1. Una sconfitta per il Faraone
Partiamo da un dato politico che è oramai sottoscritto da osservatori di diverso "orientamento": gli americani hanno perso la guerra irakena. Gli USA non sono riusciti ad affermarsi come un potere che si vuole compatto, solido e capace di schiacciare le forme di resistenza sviluppatesi ovunque l’esercito a stelle e strisce ha tentato di "esportare la democrazia". Manca poco, immagino, a che qualche teorico conservatore – old o neo, poco importa - ne prenda atto e scriva una buona volta un saggio sull’impossibilità per la democrazia di essere trattata come una qualsiasi merce liberoscambista, che vi è una intransitività consustanziale che condanna il progetto neoconservatore a un fallimento a priori. Il passagium non riesce, si impantana ancor prima di aver raggiunto la terra ferma della "pace". Forse non è ancora il momento del crollo di quella che abbiamo chiamato "democrazia reale", ma sicuramente è indice di una rottura abbastanza netta e profonda nel suo tessuto costitutivo. Il reale della democrazia contemporanea è tutto dentro questa impossibilità ad essere persino fedele a se stessa, ai suoi rituali invecchiati male e si condanna da sé al divenire irreale. Come il filosofo che cantava tristemente "oh amici, non c’è nessun amico", così lo schermo digitale detta il verso realista alla pubblica opinione "oh democratici, non c’è nessuna democrazia".
Il progetto fallimentare, appunto, dei neocon era quello di riuscire a surdeterminare la crisi di comando - dovuta alle turbolenze interne ad un Impero in ricerca di un possibile ordine globale, al crash finanziario seguito all’implosione della new economy e a movimenti di moltitudine sempre più radicali e radicati - attraverso l’affermazione unilaterale di un potere monarchico degli Usa su tutta la struttura imperiale, laddove l’affermazione andava imposta con l’intensificazione e l’allargamento di una strategia che pone la guerra come sua base ontologica e che, infatti, è stata definita una "guerra globale e permanente". Una monarchia democratica, come si converrà, non è solo una contradictio in adjecto ma anche una scommessa rischiosa del potere sulla propria durata. Bene, questa opzione strategica, questo rischio che la temporalità del comando ha imposto a quelle che scorrono a diverse velocità nel mondo è stato sconfitto sia sul livello dello scontro inter-imperiale che su quello con le moltitudini.
Allo stesso tempo gli Stati Uniti vivono una crisi politica interna molto seria, specie dopo la verificata incapacità di ricostruire la propria società, ovvero di operare biopoliticamente, ad esempio in seguito alle devastazioni "razziali" dell’uragano Katrina ma anche, come ci raccontava Judith Butler riflettendo sul post-undici settembre, per non avere avuto il coraggio di elaborare una politica del lutto che sia comunanza e non irrigidimento identitario; in Iraq d’altronde continua lo stillicidio di attacchi e contrattacchi e i sondaggi interni alla società americana sono inclementi verso Bush e la sua corte dei miracoli. La strategia delle "urne & carri armati SPA" è perdente sotto i tutti i punti di vista. Le piaghe d’Egitto, ancora una volta, hanno messo in ginocchio il Faraone.
Dall’altro lato, ed è forse quello più interessante, gli USA non sono riusciti a compiere quel golpe nell’Impero, del quale si parlò a proposito della guerra scatenatasi dopo l’11 settembre e che doveva suggellare l’unilateralismo monarchico americano, anche per altri motivi. Emergono infatti con sempre maggior vigore altre potenze continentali - Cina, America Latina e India, in primo luogo - che vogliono imporre un multilateralismo imperiale e così altre forze "aristocratiche", ovvero capitalisti transnazionali che oramai guardano al progetto monarchico americano come un oggettivo ostacolo all’espansione delle loro macchine per il profitto. Il senato del capitalismo mondiale riunitosi a Davos quest’anno, era quasi imbarazzato nel dover trattare gli effetti catastrofici delle politiche americane sull’economia globale.
Il capitalismo è un sistema pragmatico, iperrealista, e quando identifica i problemi nel processo della propria valorizzazione non ha alcun problema morale nel cambiare rotta. Queste forze capitalistiche, dunque, vogliono la ripresa del progetto di un Impero policentrico dotato di una struttura reticolare del comando, un diagramma di potere meno rozzo dello schematismo neocon ma più funzionale alla produzione di consenso che, nella semiotica del capitalismo, significa maggiori margini di profitto. Se il comando unilaterale è rotto non significa infatti che non vi sia più comando ma che esso si determina altrimenti, cioè in modi più consoni al funzionamento biopolitico e informazionale della struttura sociale globale. La sinergia tra capitale transnazionale e potenze continentali che ricercano uno spazio di affermazione, crea dunque un nuovo scenario che per le moltitudini è molto importante perché riterritorializza fortemente le lotte a livello continentale e perché permette ai movimenti di incunearsi più agevolmente nelle maglie della governance ai suoi diversi gradi (locale, continentale e globale). Per lacerarle, ovviamente.
2. Cinemoltitudine
Gli USA, e più in generale il comando imperiale, registrano oggi anche la risultante dell’accumulo della resistenza moltitudinaria alla guerra: sebbene conclusosi con un’apparente sconfitta, il ciclo di lotte no war è in realtà riuscito a incrinare e di molto l’egemonia culturale, simbolica e materiale della monarchia bushista.
La forza di un movimento si misura nella media durata, sulla potenza di penetrare i corpi e determinare trasformazioni antropologiche ovvero comportamenti, desideri e decisioni comuni. Qualcuno dovrà pur dire che i conflitti sociali che oggi proliferano in giro per il mondo rappresentano sì una discontinuità con il ciclo precedente ma anche segnano una continuità nella produzione di soggettività sovversiva; la temporalità non è unica e omogenea, anzi è sempre molteplice e divergente. È l’accumulo e l’intrecciarsi delle temporalità differenti che produce il nuovo ciclo e non viceversa. Per questo anche il "qui e ora" che secondo alcuni – John Holloway, ad esempio – dovrebbe caratterizzare l’azione del movimento appare ambiguo, almeno sino a quando tutti i "qui e ora" singolari non raggiungono quella soglia di consistenza che porta alla decisione comune. Il tempo comune non è infatti vuoto, omogeneo e lineare – come è il tempo del potere, secondo la scolastica benjaminiana...- ma pieno sino all’eccedenza, segmentato e pluriverso epperò capace di condensazioni improvvise che si distendono in un tempo di tutti, capace cioè di essere cooperazione che tende al comune.
Insomma non è l’addizione di tanti "qui e ora" che produce la rivoluzione, bensì l’organizzazione reticolare delle temporalità che diventa la famosa macchina da guerra nomade contro l’Impero. Quella pronta sempre a disperdersi, al crescete e moltiplicatevi, allo sciamare senza mai soffermarsi su di sé incantata dal proprio potere. No, il tempo non ci manca, ma bisogna saperlo il tempo, dosare con cura le sue velocità, rallentarlo quando il rischio entropico è troppo grande e accellerare quando l’occasione si offre come una lama scintillante che taglia la storia.
Non è certo un caso che proprio da Hollywood - il cinema come immagine-tempo, ci diceva un amato mago del pensiero rivoluzionario - vengano fuori continuamente film che scavano inesorabilmente nell’ipocrisia del ventre profondo dei neoconservatori, buttandogli addosso l’accusa nemmeno tanto velata di aver provocato la più grande reazione antiamericana del secolo e di essere la più grave minaccia per la soggettività postmoderna. E ciò non perché Hollywood sia la patria del "comune", bensì perché è uno tra quei poteri imperiali interessati alla produzione di una soggettività multipla, differente, a volte persino sovversiva come solo la moltitudine è capace di creare. Diciamo allora che Hollywood sta proponendo un’alleanza tattica ai movimenti per ricacciare indietro la guerra e la reazione fondamentalista? Forse, ai movimenti credo tocchi esserne consapevoli e sfruttarne l’onda riappropriandosi di quella potenza di immaginario globale che il cinema, e solo lui, è capace di scatenare. Anche perché il cinema rende possibile ciò che non è ancora reale e di contro riesce a liquefare gli incubi che invece ancora ci ossessionano, esso è semplicemente la registrazione di quello che passa nel General Intellect moltitudinario.
Non è un caso, ancora e a maggior ragione, che l’America Latina pur tra moltissime contraddizioni abbia trovato nel movimento no global e no war un’ispirazione per opporsi all’egemonia nordamericana sul continente, spezzando la maledizione dittatoriale che pesava su quel cielo. Su questo però bisognerebbe che i movimenti siano chiari verso gli altri e verso se stessi: non si tratta di sostenere questo o quel governo, di tifare per Lula, o Chavez o chi per loro – mai sopportato il terzomondismo... - bensì di cogliere l’occasione, sia detto in senso machiavellico, per cominciare a pensare a come scardinare la macchina statale da entrambe i lati, dentro e fuori, ma con la consapevolezza che i movimenti sono ontologicamente "fuori" e che "dentro" si possono fare incursioni, alleanze temporanee che rompano delle compatibilità ma anche – specie in paesi come l’America Latina – spingere per un inizio di ridistribuzione di ricchezza e una rottura reale degli equilibri mondiali. In Europa, ad esempio, questo processo pare francamente del tutto improponibile al momento, date le politiche della sinistra ufficiale a livello continentale: tutte egualmente afflitte da sindrome governista, non c’è nessuna forza che attualmente si ponga realmente il problema della rottura. Come potrebbero d’altra parte? In tutti questi anni, anzi decenni, non abbiamo fatto altro che ricevere conferme negative alla domanda se la democrazia rappresentativa sia o meno utilizzabile per una vera trasformazione, cioè rivoluzionaria, della realtà. La risposta è no: non solo è inutilizzabile ma va accelerata la sua crisi se vogliamo che si aprano più spazi per l’altra politica, quella dell’autonomia. In Europa sono le pratiche che si costruiscono nella relazione tra singolarità e quelle che emergono da decennali processi comunitari, quelle che si srotolano nel continuum metropolitano mettendo in comune passioni e produzioni, le pratiche che impercettibilmente spostano la vita più in là, è tutto quello che denominiamo infatti come movimento a dover guidare la trasformazione e a decidere la rottura.
Non è un caso, infine, che un po’ dappertutto si abbiano cicli di lotte moltitudinari forti, determinati e costituenti. Il progetto di guerra globale che il bushismo voleva imporre al mondo come condizione assoluta, eterna, insuperabile, frana giorno dopo giorno sotto i colpi incrociati delle resistenze nei territori direttamente interessati al conflitto armato, di alleanze di vario genere tra potenze e capitali che cercano altri assi preferenziali per lo sviluppo e di lotte moltitudinarie che si dislocano agevolmente dal locale al globale, di squilibri nella bilancia monetaria mondiale che mettono sempre più in luce quanto drogata sia la crescita dei consumi americana e quanto invece le moltitudini siano pronte a prendersi quello che gli spetta. È una crisi materiale profonda, ma anche una crisi di consenso verticale quella che oggi gli USA e i suoi alleati devono fronteggiare.
I tribuni della plebe si costituiscono ovunque nelle valli, nelle metropoli, nelle foreste, nei villaggi, nel cyberspazio: laddove la moltitudine sente di poter attaccare con i suoi sciami, là dove gli sciami riescono a creare comunità, lì si creano le condizioni di possibilità delle nuove istituzioni del proletariato postmoderno. Lo sciame è una figura del conflitto particolarmente adatta a descrivere l’andamento caotico, le linee spezzate, le forme frattali, l’espandersi rizomatico – si perdoni l’uso di questa espressione, purtroppo consuntasi nell’abusato (post)post-modernismo dei cantori stonati del "divenire" - delle movenze moltitudinarie in questo ciclo storico e ci offre la possibilità di ragionare su quelle che sono oggi le possibilità, reali e virtuali, dell’organizzazione delle lotte e nelle lotte. Tra l’altro, sottolineando una volta di più la crisi della rappresentanza politica moderna, sempre lineare, sempre verticale, sempre arborescente, sempre nemica dell’autonomia.
È un gran bel film quello che la moltitudine sta producendo, essendo allo stesso tempo autore, attore e pubblico. Il cinema della moltitudine è il comune ed è a entrata libera, gratuito.
3. Gendarmeria metropolitana.
Da tutto questo non ne discende affatto che non si dia più guerra, anzi la guerra rimane impiantata nella carne del mondo come base della politica ma si ridetermina come guerra di polizia, come operazioni coordinate di controllo del territorio, inteso sia materialmente che virtualmente.
L’Impero produce strutturalmente questo specifico modo di intendere la guerra e la polizia, che significa ibridazione continua dei due piani i quali a loro volta assumono quello del biopotere come orizzonte definito del comando globale. Anche questa è governance. Aspettiamoci di vedere sempre più "gendarmi" scorrazzare per il mondo a imporre e gestire ordine e controllo, e sempre meno truppe regolari di soldati impegnati in guerre old style. È su questa figura del "gendarme" che vorrei per un po’ fermare l’attenzione, poiché essa è davvero il prodotto di una concezione biopolitica del potere, l’incarnazione odiosa del comando sulla vita.
Le gendarmerie sono i corpi scelti della controinsurrezione, l’intelligence antisovversiva in rete, i pretoriani del profitto e i difensori della democrazia reale. I gendarmi sono quelli che puoi incontrare indistintamente a reprimere una manifestazione e a seviziare migranti in un CPT, a lanciare granate assordanti contro i banlieusard come ad arrestare consumatori di cannabis, così come operazione di gendarmeria sono quelle contro la libertà della Rete e la repressione dei costumi singolari della moltitudine. La gendarmeria si infiltra nei gangli delle istituzioni e del welfare, ovunque siano presenti dispositivi atti al controllo della riproduzione della vita della moltitudine. La gendarmeria si insedia nella metropoli perché è lì che la moltitudine dispiega la sua potenza. Le sue postazioni metropolitane sono ovunque, come ovunque è la singolarità produttiva. Le sue torri epistemiche si stagliano alte sotto il cielo della metropoli e guardano in basso, là dove la cooperazione metropolitana nel brulicare di attività costruisce e ricostruisce tutto, ogni giorno, sempre di nuovo.
I gendarmi sono tutti quelli che hanno per compito specifico il controllo poliziesco della moltitudine e la protezione militare dell’ordine imperiale. La gendarmeria è dunque la serie di dispositivi di controllo che agiscono sulla vita stessa delle persone, una gendarmeria biopolitica che mira a modellare corpi e menti per la valorizzazione capitalistica. I gendarmi studiano antropologia culturale e strategia militare, diritto e informatica, scienze della comunicazione, architettura e tecniche di persuasione. La gendarmeria è umanitaria e allo stesso tempo può uccidere proprio perché in essa si concentra il senso del biopotere che è "relazionale", come ricordava Foucault, e non solo banalmente repressivo. La gendarmeria, in quanto corpo poliziesco, non è solo addetta all’ordine pubblico ma anche alla crescita ordinata delle forze costitutive di uno Stato (o di un Impero), ovvero il suo interesse è concentrato su tutte le attività che in qualche maniera contribuiscono alla produzione e se ammettiamo che quella più importante, oggi, è quella di soggettività allora sappiamo anche il perché di questa poliedricità dei gendarmi, la loro ossessione per il controllo di ogni minima variazione della "posizione" del soggetto. Ogni variante infatti può essere tollerata solo se va a nutrimento dello sviluppo dello Stato, se può essere in qualche modo utile e funzionale all’Impero, altrimenti la variazione è controcondotta, disobbedienza.
Appunto. La disobbedienza mina alla radice lo scopo del biopotere che è quello di creare e mantenere le condizioni per una coesistenza delle persone senza che esse possono divenire moltitudine, cioè qualcosa che sfugge al controllo diretto o indiretto della gendarmeria. Ma coesistenza significa comunicazione, vuol dire produzione di senso, per questo la gendarmeria incontra sempre più spesso il suo limite interno che è appunto la disobbedienza e quindi la moltitudine. Perché è il modo di produrre stesso, l’egemonia del lavoro immateriale, cognitivo, che induce e deduce comportamenti di controcondotta, variazioni anche impercettibili del soggetto che, accumulandosi, producono rivolta e nuova soggettività antagonista.
Il biopotere insomma trova il suo limite più grosso nell’avere necessità del desiderio della moltitudine e allo stesso tempo di non poter tollerare lo scatenamento delle sue forze, che sono forze di libertà. È a questo punto che scatta la reazione puntuale della gendarmeria, la violenza originaria del potere, ovvero quando essa incontra la resistenza.
4. Gli scudi e l’inchiesta
Abbiamo bisogno di scudi di vario tipo da contrapporre ai gendarmi, sia di quelli per resistere ai loro attacchi fisici che da interporre a quelli psichici. Ma abbiamo bisogno di inventare anche "oggetti" da lanciare da dietro gli scudi, in modo che possano colpire le strutture del comando senza mettere in pericolo la vita della gente. Le armi della moltitudine rispondono a criteri biopolitici, dunque a necessità di offesa ma anche di costituzione, di attacco ma anche di produzione di felicità. Se la rivoluzione non è questa gioia condivisa, questa passione comune che produce bellezza, allora non è la nostra rivoluzione. Guardate le immagini della Sorbona in rivolta, ammirate la gioia della resistenza, sentite dentro di voi la variazione, il mondo cambia la sua composizione chimica.
Abbiamo bisogno allora di scudi e armi biopolitiche in grado di modificarsi velocemente in relazione alla variazione dei soggetti moltitudinari ma anche di produrre loro stesse delle dimensioni caotiche nel comando, di innescare il sabotaggio del controllo, la distruzione dello sfruttamento. È materia di ricerca sovversiva per le università nomadi della moltitudine...
Si diceva prima che gli USA e i loro alleati soffrono oggi del contraccolpo delle mobilitazioni contro la guerra, su ciò credo vada fatta una riflessione. Nel senso che questo ci conferma che la guerra è sempre, anche nel postmoderno, una relazione, un rapporto che vede nella resistenza il suo limite maggiore. Che le moltitudini si siano riconquistate il diritto alla resistenza è un dato fondamentale, una acquisizione irreversibile nella costituzione materiale di questo mondo all’interno della quale diviene possibile un livello di ricomposizione universale delle forme del conflitto.
Il potere si spacca in molte maniere e per molte cause, ma è solo quando si rompe per effetto della resistenza della moltitudine che possiamo dire di assistere a uno svolgimento rivoluzionario. Il rapporto di comando, specialmente quello di guerra, va sempre rovesciato e distrutto, non c’è altra maniera di scioglierlo. Per questo i movimenti hanno vinto la battaglia, innanzitutto culturale, contro la categoria mistificante della non violenza: alla guerra si resiste. Il binomia guerra/resistenza in realtà è un unico dispositivo: senza un fattore non c’è l’altro, esattamente come il capitale è un rapporto che senza l’altro soggetto, il lavoratore, non può sussistere. Però, ricordiamo, che il lavoratore può vivere e meglio senza il capitale così come la moltitudine senza la guerra; è solo il comando che ha necessità dell’altro mentre la moltitudine è fuori dalla dialettica, essa ha bisogno solo di espandere i meccanismi della democrazia assoluta tramite la rottura. La rottura del rapporto dialettico i movimenti lo hanno praticato attraverso la disobbedienza e la resistenza, in tutte le loro varianti. Ma la rottura più forte sta esattamente nel togliere la possibilità di relazione: non voglio essere più l’altro del potere, voglio andarmene. È questa l’autonomia.
Ed è proprio l’intersecarsi produttivo tra diritto alla disobbedienza e diritto alla resistenza che ha determinato la possibilità di scenari comuni per la moltitudine; scenari nei quali le singolarità possono muoversi continuamente, difendendosi mentre sono in esodo. Dalla disobbedienza sociale alla resistenza non c’è discontinuità ormai, è un dispositivo di lotta complesso che funziona per addizione – di pratiche – e sottrazione – alla rappresentanza politica. La moltitudine passa da una pratica all’altra, da un comportamento all’altro, anche in una sola mossa. Guardiamo alle grandi mobilitazioni degli universitari a Roma e a Parigi, alla Val di Susa, alla contestazione attiva dei CPT, alla riappropriazione dei beni comuni e ci rendiamo conto che disobbedienza, resistenza, sabotaggio, produzione di comunità, esposizione radicale di alterità, sono dentro una unica espressione di soggettività, singolare e moltitudinaria, che pratica il conflitto controimperiale come fosse una seconda natura. Quando dunque parliamo di passaggio di ciclo dobbiamo pensare che una soglia è stata superata, che dopo l’accumulo vi è un passaggio che non è semplicemente di "fase" ma che comprende in sé una trasformazione antropologica profonda, un allargamento dei desideri della moltitudine e una nuova attitudine al conflitto. Assistiamo e siamo dentro alla potente nascita di una forma nuova che possiamo disegnare come un’idra, un intelletto generale dotato di infiniti modi di espressione che si riconfigurano continuamente producendo mondo, vita, relazioni, corpi, comunità. Tutti modi capaci di difendersi e di di attaccare, di amare e di odiare, ovvero di vivere liberi.
È una produzione biopolitica di soggettività che vale la pena valorizzare anche tramite pratiche di inchiesta, collegandole strettamente ai conflitti che si danno nei territori metropolitani. Abbiamo bisogno di creare dei laboratori collettivi, comuni, che possano indagare le possibilità di una ricomposizione soggettiva a un più alto livello di complessità biopolitica ma che, allo stesso tempo, declinino in modi semplici e diretti le pratiche del conflitto.
Fare inchiesta nel postmoderno significa certamente riprendere con convinzione la tradizione critica della conricerca ma è altrettanto certo che abbiamo la necessità e le possibilità di rinnovare radicalmente metodi e strumenti a partire dal mutato "punto di vista" nel quale ci poniamo, ovvero passare totalmente alla dimensione della fabbrica sociale metropolitana, alla dispersione delle linee di costruzione del reale e alla composizione inedita che sostanzia i soggetti, il lavoro, la produzione, l’amore e quindi le lotte. Bisogna produrre una discontinuità epistemologica e una rottura nell’immaginazione materialista, in modo che l’intelligenza comune si possa distendere potente nel nuovo ambiente biopolitico che si è costruito attorno e dentro di noi. In una parola, abbiamo bisogno di verità: oh amici, ci sono molti, moltissimi amici....