Mondiali 2006. Intervista
"In Italia il catenaccio era la lotta delle classi"
Antonio Negri, teorico dell’estrema sinistra italiana, filosofo di 72 anni, è anche un fine conoscitore del pallone e supporter del Milan AC. Il suo credo: viva la Rivoluzione e la Squadra Azzurra!
di Renaud Dely e Rico Rizzitelli
Figura intellettuale dell’estrema sinistra italiana, Antonio Negri, 72 anni, si è fatto conoscere negli anni ’60 come teorico dell’operaismo, una ideologia che faceva della fabbrica il centro di tutta la lotta di classe e degli operai i soli artigiani della rivoluzione. Professore all’università di Padova e apostolo del verbo operaista e marxista-leninista, è stato poi sospettato di essere il mentore dei terroristi delle Brigate Rosse durante gli “anni di piombo”.
L’accusa gli valse due soggiorni carcerari (dal 1979 al 1983 e dal 1997 al 1999), intramezzati da un esilio in Francia. Fu dunque dietro le sbarre che questa passione per il calcio poté seguire la vittoria di Paolo Rossi e della Squadra Azzurra nel 1982, poi quella dei Blues francesi di Zidane nel 1998.
Nel frattempo, durante 14 anni, questo filosofo, specialista di Marx e Spinoza, ha insegnato a Paris VIII e all’Ecole normale della rue d’Ulm. Dopo essere ritornato volontariamente in Italia nel 1997 per scontare ciò che gli restava della pena, Toni Negri ha conosciuto una seconda giovinezza intellettuale come punto di riferimento dell’altermondialismo e del movimento dei Disobbedienti, ex-Tute Bianche, soprattutto attraverso due libri scritti in collaborazione con Michael Hardt: Impero (2000) e Moltitudine (2004).
Prima di passare il più luminoso periodo della sua vita a contestare il capitalismo, questo grande conoscitore del pallone, nato nel paese del catenaccio, ha cominciato a contestare l’interismo alla testa delle Brigate rossonere, una fazione dei supporter del Milan AC piazzatisi nella Curva Sud della stadio Meazza, a San Siro. Tempio, da vent’anni, del ben poco rivoluzionario Silvio Berlusconi. Ma quando si ama...
Come fate voi, filosofo marxista, pensatore della radicalità e dell’altermondialismo, a sostenere il Milan di Silvio Berlusconi?
Ma non posso togliermi la pelle! Sono schiavo della mia passione! È come quando voi avete una compagna che fa la puttana, voi l’amate ugualmente! In altri tempi, un uomo di destra e un uomo di sinistra erano legati l’uno all’Inter e l’altro al Milan. Era una cosa parallela al loro impegno politico. Ora c’è più confusione. Ma non bisogna prendere troppo sul serio l’organizzazione economica di un club.
Io amo il Milan perché è il club di mio padre, quello dei miei figli. Ho partecipato alla creazione delle Brigate rossonere, che non hanno nulla a che vedere con le Brigate Rosse, fu prima, negli anni ’60. Eravamo dei tifosi di sinistra che si sedevano nella Curva sud dello stadio. Ho tre figli e sono tutti e tre milanisti. Mia figlia è stata sposata con un interista e ciò costituì un grande problema (ride). Sono stato contento quando si sono separati. Ma il calcio non è che un gioco...
Per Berlusconi possedere il Milan sarebbe un gioco?
Sì, in parte. Certo, lui spera di utilizzare il club per dargli più forza in politica. Ma è difficile spostare la simpatia, il tifo sportivo, verso la politica. Resta una frontiera. Berlusconi è un cane rabbioso. Eppure, è stato sempre molto prudente nel non mescolare troppo le due cose. Sa bene che potrebbe rovesciarglisi contro, se la squadra perde.
Ma la politica è anche nello sport. Lo stadio del Milan si chiama Giuseppe Meazza, il capitano della squadra fascista del 1938...
Il Fascismo ha giocato molto col calcio, come tutti all’epoca. Guardate le foto della squadra, avevano tutti il braccio alzato. Era lo sport nazionale e vi era una dittatura. Il fascismo italiano corrisponde a un momento preciso, è l’entrata nel fordismo, nell’industrializzazione forzata e generalizzata.
Un giocatore come Di Canio, della Lazio, continua a fare il saluto fascista verso le tribune...
Ma questo è razzismo, una provocazione, come Le Pen! Io non voglio difendere il “fascismo storico”, intendiamoci bene... Ma esso è collegato a una certa situazione dello sviluppo italiano, a un passaggio. Come lo stalinismo è collegato ad alcune trasformazioni della società russa. Ma oggi i fascisti come gli stalinisti sono solo degli stronzi. La Lazio è una squadra legata all’estrema destra.
Gianfranco Fini, il vecchio vice-presidente del Consiglio, è il suo protettore. Altre squadre, infinitamente più simpatiche, sono legate all’estrema sinistra: è il caso del Livorno. Se volete divertirvi, andate a vederli. Sono molto originali... Sono dei nostalgici, ma dell’ultrasinistra.
Il fenomeno hooligan consiste anche nel fatto che la politica invade lo sport?
Quello non è un fenomeno propriamente sportivo. I fascisti cercano sempre di rovesciare ciò che la gente fa di positivo. Lo fanno con i rapporti sociali creati dai progressisti e lo fanno ugualmente con il football. Penso che il fascismo sia alla base dell’hooliganismo. Ma è innanzitutto un fenomeno legato alla violenza urbana. Ad esempio, il dramma di Heysel è venuto da fuori. Fu come una meteorite caduta su di uno stadio. Forse il calcio è un terreno favorevole. Ma bisogna distinguere tra il terreno favorevole e la causa. La causa è esterna. Il calcio è innocente.
Quando ci fu il referendum sul trattato costituzionale europeo, voi avete fatto un appello per il Sì su Liberation, poiché il trattato contribuirebbe, secondo voi, a “distruggere questa merda di Stato-nazione”. Allora, nel calcio, la pensate come il G14, che rimette in causa le selezioni nazionali?
Quando parlo della fine dello Stato-nazione non sto parlando della fine del locale, delle passioni. Lo spazio europeo è molto importante per costituire una potenza contro gli Americani e il liberalismo. Non lo si è fatto. Ecco perché siamo nella merda! E sostengo ancora di aver avuto ragione. Ma sono amico di Chavez e sono contro le nazioni. Sono per l’Europa ma sono anche per la Squadra Azzurra! “Viva il Calcio” e “Viva Maradona” (risate). E se Bruxelles nomina un commissario europeo per fare una squadra europea, io non sono sicuro di essere d’accordo. Anche se fosse Capello...
In Francia, questa separazione tra politica e calcio è più delicata...
Io accetto la contraddizione, la gestisco dall’interno
Come?
Io mi diverto a fare la rivoluzione! E mi diverto ad andare a vedere le partite di calcio! Se si ha energia, la si mette dappertutto. Non ho mai compreso le persone che separano questi due universi. In Italia, vi erano dei gruppi che facevano questo tipo di ragionamento. Erano dei cattolici, persone con una concezione estremamente purista.
Ma perché gli intellettuali italiani o inglesi parlano così facilmente di sport mentre i francesi vi hanno da sempre avuto un cattivo rapporto? Perché gli intellettuali francesi sono delle persone assurde, che vivono al di fuori della realtà! Sono intelligenti e capaci di costruire dei sistemi perché sono nell’universale. Ma noi viviamo in una realtà molto più concreta, più viva, più biopolitica. Lo sport è molto importante per rilevare la consistenza materiale dei rapporti sociali e delle passioni a dei livelli che non sono elementari, ma che sono delle prime configurazioni fenomenologiche del reale. Ehm, scusate il gergo...
Dunque, ma per lei perché il calcio è uno sport universale?
La sua grande fortuna è che fa parlare le persone tra loro, mentre in realtà è uno sport molto noioso. Come il cinema, il teatro o l’opera. D’altra parte, c’è lo stesso sentimento melodrammatico dell’opera. Con un personaggio, l’allenatore, che gioca un ruolo fondamentale. È da questo personaggio che è nato il mio amore per il calcio. Io ebbi una grande avventura. Fu Nereo Rocco, l’inventore del catenaccio all’italiana. Alla fine degli anni ’50 allenò il Trieste e poi il Padova. E lì, con una squadra media, inventò una forma di gioco difensivo all’italiana, il gioco all’italiana più noioso, più duro, più cattivo. Dopo importò questo gioco a Milano e Gianni Brera, che negli anni ’60 era giornalista al Giorno, un giornale socialista e progressista, lo ha teorizzato vedendovi un certo carattere nazionale.
Philippe Séguin, grande conoscitore di calcio, dice di essere stato d’accordo con i cronisti marxisti del Miroir che spiegarono, negli anni ’70, che il catenaccio era il sistema di gioco più reazionario che ci fosse. Ce ne dite?
Non permetterò mai a un reazionario di destra come lui di parlare male del catenaccio!(risate) Gianni Brera diceva che il catenaccio era legato al carattere degli italiani, un carattere duro, da contadini. Il catenaccio costitutiva l’equivalente del rugby nel football. Era la lotta di classe: se si era deboli ci si doveva difendere. È il contrario di ciò che dice Séguin. Il catenaccio è nato a Venezia, una terra che le persone, negli anni ’50, erano obbligati a lasciare per emigrare, perché non c’era da mangiare: erano le grandi migrazioni dei muratori e dei venditori di gelati verso il Belgio, la Svizzera, la linea del Reno. Il catenaccio corrisponde alla natura di queste regioni del Nord, di emigranti forti, duri, contadini, che avevano fame.
Quando eravate professore a Padova, negli anni ’60 e ’70, eravate fan della Squadra Azzurra?
Sono stato un fan della squadra italiana quando vinse, nell’82. Ero in prigione, fu il solo giorno in cui ci si abbracciò con le guardie. In una quindicina di detenuti fummo autorizzati a guardare la partita nella stessa cella. E quando finì, aprirono le porte e tutti si abbracciarono, anche con le guardie. Fu un po’ equivoco! (risate) Il calcio possiede una logica molto differente dal resto del funzionamento della società. Ed è molto pericoloso pensare che possa essere un elemento di mistificazione dei rapporti sociali. Al limite, la gioia prodotta da una vittoria... Ma non il tifo, non la partita in sé. In Italia, un evento sportivo, nel 1948, provocò una retorica nazionale: la vittoria di Bartali nel Tour di Francia. Si era sull’orlo della guerra civile perché Togliatti, il leader del PCI, era stato ferito in un attentato politico. Il presidente della Repubblica telefonò a Bartali per chiedergli di vincere. E questa vittoria servì a esaltare l’elemento di unificazione nazionale contro ciò che era un elemento di conflitto estremamente duro nel paese, con un attentato fascista contro il capo del Partito Comunista.
Una vittoria come quella del 1982 può esaltare la nazione contro lo straniero...
Non credo, no. Ci possono essere dei momenti drammatici nella storia di un paese, ai quali nemmeno lo sport sfugge, Ma sono fatti assolutamente eccezionali. Il calcio non è molto nazionalista. Se guardate ai club italiani, quanti giocatori nazionali vi sono nelle squadre, non molti, non le pare? E guardate i francesi? Sono dappertutto, questo francesi!
Questo è anche dovuto al fatto che il denaro ha avuto ragione sulla nazione. Come giudicate le conseguenze della sentenza Bosman? All’inizio, ci fu un “acquisto sindacale” in soccorso di un giocatore bruciato dal sistema...
Una sentenza sindacale che determina la liberalizzazione del mercato! È la deregolamentazione del mercato nazionale, dunque la costituzione di un mercato mondiale, in realtà europeo. La sola maniera di controbilanciare questa situazione capitalistica, è quella di costituire delle società popolari e di azionariato popolare. Attraverso i poteri pubblici, bisogna sostenere delle possibilità di alternativa su questo terreno, altrimenti c’è l’alternativa rivoluzionaria. O si distrugge il capitalismo, o si costituiscono delle società d’investimento popolare!
I giocatori francesi che vanno in Italia sono sconcertati dall’importanza della tattica per i loro allenatori...
Dipende dal fatto che gli italiani sono “machiavelliani”. Il machiavellismo consiste nel fare delle cose con ciò che hai tra le mani. Non ci sono che i francesi a poter essere stupefatti da questa insistenza sulla tattica. I francesi infatti non sono mai stati machiavelliani, sono sempre stati dei teorici della ragione di Stato, è differente. Ma se gli italiani riflettessero un po’ di più, vincerebbero di più. I loro risultati non sono così straordinari, non sono i brasiliani... anche se i francesi solo recentemente hanno cominciato a vincere, mentre gli italiani vinsero già negli anni ’30 con la mano di Piola, un po’ come la mano di Maradona!
Perché la storia sportiva italiana è disseminata di duelli? Il Milan contro l’Inter, la Roma contro la Lazio, Coppi contro Bartali, Moser contro Saronni, etc.?
L’unità italiana risale solo al 1870. La storia d’Italia è una storia di città: è Firenze contro Pisa, Venezia contro Milano, Roma contro Napoli, etc. . La lingua italiana si è costituita solo negli anni ’30, sotto il fascismo, attraverso la radio. Fino ad allora non si potevano mettere nello stesso reggimento uomini della Valle d’Aosta insieme a dei siciliani. Quando gli si diceva di marciare in avanti, alcuni marciavano all’indietro! La storia del paese è recente, la storia delle città invece è molto antica ed è una storia di classi.
La vostra compagna è interista e dice dell’Inter: “Perdono sempre, ed è questo che è magnifico”. Come la mitica disfatta dell’Ungheria, ai campionati del mondo nel 1954, contro la Germania?
Attenzione, è una francese che ha vissuto molto tempo in Italia e che prima di me aveva un compagno che sosteneva l’Inter. Lei ha creato una specie di nostalgia per i Nerazzurri. L’Inter ha una immagine di squadra estremamente “pensosa”, dentro la quale le persone considerano molto più l’interno che l’esterno. L’Ungheria era la grande squadra del calcio “danubiano”: uno stile estremamente delicato, giocato attraverso delle linee piuttosto che tramite delle masse. Il grande calcio italiano è una sintesi delle due origini: il calcio danubiano e quello argentino. I danubiani sono le linee, gli argentini gli individui. Da lì nasce ciò che Brera chiamava “la razza contadina italiana”. Bisogna mettere insieme questi tre elementi e voi avrete la sintesi dialettica perfetta, le masse del calcio italiano.
Andate ancora allo stadio a Milano?
No, praticamente mai. Quando sono a Parigi vado a vedere le partite da dei compagni. Siamo un gruppo di vecchi esiliati, ci si trova il martedì o il mercoledì, e c’è un cuoco tra noi, patron di un grande ristorante di Parigi. Si mangia molto bene e si guarda la partita. Ci sono fan del Milan, altre della Juventus e si litiga. Si ricrea uno spazio di grande commedia classica, all’italiana...
Non parlate mai del calcio francese...
Nel 1954-55, ho passato un anno in Francia, alla Normale: nemmeno immaginavo, a quell’epoca, che il calcio esistesse anche in Francia. Qui, è un prodotto del colonialismo.. Attenzione, non voglio essere affatto lepenista dicendo questo! Non voglio espellere dalla Francia i giocatori di colore, ma in Francia il calcio è nato dagli italiani dell’immigrazione.
La Francia è il solo paese d’Europa dell’Ovest in cui pressoché tutti gli strati di immigrazione hanno giocato nella squadra nazionale. Il primo giocatore nero inglese in nazionale è arrivato solamente nel 1978!
Allora viva l’integrazione alla francese!