Claims! #1 Movimenti e rappresentanza

Movimenti e rappresentanza: un rapporto di conflitto

Giovedì 16 febbraio 2006

Le recenti elezioni primarie del centrosinistra e la nostra "incursione del senza volto", ci offrono la possibilità di ragionare attorno al tema della rappresentanza, o meglio del rapporto tra rappresentanza e movimenti.
Il nodo della rappresentanza è, da sempre, per i movimenti un rompicapo.
Uno di quei punti dove possono emergere la visione potente di una dinamica innovativa e costituente o, al contrario, tutti i limiti di una subordinazione dei movimenti al sistema dei partiti e della delega.

Cominciamo con il dire, in maniera più diretta possibile, che la rappresentanza è nemica dei movimenti, e che il rompicapo trova il suo fondamento non in un rapporto “armonico” o lineare tra espressione radicale dei bisogni e dei desideri e dinamica della rappresentanza, ma proprio nel contrario: la rappresentanza è per i movimenti un terreno di conflitto continuo, articolato e complesso. Il rompicapo dunque non è basato sull’incertezza di questo rapporto, che appunto può essere solo nettamente definito da un conflitto, da una alterità che i movimenti esprimono nei confronti della rappresentanza, ma invece su come attraversare quel campo, su come disarticolarne i meccanismi, su come affrontarlo.
La rappresentanza è anche, sempre, un apparato di “cattura” delle istanze radicali e rivoluzionarie, che trova il suo scopo nel ridurre e controllare i conflitti sociali, ridurne la potenza di cambiamento e controllarne la capacità. Quindi la semplice testimonianza del nostro essere “contro” non basta.
E’ questa la motivazione principale che ci ha spinto a produrre sperimentazioni su questo terreno, che in questi ultimi anni si sono diffuse e moltiplicate, tra incursioni, candidature indipendenti ed anomale, relazione con chi invece della rappresentanza fa la sua ragione sociale, cioè i partiti.
Ma bisogna che chiariamo a noi stessi e a tutti il senso di questi percorsi, da dove traggono origine, quali sono i “paletti” che abbiamo piantato sul campo e che ci aiutano ad orientarci.
L’apparato di “cattura” di partiti, istituzioni e rappresentanza è tutt’altro che debole. E’ certamente in crisi, ma ha imparato a fare di questa sua condizione irreversibile, una virtù. La rappresentanza, e con essa il sistema dei partiti, si innerva nelle nuove forme di organizzazione del lavoro, nella nuova composizione della società della comunicazione, nei nuovi spazi aperti dall’impossibilità di comprimere definitivamente la spinta delle lotte globali contro l’impero. Quindi, ri-trovare il senso del nostro rapporto conflittuale con questo terreno, analizzare quali sono state negli ultimi anni, dagli anni 90 in poi, le sollecitazioni che ci hanno portato a sperimentare nuove forme di conflitto, di attraversamento, di incursione nella macchina della rappresentanza, equivale non solo ad avere le idee più chiare, ma anche ad elaborare collettivamente gli strumenti teorici e pratici per eludere i suoi dispositivi di cattura.
Partiamo quindi da queste due prime tesi: Il rapporto tra rappresentanza e movimenti è un rapporto di scontro, in cui le rispettive traiettorie non convergono, ma anzi non possono che divergere; La crisi della rappresentanza non significa una sua innocuità, anzi. Essa definisce i nuovi strumenti in cui il processo della rappresentanza diviene nuovo processo di comando.

Lo scontro quindi con il sistema dei partiti e della rappresentanza, è uno dei tratti fondanti dell’azione dei movimenti.
Ma perché quindi si è passati negli anni ad affrontare in maniera diversa questa questione?
Perché si è passati dall’astensione, dal rifiuto, che rimane comunque iscritto nelle azioni di movimento contro la rappresentanza, alle incursioni, alla partecipazione critica, anomala alle elezioni municipali o alla relazione con alcuni partiti o liste?
Noi, nella nostra piccola esperienza, abbiamo provato a ripercorrere il passato recente degli anni 90, che ha visto la nascita delle prime sperimentazioni, allora osteggiate da molti ma che oggi fa bene rivedere, ricordare, perché in esse vi è sempre contenuto lo spirito della nostra prima tesi.
Oggi, a furia di non fermarci a pensare, rischiamo di perdere la bussola, che non è certo orientata alla partecipazione al gioco della rappresentanza, della delega, del consenso.

Ma se un tempo tutti guardavano con superficiale diffidenza ai nuovi modi di intendere il conflitto con la rappresentanza, anch’essa mutata come tutto il resto, oggi si rischia che vi sia un rapporto acritico, lineare, con questo terreno, che non ci appartiene, è scivoloso e pericoloso, è nemico.
Questo significa consegnarsi all’apparato di controllo, mani e piedi legati. E soprattutto non cogliere la potenza costituente dei movimenti, ma vederli semplicemente come processi di produzione di consenso e, alla lunga, di governo.

Gli anni 90 e il fattore PZF

PZF, ovvero P come Postfordismo, Z come Zapatismo, F come Federalismo. E’ l’incrocio e l’incontro da parte nostra con questi tre elementi concettuali e materiali, che trovano la loro esplosione agli inizi dell’ultimo decennio del XX secolo, che risulta determinante per noi nell’elaborazione di una nuova strategia nel rapporto con i dispositivi della rappresentanza.

Agli inizi del 1990, mettendo a frutto il lavoro teorico condotto in Italia e soprattutto in Veneto già dagli anni 70 sull’analisi delle modificazioni del sistema produttivo, dai seminari di Parigi costruiti con molti compagni esuli emerge con forza questa definizione: postfordismo.
La questione è definire anche con un nome concettuale il salto di qualità che le lotte e le risposte capitalistiche ad esse hanno determinato superando la vecchia dimensione produttiva che vedeva al centro la fabbrica fordista. E’ evidente che questo lavoro di analisi teorica e ricerca sul campo condotti dalla soggettività dell’operaismo italiano, affonda le sue radici ben prima, ma è all’inizio del 90, con alcune pubblicazioni come la rivista “Riff-Raff” e appunto cicli seminariali, che il postfordismo si dota di tratti chiari e definiti, che diviene lessico e linguaggio di movimento: dalle inchieste condotte nei laboratori di esternalizzazione della produzione che riempiono di capannoni le campagne venete a cavallo del grande ciclo di lotte degli anni 70, dalla definizione negli anni 80 del “modello Benetton” e della sua caratteristica di “rete”, passiamo all’individuazione di un nuovo modello generale di produzione capitalistica, che sottopone la nuova composizione di classe che esce dalla fabbrica, a nuove dimensioni di sfruttamento.
A rileggere tutto quel materiale teorico, viene in mente ciò che ora è patrimonio e senso comune, quello che oggi appare come chiaro e scontato nell’analisi della condizione precaria generalizzata o dei dispositivi capitalistici globali di comando sulla cooperazione umana. Ma allora, 15 anni fa, molti di quelli che oggi scrivono saggi e libri sul postfordismo e sul precariato, ci accusavano di svendere la gloriosa tradizione operaia!
Tanto a dire che, a volte, chi arriva prima non ha certo i privilegi del podio…Comunque, poco male, tante rotture di scatole, accuse e letture distorte oltre a dare fastidio, non hanno potuto fare: quell’analisi era giusta e intravedeva ciò che oggi è realtà consolidata.
Capire in termini materialistici le fattezze del mondo che ci circonda, è una ostinazione che non ci toglie, per nostra fortuna, nessuno. Capire significava porsi il problema di come aggredire la condizione del nuovo sfruttamento, come organizzare la soggettività operaia postfordista, quella delle partite iva, del lavoro a progetto o della collaborazione continuativa.
Delle cooperative fino ad arrivare al lavoro in affitto. Significava anche osservare come, cambiando il punto focale dell’organizzazione del lavoro, la città, il territorio, i distretti produttivi, divenissero nuova fabbrica, tenuta in piedi come complesso unico e reticolare da un preciso sistema di governo.

E’ così che i “nessi amministrativi”, il governo del territorio, abbandonano la loro classica funzione di presidio dislocato dello stato centrale, e nel mentre proprio quest’ultimo vive la sua crisi più piena travolto dalla globalizzazione, assumono nuove funzioni, tutte interne alla nuova organizzazione del lavoro e alla nuova estensione del mercato.
E’ il momento in cui, in particolare a nordest ( termine coniato “politicamente” proprio in questo periodo ) la fabbrichetta a conduzione familiare allargata, tratta le commesse e gli appalti direttamente con Honk Kong. Allo Stato nazione in crisi vengono assegnati nuovi compiti, che non sono più la costruzione di quadri di mediazione tra capitale e lavoro, ma invece attengono in tendenza al controllo sociale e alla gestione dell’ordine. Non che prima queste funzioni non fossero proprie dello stato nazione, ma con la globalizzazione, con il mercato unico mondiale, esse diventano l’essenza stessa dello stato, che al contrario non trova più significato in una gestione continentale e globale di altre funzioni, come la regolazione mercantile, dal commercio alla produzione di beni, l’organizzazione del lavoro e la mediazione con la forza-lavoro stessa.
E’ il periodo in cui strutture sovranazionali come il FMI e la Banca Mondiale cominciano ad emergere pubblicamente come i luoghi dove si decidono le leggi finanziarie dei vari stati, in cui nuove entità di controllo e regolazione, formate dai Top Manager delle multinazionali e dai ministri dei paesi più industrializzati, cominciano a crescere ed operare direttamente su scala globale, come nel caso del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio.
Cominciano lì, a cavallo di una crisi irreversibile dello stato nazione e di una dinamica globale di mercato che non ha ancora un governo, il percorso che poi porterà milioni di persone dopo un decennio a contestarle in tutto il mondo, come i veri responsabili dello sfruttamento e delle politiche economiche che vengono imposte nei vari paesi.
A fronte di questa situazione, la produzione postfordista evidenzia almeno tre campi fondamentali su cui si innerva l’organizzazione del lavoro: il livello territoriale, organizzato come una rete produttiva cooperante, come una vera e propria fabbrica in cui i reparti e le funzioni crescono, e possono reggere nella competizione globale, in maniera direttamente proporzionale alla loro capacità di fare sistema; il livello continentale, terreno in cui si misurano nuovi meccanismi di regolazione, ad esempio con l’introduzione di monete uniche e dei tristemente noti “parametri di stabilità”, che possano permettere una competizione nello scontro sul governo globale del mercato capitalistico, dominato dagli stati uniti e dal dollaro, ( il “secolo cinese” non è ancora iniziato ); il livello globale, in cui rounds e trips, trattati e accordi, diventano la ragione sociale di nuovi luoghi della decisione e della pianificazione neoliberista, i nuovi ring dove si scontrano, a colpi di strategie di mercato e bolle speculative, investimenti e limitazioni protezionistiche, guerre con i bombardamenti e con il calo dei tassi di interesse, i nuovi capitalisti.
Le Nazioni Unite sono definitivamente in agonia verso la morte certa (l’attuale epoca di guerra globale ci ha messo la lapide) mentre G8, WTO, FMI, WB si preparano a una stagione di grande centralità nella costruzione imperiale.

Il territorio e le nuove funzioni produttive

Il territorio, e parlare di locale sarebbe fuorviante, proprio perché esso si gioca direttamente su un piano globale, assume quindi nuove funzioni produttive, di governo dei beni comuni, di piena e diretta organizzazione sociale. E’ abbastanza scontato pensare a questo come un processo sociale complessivo. Infatti il tramonto dello stato nazione, si accompagna ad uno smantellamento continuo, progressivo, del welfare conosciuto durante l’epoca fordista.
Dai contratti di lavoro ai servizi essenziali, tutto cambia per plasmarsi alle nuove esigenze del mercato e della globalizzazione. La dinamica postfordista assume il compito di organizzare il nuovo sfruttamento maneggiando una forza-lavoro che non è più quella di prima: la capacità di produzione immateriale ( altro nome concettuale che emerge con forza in questo periodo ) si fonde con quella materiale, la tendenza alla cooperazione e la qualità che esprime, rende obsoleto ed inutile ai fini del controllo e della sottomissione, il vecchio sistema standardizzato.
E’ il tempo in cui alla Toyota giapponese si sperimenta la “qualità totale”, come alla Fiat di Melfi, mentre quella piemontese si estende in una miriade di piccole e medie imprese che lavorano fuori dai vecchi stabilimenti, in appalto e subappalto. Il nordest inizia a costruire la sua ottava provincia, la Romania.
I “distretti produttivi” sono la nuova fabbrica. Gli operai di questa nuova fabbrica sono tutti quelli che vi abitano dentro.
L’orario di lavoro è tutto l’intero arco di vita, e al lavoro vengono messe tutte le capacità e le attitudini, dal cervello alla relazione, dalle braccia alla creatività. Le amministrazioni comunali e territoriali, si trovano a dover gestire produzione, sviluppo, stabilità di questa fabbrica a rete. E’ in questo contesto che i “nessi amministrativi”, quei legami che si creano inevitabilmente tra operai posfordisti e territorio, e che si coagulano attorno ai processi di costruzione della rappresentanza municipale, diventano terreno di “riappropriazione dal basso” per chi percorre la nuova fabbrica sociale con l’intento di rovesciarla.
La contraddizione tra stato centrale in disfacimento e poteri territoriali che si costruiscono attorno alla definizione di una nuova organizzazione sociale produttiva, esplode in tutta la sua evidenza. E’ in questa contraddizione e transizione da un sistema all’altro, che trova fondamento una nuova strategia di conflitto con la dinamica della rappresentanza. La riappropriazione dei nessi amministrativi, l’incursione all’interno dei meccanismi del governo municipale, trovano senso a partire da questa analisi.
A partire innanzitutto dalla domanda: come organizzare la composizione sociale produttiva che vive nella fabbrica a rete?
Come aumentare le contraddizioni che emergono dalla transizione che porta dal sistema statale nazionale a quello delle “autonomie locali”?
Come trasformare la forte spinta all’autonomia fiscale, amministrativa, gestionale, che deriva dal nuovo modello produttivo in spinta verso l’autonomia sociale?

Agli inizi degli anni 90 queste domande sono state la base su cui abbiamo iniziato a riformulare una teoria, una strategia e una tattica per quanto riguarda il nodo della rappresentanza.
Abbiamo, alla luce di questi ragionamenti, iniziato ad elaborare sperimentazioni sul terreno della rappresentanza a livello territoriale-municipale. Partendo dall’assunto fondamentale che la dinamica della rappresentanza e della delega ci è nemica, sempre e su ogni piano, abbiamo cercato di leggere le trasformazioni del mondo che ci circondava in termini materialistici e concreti, e di rovesciare il modello di nuovo controllo capitalistico che si stava costruendo, per utilizzarlo verso l’aumento e l’organizzazione di conflitto.
I primi timidi e abbozzati tentativi di individuazione dei nessi amministrativi come nodo centrale da aggredire per agire la nuova fabbrica sociale, avrebbero presto, in pochi anni, fatto spazio a vere e proprie correnti di pensiero, che da altre latitudini e con altre origini, avrebbero fornito a noi e a milioni di altri, nuovi motivi per occuparci in termini nuovi di come disgregare l’unità del comando e allo stesso modo di come pensare a nuove forme di organizzazione sociale nell’autonomia.

Lo zapatismo irrompe per noi nel bel mezzo di questo dibattito. Ci rendevamo conto, analizzando le trasformazioni produttive nel nostro territorio, che nonostante apparisse tutto abbastanza chiaro, vi era uno scalino, un ostacolo, che ancora ci impediva di procedere più sicuri, con più forza, che ancora ci impediva di costruire vero e proprio linguaggio su questo terreno: era rappresentato dalla forte particolarità territoriale con cui si connotavano alcuni dei fenomeni che stavamo osservando e che cercavamo di interpretare.
Dall’innovazione produttiva della “locomotiva nordest” al movimento dei sindaci, dalla richiesta sociale dei nuovi produttori/consumatori di autonomia dallo stato, alla forte introduzione di forza-lavoro migrante, tutto aveva come epicentro il nordest, e solo quello. Si era ancora alla fase del laboratorio, e questo ci costringeva ad andare anche cauti nelle formulazioni di nuova teoria.
Ci consentiva di avere sotto mano una straordinaria occasione, ma anche ci impediva di allargare discorsi e orizzonti. Fu il periodo (dopo la Pantera), non a caso, in cui avevamo meno contatti e relazioni con altri fuori dal nostro territorio.
I nostri ragionamenti, che cercavamo comunque di comunicare a tutti, venivano visti spesso come una sorta di “secessionismo” di sinistra, o nel caso dei nessi amministrativi come una specie di “svendita alle istituzioni”.
In un panorama politico di movimento balbettante dopo la caduta del muro di Berlino, che sembrava non essere capace di rispondere con i fatti al Fukuyama della “Fine della Storia”, gli unici cicli di lotte, brevi ma interessanti, erano stati nel finire degli anni 80, contro il nucleare, e poi nell’89 la lotta che partì dalla resistenza allo sgombero e distruzione del Leoncavallo, che determinò forte pratica di conflitto e dibattito attorno al nodo del governo delle città.
Nel 90 il movimento della Pantera, e poi basta. Mancava, e l’avevamo registrato già nel 91 con l’International Meeting a Venezia, un nuovo orizzonte, un linguaggio comune, un immaginario forte, non in difesa, che andasse non solo oltre il nordest, ma anche oltre gli angusti confini nazionali.
Nel 1994 accade questa straordinaria cosa: l’insurrezione zapatista del primo gennaio, parla un nuovo linguaggio, affianca nuove armi alle vecchie. Zapatismo e autogoverno

Lo zapatismo, la sua capacità di attrarre e di farci sognare nuovamente, diventa spazio pubblico di elaborazione e linguaggio comune per i movimenti in tutto il mondo.
In realtà, a vederla oggi, anticipa il grande ciclo di lotte globali, la prima ondata di conflitti direttamente immersi nell’era della globalizzazione, che da Seattle ci porteranno, lungo l’arco di due anni, a Genova.
Lo zapatismo pone il problema, nella pratica e nella teoria, dell’autogoverno. Ci mostra un’organizzazione possibile attorno all’entità dei municipi ribelli uniti nel territorio da un patto, un fedus, articolando il proprio progetto attorno al nodo dell’autogoverno dei beni comuni, contro il governo come entità unica, separata e generale dello stato.
Lo fa con le armi, cosa fondamentale per intraprendere un “esodo” possibile, ma anche e soprattutto con la costruzione di nuovi spazi pubblici, con l’uso creativo del simbolo, della comunicazione, del mito.
Di nuovo, e attraverso l’esperienza zapatista questo finalmente assume una estensione globale e diventa linguaggio universale dei movimenti, il tema del territorio, della democrazia municipale, della critica alla rappresentanza generale e stabile, diventa centrale.
Il nodo dell’autogoverno si intreccia con la pratica, le pratiche di autorganizzazione sociale, proprie del nostro agire politico da sempre, e ciò produce nuova prospettiva alle lotte quotidiane, all’attraversamento del rapporto in crisi tra stato centrale e municipi, al concetto stesso di rappresentanza. Non è più solo nel nordest italiano che si discute di questo, ma con l’incredibile spinta di una nuova rivoluzione che avviene nel sudest del messico, il dibattito attorno a questi nodi diventa globale.
Tanto per capirci i “cantieri” che in molte città mettono insieme esperienze di partito sensibili e realtà di movimento per elaborare proposte comuni attorno al nodo del governo del territorio, dei luoghi della decisione, della difesa dei beni comuni, partono da lì.
Molto, moltissimo quindi ha giocato l’insurrezione zapatista nel farci continuare la sperimentazione, dandole nuovo immaginario globale, delle incursioni e dell’attraversamento critico e progettuale del nodo della rappresentanza, modificata dalla nuova organizzazione del lavoro, a livello territoriale.

Il Federalismo municipale

Vi è un terzo nodo che per noi ha significato molto nell’esercizio di nuove pratiche attorno al nodo della rappresentanza: il federalismo.
Ad un certo punto, sul finire degli anni 90, abbiamo dovuto porci con forza il problema. Già il dibattito e le sperimentazioni sui nodi dell’autonomia dallo stato e dell’autogoverno, ci avevano fatto incontrare con correnti di pensiero di tipo federalista interessanti ed importanti. Era il nostro modo per riempire un vuoto a sinistra, clamorosamente segnalato dal crescere del fenomeno leghista che lo riempiva da destra.
Fu il tempo in cui la lega divenne il partito più votato dagli operai, qui a nordest. Bisognava porsi il problema e questo era uno dei motivi. Ma quando ci accorgemmo cosa stava crescendo anche all’ombra della lega, in mezzo alle campagne “industrializzate” del profondo veneto, allora decidemmo di non indugiare più.
Nel 97 i “serenissimi” prendono e occupano armati il campanile di S.Marco a Venezia. Vogliono la secessione da Roma. Al di là dell’evento, che se permettete un po’ sconvolge tutti, questo ci dà l’occasione per cominciare un’inchiesta (le cui parti salienti sono state pubblicate dal “Manifesto” in due puntate) sul territorio.
Vi immaginate cosa significava per noi vedere i reparti speciali dei carabinieri che facevano irruzione nelle case che issavano la bandiera della serenissima (ed erano molte) ?!
Oppure sapere che vi erano in tutti i bar della Bassa padovana le ampolle per la raccolta di soldi per i “patrioti”!?
Fu lo stesso periodo in cui i produttori di latte di Vancimuglio si scontrarono con la polizia sparando addosso ai plotoni della celere tonnellate di letame liquido per difendere i blocchi dell’autostrada.
I neonazisti di Forza Nuova tentavano di infiltrarsi in queste dinamiche, che a nord di Venezia vedevano ad esempio la nascita di gruppi organizzati che si rifiutavano di pagare le tasse e poi si difendevano tutti insieme dall’arrivo della guardia di finanza che voleva pignorare ( scontri, arresti, etc.).
Come orizzonte generale avevamo quello che era successo a poca distanza da noi, nell’ex yugoslavia: tensioni secessionistiche, anche come risposta alla globalizzazione, si trasformavano facilmente in localismi etnici e radicali, aprendo la strada alla xenofobia, al fascismo, alla pulizia etnica. La lega, pur svendendo allo stato i “radicali” ( alleandosi con Roma ) soffiava sul fuoco del razzismo, cercando di dirottare le spinte contro il potere centrale verso i migranti ( con i deboli è sempre più facile, soprattutto se condividi con Roma il governo ) che ormai reggevano con una forte presenza la produzione industriale del “ricco nordest”. Non si poteva stare a guardare!
In occasione della prima udienza del processo ai Serenissimi, all’aula Bunker di Mestre, che rischiava di trasformarsi in un palcoscenico per tutti i gruppi di destra secessionisti “etnici”, decidemmo di irrompere sulla scena, scontrandoci con loro e con la polizia. L’obiettivo era la disarticolazione di “operazioni” da destra sulle spinte sociali antistatali, e il lancio da sinistra, in termini radicali e aperti, di possibili percorsi di autonomia territoriale.
Rispondere alla sinistra statalista, che come sempre aveva una sola ricetta, polizia, polizia e ancora polizia, alla destra secessionista etnica, alla Lega razzista.

Ancora il nodo della rappresentanza, di chi decide e come in termini sociali su un territorio, bisognava attraversarlo, bisognava inventarsi il come.
Il federalismo radicale poteva essere una cornice ideale e generale che univa queste diverse esigenze, che univa “democratici e ribelli” contro lo stato e contro il localismo etnico.
Federalismo radicale che si è espresso all’interno di ricerca e sperimentazione sul campo municipalista. Come fattori di moltiplicazione, questi tre elementi, la riappropriazione dei nessi amministrativi, lo zapatismo, il federalismo municipale, giocano un ruolo uno verso l’altro nella produzione di azione politica di questi anni. Pensiamo al municipalismo, a quella che oggi è la “rete del nuovo municipio” che con altre realtà, abbiamo contribuito a costruire, o al dibattito scaturito da Porto Alegre sulla democrazia partecipativa.
Uno degli aspetti fondamentali è quello che emerge incrociando le nostre convinzioni di base sulla rappresentanza, e le spinte di un dibattito e di una pratica ben più ampia di noi, della nostra stessa dimensione “nazionale”.
Vi è una tensione continua, o almeno è quella che a noi preme sottolineare, all’andare verso “fuori” quando si attraversano le dinamiche istituzionali. Questo è importante, perché in realtà vi può essere, abbiamo visto tutti, anche un’altra concezione, che in realtà svolge un’azione di “recupero” delle istanza radicali, cioè pur partendo da giuste spinte, all’attraversamento critico del terreno istituzionale della rappresentanza, alla fine non libera la radicale propensione a disarticolare le istituzioni, ad aumentarne la crisi per rafforzare i movimenti. E quindi si ripiega su sé stesso e anzi, viene ridislocato come meccanismo di recupero dei movimenti alle istituzioni. Avere sempre il “fuori” come riferimento è utile per non confondersi. Attraversare dunque anche se in maniera critica, non è sufficiente: bisogna farlo con la tensione a separare sempre più i movimenti dalle dinamiche istituzionali, dai partiti e della rappresentanza.(cfr. con doc. allegato di A.Negri)

Rappresentanza e forma partito

La crisi e la sconfitta della democrazia rappresentativa significa, in base a tutto ciò che andiamo dicendo, la crisi e la sconfitta inequivoca della forma partito.
I partiti oggi possono solamente avere la funzione di agenzie di servizio dei movimenti, per questo noi, pur privilegiando in assoluto i cicli moltitudinari, scegliamo nella fase non una identificazione ma una relazione con partiti “leggeri”, tanto nell’identità quanto nella struttura, in modo tale da non delegare mai alla struttura formale di un partito ciò a cui solamente i movimenti hanno legittimità: in primis la decisione. Partiti non costruiti attorno all’idea di rappresentanza generale e di identità fissa.
Il rosso del colore delle bandiere e la tranquillizzante ortodossia di simboli e rituali, a volte si rivelano più pericolosi, perché stabili, fissi, immutabili, inossidabili, di altri colori più sfumati. Per quello che dobbiamo fare noi, meglio “leggeri” che “pesanti”, perché l’obiettivo rimane rafforzare i movimenti, non dare ossigeno ai partiti. (cfr. con doc. allegato di M. Tarì )

Per concludere…
Nel caso dell’esperienza del “senza volto” alle primarie del centrosinistra, così finiamo parlando di quello con cui abbiamo iniziato, vi sono alcuni nodi che vanno secondo noi affrontati bene. Premesso che riteniamo positivo il bilancio finale di questa incursione, all’interno di un meccanismo con cui la “partecipazione democratica” proprio non c’entra nulla, bisogna affrontare anche in termini autocritici alcune cose.
Dovevamo accentuare, sottolineare di più l’esternità al meccanismo finale del voto. Non dovevamo farci prendere dall’ansia di dover rispettare una specie di mandato ( quelli che avevano firmato ) e dalla necessità di contarci, anche se era per per far contare di più i temi che abbiamo messo sul piatto.
Ancor di più per l’esito finale: quello proprio di un’operazione che comunque ha espresso soprattutto l’opinione di un blocco moderato di qualche milione di persone, tutte sopra una certa età, utilizzando l’intero meccanismo per confermare la stabilità, il governo dei sepolcri imbiacati, per i mastella, i dipietro, i cofferati e i prodi.

Ma la ragione principale per cui dovevamo riuscire a gestire meglio l’uscita prima del voto, sta nelle cose scritte prima. Non possiamo sottovalutare, in nessuna incursione o attraversamento, il senso che produciamo: lì doveva essere più chiaro che il senza volto nasceva dalla critica alla rappresentanza, dal suo rifiuto di essa.
L’importante per noi è sottolineare queste cose, perché ci diventino utili, diventino esperienza collettiva per nuovi percorsi. In questo l’avventura del senza volto è stata molto importante e positiva. Nei nostri territori l’ideazione collettiva di un simbolo di movimento, che ci ha permesso di iniziare nuovamente la costruzione di nuovi spazi pubblici, di continuare ad alimentare l’immaginario e le pratiche comunicative dal basso, è stata importante. Oggi il senza volto continua a dare i suoi contributi, continua a parlare e a far parlare, immerso nella quotidianità delle lotte, ma anche proiettato verso qualcosa di più, di potenzialmente più grande e capace nuovamente di farci, in movimento, essere tanti, diversi e insieme.

Questa breve e anche incompleta “storia” del nostro rapporto con il problema della rappresentanza, ha come obiettivo quello di far capire che da qui, da queste tensioni, analisi, convinzioni partono anche le esperienze che conduciamo oggi.
Vi è sempre il rischio, quando si percorrono lunghi ed intricati tratti di strada e ad ogni metro si ricevono nuove sollecitazioni da un paesaggio che cambia, di scordarsi da dove veniamo e, soprattutto, perché continuiamo a camminare.
Il dove andiamo è un’incognita per tutti, anche se già rispondere alle prime due domande, può servire a definire dove non vogliamo andare.
Non vogliamo andare verso il sistema dei partiti e della delega, perché li riteniamo in crisi irreversibile e ostacolo al cambiamento. Non vogliamo che il rapporto tra movimenti e rappresentanza sia vissuto in maniera lineare, armonica, scontata, perché pensiamo che possa esserci solo rapporto di conflitto tra essi.
Non vogliamo tornare a “guardare dalla finestra” mentre tutto cambia, perché anche questo è un modo di arrendersi allo “stato di cose presenti”, anche se tranquillizzati dall’essere in linea con i dogmi “dell’ortodossia di movimento”.
Non vogliamo rinunciare a proseguire le sperimentazioni perché non tutto va sempre come vorremmo.
Non vogliamo che le incursioni diventino “trovate”, furberie, scorciatoie, invece che dirette conseguenze di analisi e ragionamenti politici precisi.

Possiamo aver commesso errori, è certo, nel maneggiare questo argomento così scivoloso, ma chi non commette mai errori probabilmente sta solo fermo. Noi siamo in movimento.

Allegati a questo documento ve ne sono altri due, molto più rigorosi nell’analisi del nostro tema, la rappresentanza, la sua crisi, il rapporto di movimento con essa.
Sono contributi dei compagni di Uninomade, Marcello Tarì e Toni Negri.
Ci piace chiudere con questo riferimento al laboratorio teorico che con grande sforzo questi due compagni e altri stanno tenendo in piedi.
E’ da luoghi come quello, direttamente immersi nelle lotte sociali di cui siamo parte, che sono emersi, nel corso degli anni, gli spunti, le intuizioni, e la ricchezza di dibattito che è fondamentale per non essere risucchiati dal pensiero unico.

I fratelli e le sorelle del nordest

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