Non e’ stato un abuso di potere, e’ stato un ordine preciso. Le modalita’ di stupro delle donne sono infatti molto simili tra loro: volto coperto, mani legate, insulti e penetrazione, anche con oggetti. Al momento di essere caricati sulle camionette, i compagni sono stati ammassati uno sull’altro, secondo l’ordine di non piu’ di tre, per evitare che il prigioniero piu’ in basso venisse soffocato dal peso degli altri compagni. Le donne sono state caricate per ultime, in modo che fosse piu’ facile per i poliziotti violentarle durante il tragitto. L’abuso di un corpo e’ una dimostrazione del rapporto di forze esistente: le violenze subite dalle donne di Atenco possono essere considerate di tipo politico.
Una compagna racconta di essere stata caricata sulla camionetta, calpestando i suoi compagni per raggiungere il fondo. Le hanno sollevato la maglietta che hanno usato per coprirle il viso. Le hanno legato le mani sulla schiena e calato i pantaloni fino alle caviglie. Dopo e’ stata stuprata da tre poliziotti e da un quarto che ha usato un oggetto tagliente, forse una chiave, ferendola gravemente. Alcune donne sono state ricattate: i poliziotti hanno promesso loro che non le avrebbero portate al carcere se avessero fatto sesso orale di gruppo.
Durante il percorso alcuni compagni sono svenuti e non si sono ripresi nemmeno dopo qualche schiaffo: i poliziotti, credendoli morti, hanno buttato i loro corpi in mezzo alla strada.
Un compagno paraplegico e costretto a letto da circa cinque anni, e’ stato trascinato fuori dal letto e buttato su una camionetta. Non possedendo l’uso dei muscoli, non riusciva a tenersi agli appigli della camionetta, e i poliziotti pensavano che stesse tentando di scappare. Incapace di reagire e rispondere agli ordini, e’ stato picchiato violentemente, arrivando a Santiaguito con cinque costole rotte e numerosi lividi su tutto il corpo. Nemmeno il medico legale non ha dichiarato la sua malattia, ne’ i danni fisici che aveva subito. E’ stato rilasciato solo grazie ai certificati medici che confermavano il suo stato di infermita’ fisica e le ripetute visite all’ospedale di Citta’ del Messico negli ultimi cinque anni, in quanto l’accusa sosteneva che fosse stato visto camminare con una molotov in mano.
Un compagno, ritardato mentale, incapace di intendere e di volere e’ stato accusato di aver partecipato al pestaggio di un poliziotto. Alla domanda “Cosa ci facevi li’?” durante un interrogatorio, lui ha risposto “Stavo li’ per controllare che i poliziotti non facessero del male ai miei amici”.
Alexis Banhumea, uno studente di 20 anni, il 4 maggio ha raggiunto Atenco per portare il suo appoggio e la sua solidarita’. E’ stato colpito alla testa da un gas lacrimogeno, sparato a 3 metri di distanza. Immediatamente soccorso dal padre e da altri compagni, e’ stato portato al riparo in una casa, ma la ferita era molto profonda e continuava a sanguinare. Nella stessa casa si sono poi rifugiati anche due infermieri e un medico, che hanno provato a bloccare l’emorragia legandogli un lenzuolo attorno alla testa. Ma Alexis aveva bisogno di cure immediate: il medico ha provato a chiamare i soccorsi, ma la polizia ha bloccato la strada che porta ad Atenco e non ha lasciato passare nemmeno l’equipe medica di pronto soccorso. Il dolore di Alexis era insostenibile, ma i compagni nella casa non potevano fare nulla: dopo 12 ore e’ entrato in stato di coma, e i soccorsi ancora non erano arrivati. Rimasto circa 16 ore senza ricevere soccorsi, quando finalmente arriva in ospedale i medici ne dichiarano la morte celebrale. Alexis e’ rimasto in coma per circa un mese e mezzo, prima di morire. Sorprendenti sono state le dichiarazioni del padre: “Sarebbe stato peggio se Alexis non fosse andato ad Atenco.