi comportati come eroi, ma semplicemente di aver agito come avrebbe fatto qualunque compagno nelle stesse circostanze. Se oggi in Argentina la solidarietà torna a essere moneta corrente, questo vuol dire che il paese è davvero cambiato.