L’anno scolastico che è finito a giugno rimarrà nelle nostre teste come il momento in cui, apertamente e in modo a dir poco plateale, si sono messi in discussione i metodi con cui la scuola ha affrontato finora il fenomeno dell’uso di sostanze illegali da parte di molti (o pochi?) studenti.
Sempre l’anno scorso l’opinione pubblica è stata scossa dalle notizie delle perquisizioni di massa con cui le forze dell’ordine setacciavano gli studenti all’entrata di scuola in cerca di qualche grammo di “fumo” o di chissà che altro si nascondesse nei loro zaini: atti che sconcertarono gli studenti e anche molti insegnanti; alcuni studenti denunciarono questi metodi a dir poco rozzi, interrompendo la festa della polizia e schierandosi contro una situazione tra il preoccupante e il ridicolo: in cui la scuola, cioè, si poneva come luogo in cui “incastrare” e punire anziché informare e prevenire eventuali rischi legati al fenomeno in questione. Purtroppo sembra che la scuola non abbia affatto preso sul serio gli argomenti che abbiamo presentato: mentre alcuni presidi già ci additavano come spacciatori (di informazione forse?) l’assessore Salvaterra si limitò ad un uscita sul giornale, “i giovani siano più Responsabili!”: mentre i presidi che di fronte ad uno studente che si fa uno spinello non sanno fare altro che “chiamare il 113” ci regalano l’immagine di un appartato scolastico veramente responsabile e riflessivo!
E’ dimostrato che il terrorismo psicologico con cui si cerca di demonizzare ciò che è illegale non porta a nulla: ed è evidente che questa specie di “crociata” contro la droga (la cosiddetta “war on drugs”) non sia che una battaglia etica il cui unico scopo è quello di affermare il valore astratto del “no”, anziché il valore concreto della salute, che si può ottenere solo con una corretta informazione e responsabilizzazione dei giovani. Il fatto che questa crociata regga ancora, nel 2006, è dato dall’enorme diffusione dell’idea che il consumo di droga sia sintomo di “disagio” presso i giovani: in realtà è agli occhi di tutti come “lo spinello” sia entrato a far parte della cultura giovanile di tutti i paesi occidentali, e che sia quindi qualcosa di tutt’altro che “deviante”; chiaramente, “devianti” sono i circuiti dell’illegalità in cui tutti i consumatori sono costretti!
Eppure nell’occuparsi di questo fenomeno (indubbiamente importante e indubbiamente delicato) non ci si stacca dall’idea che l’unica “soluzione” sia l’astinenza: anche questa niente di più che un valore astratto e irrealizzabile viste le proporzioni del fenomeno stesso e le sue modalità di diffusione (indiscutibilmente ormai intrinseche alla società).
La scuola dovrebbe occuparsi di tenere aperti spazi di informazione in cui al primo posto sia la salute degli studenti, e non un idea di “società senza droga” irraggiungibile e per molti anche indesiderabile. La scuola dovrebbe ammettere che il vero rischio legato all’uso di sostanze è il disagio sociale: disagio che si combatte appunto con la responsabilizzazione, con il confronto alla luce del sole di dati scientifici e di esperienze, e non punendo, emarginando e additando i consumatori.
Vogliamo che quest’anno l’apparato scolastico trentino rinunci alla linea repressiva che si è dimostrata per tanto tempo inefficace e che abbracci la proposte di riduzione e di prevenzione dei rischi legati all’uso di droghe.
Vogliamo che la si smetta con questa “caccia alle streghe” ai danni di chi consuma o semplicemente parla di sostanze in modo non conforme al clima di terrore imposto dalla war on drugs.
Rete Studenti - Trento
Operazione Camomilla
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Contro la riforma Moratti/Salvaterra e il proibizionismo