Intervista a Alex Foti, agitatore di ChainWorkers e «inventore» della MayDay Parade di Milano. «Siamo innovatori delle forme di comunicazione e crediamo di essere più avanzati della sinistra sindacale».
LUCA FAZIO
MILANO
Si schermisce. Il copyright è assolutamente free, però Alex Foti, agitatore dei ChainWorkers, di fatto è l’inventore del concept di Euro MayDay Parade.
Traduzione: a Milano (ore 15, Porta Ticinese) oggi va in scena la più grande festa dei nuovi lavoratori, perché è qui che si danno appuntamento almeno 60 mila under (e over) 35 iperstressati esternalizzati e impoveriti. Una sfilata lunga 40 carri che rimbalzerà in mezza Europa, connessa in tempo reale via telefonini e computer. Il tutto in contemporanea con la parata di Barcellona e con ramificazioni che vanno da Palermo (ore 17, piazza Politeama) a Helsinki.
Dopo quattro edizioni la MayDay Parade è diventata la più grande manifestazione non «cammellata» del movimento. Come è stato possibile in così poco tempo, tenendo ferma la barra su una questione come quella del precariato?
Più che di una questione, si tratta di un soggetto precario, un’identità radicale creatasi con azioni in supermercati, call center e centri commerciali. Man mano crescevano le reti di attivazione di precari e cognitari, le alleanze con il sindacalismo di base e con la sinistra metropolitana. Siamo una startup politica e mediattiva che ha avuto l’intuizione di creare un immaginario attraente per le mobilitazioni in difesa di diritti sociali. E così dal 2001 la partecipazione è cresciuta esponenzialmente da 5000 a 50000 persone. L’anno scorso tutti se ne sono accorti e sono cominciati i tentativi di appropriarsi del suo messaggio, tentativi falliti.
Come mai?
Quando Rifondazione comunista e sinistra sindacale hanno iniziato a guardare al mayday italiano, noi ci siamo spostati sulla dimensione transeuropea. Cerchiamo sempre di essere innovatori delle forme di comunicazione e partecipazione politica.
Eppure a sinistra pochi hanno colto l’importanza di tutto ciò. Come si può spiegare?
La presa di parola della società civile prodotta dal neoliberismo, cioè i precari, dà fastidio perché mostra di essere più avanzata rispetto alla sinistra sindacale e politica.
C’entrano la guerra e la pace con il 1° maggio precario?
Siamo tutti arcobaleno e abbiamo scritto sul poster «Pace-Paz» con evidenti intenti zapateristi. Barcellona e Roma hanno visto le più grandi manifestazioni per la pace al mondo, Italia e Spagna hanno il record di precarietà fra i paesi europei. Siamo da sempre contro l’occupazione dell’Iraq, ma oggi c’entrano soprattutto la flessibilità coatta in Europa, Melfi, gli intermittenti francesi, i ricercatori, gli scioperi selvaggi degli autoferrotranvieri. Ci poniamo il problema di Wal-Mart, Carrefour e Esselunga, certo senza trascurare quello di Rumsfeld e Cheney.
Qual è la novità di quest’anno?
La dimensione transeuropea e reticolare dei conflitti e delle realtà sociali di Italia, Francia e Catalogna-Spagna. È davvero una euro mayday parade, preparata da decine di assemblee iniziate a novembre, come quando siamo andati a presentare il progetto all’Hamsa e al Macba, il museo d’arte catalano dove le precarie museali si sono autorganizzate per difendersi dall’outsourcing. Discussa a Parigi e Milano con Intermittenti e Stop précarité. Preparata mediattivamente da Indymedia, Yomango, Global. Attraversata dalle carovane da Trieste e dalla Slovenia, reti per il reddito di Roma e Bologna, cognitari della Sapienza, il Nordest radicale, Action Milano e Roma, gli anarcociclisti della Critical Mass. Con un immaginario inaugurato dalla nascita di San Precario, il santo patrono dei conflitti contro il liberismo.
È vero che la Fiom questa volta sarà con i precari?
Sì, qualcuno verrà. La Fiom ci aveva chiesto di attenuare il paragrafo dell’appello che esprime ostilità e alternatività a San Giovanni confederale e a tutto quello che rappresenta, come condizione per una partecipazione piena. Noi abbiamo replicato che sosteniamo la mozione della loro maggioranza contro il moderatismo sindacale, ma che l’appello non si poteva cambiare. Poi sono venuti alle nostre assemblee, e siamo lieti che la Fiom lombarda partecipi. Con la Cgil non abbiamo mai avuto un gran rapporto, ci vedono come guastatori e un po’ troppo autonomi. Siamo un pugno in un occhio per chi vuole portare avanti gestioni moderate dell’esistente e soffoca il conflitto. San Precario non è figlio di san Giovanni: è nato orfano. Dopo i blocchi e le cariche di Melfi ammiriamo molto il coraggio della Fiom. La Mayday è nata nel 2001 da un patto di agitazione fra ChainWorkers, Bulk e Cub. Dalla seconda edizione è presente tutto il sindacalismo di base. Anche se partecipa la sinistra Cgil e il comitato vicino al Prc contro la legge Biagi, la parade è sempre stata percepita come un’alternativa alla stanca manifestazione del mattino.
Nel 2001 pochi soggetti politici e sindacali vi avevano preso sul serio, oggi invece tutta una folla variegata vi rifila gran pacche sulle spalle. La rigidità di alcuni, però, non rischia di appesantire un movimento che è stato capace di attirare migliaia di persone proprio per la sua agilità e freschezza?
Sì, soprattutto quest’anno con le elezioni alle porte. La tendenza tipica al «frazionalismo» della sinistra ha attraversato anche la mayday, ma siamo riusciti a contenerla in uno spazio sufficientemente condiviso. Ma è chiaro: viste le pressioni partitiche, questa rischia di essere l’ultima mayday autorganizzata. Il prossimo anno ci concentreremo sull’8 marzo...
Oggi sarà un successo. Ma il problema - ed è lo stesso del movimento quando calendarizza troppo la protesta - è riuscire a incidere sul presente. Come agire il giorno dopo, quando bisogna «capitalizzare» le energie spese e portare a casa risultati concreti...
Ci siamo sbattuti dal 2 di maggio al 30 aprile con azioni contro la precarietà: ogni mayday rappresenta i soggetti in conflitto di quell’anno in una progressione di presa di coscienza collettiva. Chiediamo flexicurity: sicurezza esistenziale nell’era della flessibilità.
Va bene, ma dopo?
Sta emergendo una rete di web café e sportelli che vogliamo unire con la franchise di San Precario. E poi c’è la Magna Charta dei precari che vogliamo portare a Bruxelles insieme ai francesi, catalani e spagnoli.