«La loro repubblica aveva un solo merito, quello di essere la serra della rivoluzione»
Nel suo "Le lotte di classe in Francia" Karl Marx comincia il suo trattato sulle lotte del 1848-49 insinuando, con molta ironia, che il processo insurrezionale francese che analizzava non si era fatto strada attraverso delle schiaccianti vittorie bensì tramite delle apparenti sconfitte, o meglio, delle curvature inattese nel percorso della rivoluzione, ovvero attraverso delle lotte che facevano sorgere davanti alle forze operaie un avversario, un nemico in grado di spingere la moltitudine a combattere perdendo nella lotta quelli che Marx chiama «fronzoli tradizionali prerivoluzionari» oppure illusioni, vecchie idee o progetti dei quali le giovani organizzazioni del proletariato non si erano ancora liberati. Solo una volta battuto questo doppio avversario – esterno e interno - la rivoluzione avrebbe potuto continuare a vivere.
Mi pare si possa dire che il vecchio Marx ci avesse azzeccato ancora una volta, cogliendo non tanto una legge della storia ma l’illuminazione di un processo storico che, ripetendosi, costituisce una costante nella dinamica caotica dei processi rivoluzionari; più che una filosofia della storia sono le regole frattaliche della lotta di classe che infine interessano a Marx, quella fisica sociale che ancora costituisce lo stimolo a rileggere produttivamente le sue opere. La soggettività rivoluzionaria, il "noi" delle lotte, si autoproduce dunque costituendo al tempo stesso il suo negativo, personificando il suo "altro", soggettivando il potere per poterlo meglio distruggere. Ogni epoca della lotta di classe ha una sua diversa composizione tecnica, sociale e politica la quale, essendo il motore effettivo dello sviluppo, procede anche nella produzione della composizione dei suoi avversari.
Non è vero allora che è solo il potere a produrre soggettività, fosse pure quella che lo nega, poiché nel groviglio della storia materiale le cose si dipanano in modo aleatorio, caotico e differenziale. Le uniche cose certe sono il rapporto che regge e lega la società capitalistica, che è un rapporto di sfruttamento, e la dinamica di relazione aperta dentro cui la soggettività moltitudinaria si produce e si libera. L’antagonismo tra le relazioni moltitudinarie, che si esprimono cooperativamente, e il rapporto capitalistico, che si esprime al contrario attraverso il comando, è dunque deciso volta a volta dal volume di forza che i diversi soggetti mettono in gioco.
Tornando all’attualità francese, e più in generale europea, nonostante tutti i tentativi da parte delle organizzazioni ufficiali di ricondurre ogni dinamica di conflitto sociale nell’alveo di un “ragionevole” e “pacato” confronto, rimane il fatto che una lotta è una lotta e che ognuna di queste nel suo farsi produce una soggettività autonoma che si confronta, anche violentemente, con quella del potere. Quindi il conflitto vero fa giustizia di molte mistificazioni, non solo di quelle che i media o i governi spargono per mestiere ma anche di quelle fiorite nel proprio stesso ambito di sviluppo, facendo sì che possano essere “dimenticate” in fretta le caratteristiche passive, innanzitutto comportamentali, che fino a quel momento egemonizzano la politica dei movimenti o la società nel suo insieme.
E se per conflitto vero intendiamo quelle lotte sociali che spostano realmente i rapporti di forza nella società, riqualificando la composizione sociale e politica di classe, allora il caso francese vi rientra perfettamente. La verità di questa lotta riguarda infatti la nuova composizione di classe metropolitana – il proletariato cognitivo, la moltitudine meticcia, le sue differenze produttive – e il suo avversario – il capitalismo neoliberale - e quindi il rapporto di forza tra questi soggetti.
Se guardiamo a quello che è avvenuto in Francia negli ultimi mesi – di nuovo le lotte di classe in Francia? perché no? i grandi filosofi non ci hanno forse insegnato che la vera essenza della ripetizione è sempre una differenza, uno scarto della soggettività che porta la storia fuori di sé? - abbiamo davanti un evento che parla all’Europa intera e che fa giustizia di molti fronzoli insopportabili, dalla tradizione lavorista e legalitaria dei sindacati all’estetismo inconcludente di pezzi di movimento maydayano, ma anche di idee e progetti movimentisti troppo confusi oppure troppo astrusi e cervellotici per essere praticabili, per non parlare dell’insopportabile spocchia dell’illuminismo tecnocratico degli ipermodernisti habermasiani. Invece, come sempre, simplex sigillum veri e quindi l’insorgenza sociale, con la sua violenza aurorale, spazza via tutto ciò che alla moltitudine non interessa o che non serve più. E rischiara ciò che era illeggibile o fuorviante, come la rivolta delle banlieues o il No! alla costituzione europea. Ancora una volta i “lumi radicali” battono quelli molli o semplicemente paraculi (consigliamo caldamente al proposito la lettura del libro di J. Israel, Le lumiers radicales).
Innanzitutto il primo ministro de Villepin si è presentato, anzi, è stato prodotto dalla dinamica di scontro tra moltitudine e potere come l’avversario perfetto, l’odioso e untuoso rappresentante governativo degli interessi dell’impresa che tradisce ogni minima garanzia contenuta nel vecchio diritto del lavoro e che, con la sicumera tipica di chi è destinato alla sconfitta, sfida la moltitudine sul terreno della prova di forza. O più probabilmente è stata quest’ultima, la moltitudine, a trascinare il governo alla verifica del rapporto di forza nella società, dimostrando all’Europa dei movimenti che, una volta liberatisi dei fronzoli e delle idee confuse, è possibile rovesciare il rapporto, o meglio mostrarlo nella sua realtà: la moltitudine è enormemente più forte di qualsiasi governo («Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo. I governi dovrebbero temere il popolo», ho letto recentemente da qualche parte...).
È già chiaro a tutti che la legge sul primo impiego non sarà mai applicata nella forma studiata dal governo neoliberista francese ma forse l’importante è altrove, cioè nel fatto che “la rivoluzione”, trapassando la metropoli attraverso le singolarità, si sia solidificata in una moltitudine così come va correttamente intesa, ovvero come concetto e pratica di classe ma rinnovata nella suo essere nome comune della cooperazione sociale tra differenze. Come diceva Foucault a proposito delle rivoluzioni, l’importante passa sempre attraverso i corpi e la rivoluzione stessa è prima di ogni altra cosa un fatto antropologico, un passaggio di soglia singolare e collettivo, una rottura e una ricomposizione di soggettività, una vittoria deflagrante della differenza sulla linearità e sull’unità del potere.
L’effetto dei moti di Francia si riverbera innanzitutto nella nuova costruzione di soggettività antagonista, nella (ri)scoperta della gioia che si prova a essere insieme nella rivolta, nel sentire il calore della propria comunità mentre si “mette a fuoco” l’esistente: l’effetto sono gli affetti nuovi, la consapevolezza della propria forza e quella che ci dice che nessuna legge è immutabile, che nessun governo può resistere all’urto della moltitudine e che nessuna polizia è invincibile. La scoperta è che accanto alla dinamica del negativo i movimenti diventano consapevoli delle possibilità di una “democrazia tumultuaria”, la quale si autocostituisce attraverso le discontinuità soggettive che si producono dentro e contro il tempo e lo spazio dei poteri costituiti, eleggendo la metropoli a terreno molteplice e creativo dello scontro di classe postmoderno.
L’altra scoperta è proprio quella di sé in quanto moltitudine, la quale si rivela sempre più come soggetto prodotto dal conflitto, come per altro già Marx segnalava al proposito del concetto di classe; non esiste moltitudine immutabile così come non esistono classi ferme nel tempo ma ogni volta, di nuovo, assistiamo all’ontologia di un soggetto procedente dalle modificazioni produttive, antropologiche e anche spirituali di una società. In Francia abbiamo visto agire la moltitudine in ogni suo aspetto, innanzitutto dentro il processo della decisione sul comune esercitata con i più diversi strumenti: le grandi Assemblee Generali e la rete dei blog, la logica pluricentrica dello sciame per attaccare il sistema nervoso metropolitano e la compattezza senza spiragli nella “pratica dell’obiettivo”, la flessibilità nel coinvolgimento dei salariati e dei loro sindacati e la posizione assolutamente ferma nel negare ogni mediazione fino all’ottenimento della cancellazione dell’articolo 8 del CPE.
Il nuovo «esercito per la sommossa» non è più, come nel 1848, costituito dagli operai contro la «guardia mobile» sottoproletaria, ma dalla cooperazione meticcia del nuovo proletariato metropolitano: banliesaurds, studenti, precari, intermittenti, sans papiers, salariati, tout ensemble!. Il governo come sempre ha tentato la carta della divisione, non riuscendoci poiché l’intelligenza del movimento ha compreso come dall’autunno di fuoco della periferia fino alla rivolta generalizzata, passando per università e licei, si ricomponeva in un ciclo unico e specialmente vincente nella misura in cui viene riconosciuta da tutti l’egemonia del nuovo soggetto di classe.
È un ciclo che si è nutrito delle differenze e ne ha prodotte di altre; ha cioè preso vita e forza dal mettere insieme una forma di cooperazione che è il rovescio antagonista di quella che il capitale mette al lavoro quotidianamente nella metropoli. In questo senso le lotte mostrano meglio di qualunque valutazione sociologica la non esternalità alla catena della valorizzazione delle banlieues bensì la loro interna esclusione, laddove sfruttamento significa davvero la sua estensione sull’arco intero della vita e, viceversa, dove conflitto significa estensione metropolitana della lotta. L’intersecarsi amoroso della periferia con il centro-città è dovuto però anche a un altro elemento, un elemento che mette in gioco quell’eccedenza che si mostra nell’erotismo della lotta di strada, che si consuma dietro le barricate in fiamme e nell’urlo collettivo contro il potere. È il desiderio di essere tutti insieme nel decidere, nell’agire, nell’inventare nuovi comportamenti, nuovi linguaggi; il desiderio di essere lì dove non sei previsto, o peggio, da dove ti vorrebbero eliminare e lì resistere, tutti insieme, e combattere per la libertà di esserci.
Oggi, grazie ai moti di Francia, la rivoluzione del precariato è in cammino ma dovremmo essere attenti a che non si ripeta passivamente quello che già Marx segnalava a proposito della vecchia rivoluzione di febbraio, ovvero che «la borghesia consente al proletariato soltanto una usurpazione: quella della lotta». È necessario allora, ma non è sufficiente, il momento della negazione, che indubbiamente costituisce il terreno sul quale si distende la moltitudine. Ovvero bisogna non solo produrre il terreno per la propria emancipazione bensì questa va espressa immediatamente: nel mentre si costruiscono le barricate è necessario costruire nuova istituzionalità dal basso, una architettura selvaggia che cresca nella metropoli proletaria come rete della democrazia del comune. Esperimenti moltitudinari che prefigurino i soviet metropolitani del XXI secolo, da Parigi e Roma, da Venezia a Berlino, da Londra a Madrid... Ma, ancora una volta, la moltitudine di Francia può riuscire nel suo intento solo se comprende che essa è parte di quella europea e che solo un movimento radicale europeo può vincere la partita rivoluzionaria contro la precarietà.
In realtà stiamo già pensando all’altro volume marxiano, quello intitolato a “La guerra civile in Francia”. Stiamo già pensando alle Comuni d’Europa.