"Dobbiamo essere tante e reagire. Prima che sia troppo tardi". La testimonianza di Rosanna A. di Catania
“Quando
ero giovane ho lottato per conquistarmi un’autonomia. È stata dura: la
mia era una famiglia patriarcale e avevo quattro fratelli. Oggi a
togliermi diritti è lo Stato, è lui il vero nemico delle donne, e per
questo sono molto arrabbiata”. A 45 anni Rosanna A. di Catania, sposata e
due figlie, fa i conti con una crisi che nel meridione è iniziata da
anni. O forse che c’è da sempre. “Sono stata collaboratrice scolastica
per dieci anni, poi con i tagli dell’allora ministra Gelmini sono state
cacciate dalla scuola 150mila persone, tra docenti e personale ATA. Non
era mai successo che la Pubblica Amministrazione licenziasse in questo
modo massiccio, eppure tutto è passato così, senza particolari reazioni.
Ho avuto accesso all’indennità di disoccupazione per sei mesi e poi
basta. Dal 2009 mi arrangio facendo vari lavoretti, ovviamente in nero”.
Rosanna ha una lettura politica di quanto è avvenuto. “Sono convinta
che quei tagli alla scuola sono stati il frutto di una scelta precisa:
colpire le donne, che in prevalenza lavorano nella scuola. Hanno pensato
che l’impatto di questo licenziamento di massa avrebbe creato meno
ripercussioni sociali. Infatti così è stato, anche se poi non è che
quelle donne hanno potuto permettersi di stare a casa. Si può lavorare
per passione, ma spesso si lavora perché davvero se ne ha bisogno, per
vivere dignitosamente. Ma a quella ministra importava poco o nulla di
quello che migliaia di donne avrebbero subito, considerate alcune sue
affermazioni scandalose, ad esempio, sul diritto alla maternità. Ricordo
che lo definì un lusso”. Oggi Rosanna per una paga di 400 euro mensili
lavora sei giorni a settimana per sette ore al giorno. “Anche se sono
pochi, con questi soldi ci pago le bollette”. Qual era la sua condizione
nella scuola? “La mia paga era di 900 euro al mese e per fare la
collaboratrice scolastica lasciai quello che era il mio mestiere, la
cuoca. Feci quella scelta per avere qualche sicurezza: non c’erano mai
stati licenziamenti dello Stato. Dopo non era possibile ricominciare da
lì, quindi assisto una persona anziana. La cosa assurda è che noi, come
bidelle, nella scuola facevamo tanti altri servizi, non solo le pulizie.
Le donne delle imprese che hanno gli appalti puliscono e basta, e con
questo non voglio certo colpevolizzarle, solo osservo che il sistema e
la scuola non ci hanno guadagnato”. Ma sappiamo che c’è la crisi e che
dei tagli alla spesa pubblica andavano fatti… “Dietro questa crisi si
nasconde la volontà di obbligarci a subire condizioni che in passato non
avremmo accettato. Al Sud eravamo già abituati a lavorare al di sotto
di una soglia minima di diritti, ora che questo accade anche al Nord se
ne parla di più”. Che fare, allora? “Ci dobbiamo svegliare perché questa
storia dei sacrifici non si può accettare. A chi li chiedono i
sacrifici, a chi li ha sempre fatti? Sono talmente arrabbiata che
quest’anno, per la prima volta, non ho voluto seguire l’intervento di
fine anno del Presidente della Repubblica. Non posso sentirmi dire che
dobbiamo fare sacrifici da chi non ne sta facendo e che non capisce cosa
significa campare con stipendi ridicoli. La mia famiglia può ritenersi
fortunata solo perché mio marito guadagna 1.300 euro al mese, ma ne
paghiamo 680 di mutuo e abbiamo una figlia all’università e l’altra che
ha 10 anni. Lo capiscono che vuol dire questo? Non credo. Se continua
così le donne italiane non potranno neppure più fare figli”. Ma proprio
le donne si sono ribellate negli ultimi tempi e hanno fatto sentire le
loro voci di protesta. “Come donne in questi anni abbiamo fatto un passo
avanti e quattro indietro. È giusto che siano le donne a scendere in
piazza perché quando c’è una crisi sono le prime a pagare. Ma non basta,
la reazione dovrebbe essere più diffusa e forte, non violenta, ma su
obiettivi concreti”. Con il nuovo governo qualcosa è cambiato? “Al
governo ci vorrebbero donne normali, che dovrebbero rappresentare noi
donne normali. Quelle di prima non andavano bene, ma ora ci sono tecnici
che non sanno che significa avere davvero problemi economici. Purtroppo
anche le donne che oggi ricoprono ruoli importanti non prendono
decisioni a favore di tutti e tutte”. Quello di Rosanna è un grido di
dolore senza speranza. “Siamo tutte prigioniere delle nostre solitudini.
So che è colpa nostra, che ci facciamo ingabbiare da stupide gelosie,
del resto la polverizzazione degli interessi è una strategia funzionale a
rendere inoffensivo il popolo. Manca un senso sociale e civile e spero
che cresca in fretta. Ho pensato che fosse sufficiente occuparmi della
mia famiglia, ma ho capito che non basta, che dobbiamo essere tante e
reagire. Prima che sia troppo tardi”. (Tiziana Bartolini)
(21 Febbraio 2012)
(21 Febbraio 2012)

