Un mese a Port au Prince
Questo reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine.
Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/
La peggiore della storia
Il bilancio provvisorio dei danni del sisma del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, la capitale d'Haiti, e le città limitrofe è quello della più grande catastrofe della storia moderna: i danni all’infrastruttura sono stimati in 14 miliardi di dollari, i morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie e quindi s’è azzardata la cifra realista di 300mila morti), sono 230 000, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 i feriti; 559 i dispersi; 1 milione e mezzo le persone colpite; 1 milione duecentotrentasettem-ila i senza tetto; 509 202 gli sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi mentre la piaga delle zanzare e la stagione delle piogge sono le maggiori minacce per le precarie tendopoli installate un po' dappertutto a Porto Principe e dintorni.
Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Il Venezuela, da anni presente sull’isola con progetti di cooperazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), ha incrementato il suo contingente di protezione civile già dal 13 gennaio, ha condonato il debito haitiano con PDVSA nell’ambito dell’accordo Petrocaribe e gestisce gli aiuti in varie tendopoli (Video Intervista Capo Missione Venezuela-3 parti).
Mentre il presidente haitiano Renè Preval si trovava in Messico per assistere al Vertice per l'Unità dell'America Latina e dei Caraibi, un sistema di alleanze regionali che si dovrebbe contrapporre all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) controllata dagli USA, è stata fissata la data del 31 marzo in cui l'Onu e i paesi donatori discuteranno i piani per la ricostruzione di Haiti. L'Unione Europea ha annunciato un "piano Marshall" per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell'Unione, Catherine Ashton. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione: si parla di decentramento amministrativo, di rifondazione dello stato e ricostruzione del paese, si promette la cancellazione del debito estero anche se non si dice che potrebbe venire prontamente rimpiazzato da nuovi debiti accesi per la ricostruzione e la cooperazione internazionale…
Sfilate di stelle cadenti e politica internazionale
Il trentasettenne rapper Wyclef Jean, ex membro del gruppo Fugees residente negli Stati Uniti, ha ricevuto il 26 febbraio scorso un premio dell’associazione NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) come riconoscimento dei suoi sforzi umanitari in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio. Il musicista ha la nazionalità haitiana ed è stato il primo tra le “star” a livello mondiale a visitare Port au Prince dopo la catastrofe, seguito poi dall’attore Sean Penn, patrocinatore del CRS (Catholic Relief Service), un’agenzia che sta gestendo gli aiuti in molte tendopoli in cui s’è insidiato l’esercito americano, da Angelina Jolie, come rappresentante dell’UNICEF, e da John Travolta che ha portato il sacro verbo e la solidarietà di Scientology in terra caraibica. George Clooney s’è invece limitato a un multimilionario Telethon per la raccolta fondi mentre gli ex presidenti Bill Clinton e G. W. Bush (non è uno scherzo) si sono associati per la creazione di un fondo speciale promosso su questo sito www.clintonbushhaitifund.org e in televisione. Sono tutti dei filantropi?
Nonostante siano in qualche modo apprezzabili gli sforzi degli uomini politici e di spettacolo oltre che delle agenzie, delle ONG e delle numerose chiese cristiane e cattoliche che operano ad Haiti per raccogliere fondi, non ci si può dimenticare di alcune considerazioni circa gli interessi e le intenzioni nascoste di questo tipo di solidarietà. Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario per la quadratura del cerchio della politica estera delle potenze straniere coinvolte, tradizionalmente gli USA, il Canada e la Francia che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata a delle politiche specifiche, a delle preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.
Dalla USAID a Sarkozy
Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), molto presente anche ad Haiti con gli aiuti del terremoto, subordina da sempre i suoi esborsi “solidali” a politiche anti-abortiste e reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. L’anno scorso il governo del Distrito Federal, la capitale del Messico, ha perso i contributi della USAID proprio perché è stato legalizzata la libertà di decisione delle donne in tema di aborto.
Torniamo ad Haiti. In febbraio le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, dei coniugi Clinton a più riprese e infine quella di Sarkozy, primo presidente francese in visita nella storia indipendente di Haiti, sottolineano come, oltre al Brasile, anche la Francia, gli USA e il Canada vogliano mantenere forme di controllo-aiuto sul paese. Sono i primi interessati ad evitare l’ingerenza russa, cinese e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nell’esplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo), probabilmente abbondanti nelle acque haitiane, e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il “pericolo” di emigrazioni di massa nei loro territori (già oltre un milione di haitiani vivono negli USA contro 9 milioni e mezzo in patria).
Il presidente francese è stato ad Haiti in una visita lampo di 5 ore lo scorso 17 febbraio e ha presentato un pacchetto di aiuti da 326 milioni di euro sottolineando che Haiti non ha bisogno di tutele esterne, in allusione alla presenza militare americana e alle ipotesi di un “protettorato” per Haiti, e che il progetto di ricostruzione del paese sarà tutto haitiano. Ecco, magari invece le imprese, i materiali, i futuri debiti esteri, i capitali, le lobby politiche, i giacimenti minerari e i nuovi mercati saranno anche un po’ più francesi di prima, oltre che americani e canadesi. Suonerà sarcastico ma il prode Nicolas ha addirittura ringraziato Haiti perché grazie all’ex colonia caraibica “il francese è potuto diventare la seconda lingua ufficiale delle Nazioni Unite”, “bella soddisfazione!” dirà la maggioranza degli haitiani che parla il creolo.
Gli USA e le agenzie, un po’ di storia e colpi di stato
Un esempio interessante di cosa intendo per “elementi ideologici e discrezionali” è rappresentato dal caso di Wyclef Jean e della sua fondazione Yelè Haiti che dal 2005 raccoglie fondi per borse di studio, progetti ambientali, sportivi e artistici per il paese caraibico. Suo zio, Raymond Joseph, è uno degli uomini dell’establishment d’Haiti a Washington e nel marzo 2004 fu nominato ambasciatore di quel paese negli USA dal duo repressore formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue.
Come dichiarato in un’intervista da Tom Luce, presidente dell’Ong statunitense Hurah-inc attiva da molti anni ad Haiti con progetti di cooperazione e protezione della popolazione in collaborazione con Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti), questi arrivarono al potere spodestando il presidente legittimo Jean-Bertrande Aristide dopo la sua deportazione nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. L’operazione venne messa in atto da agenti della CIA e propiziata da mesi di destabilizzazione e crisi provocata da bande di paramilitari e da vari elementi d’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, in particolare della Francia di Chirac e Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni), ed il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che è in realtà un’agenzia reazionaria ed etero diretta che ha ricevuto finanziamenti anche dalla Commissione Europea.
Che successe in realtà durante il golpe del 2004?
Una versione storica di quelle caotiche settimane sostiene che Aristide si sia dimesso in seguito a una crisi istituzionale e si sia quindi dichiarato impotente di fronte a una serie di “rivolte popolari”. Queste ribellioni erano in realtà provocate da squadroni armati dall’opposizione con metodi terroristici e illegali perciò lo stesso ex mandatario haitiano ha sempre negato la versione ufficiale (o statunitense) della vicenda. Alcuni periti traduttori negli Stati Uniti hanno confermato che il testo originale della presunta lettera di dimissioni scritta in creolo dall’ex presidente non costituiva affatto una rinuncia all’incarico.
Sempre a detta di Luce e secondo gli articoli del giornalista americano Kevin Pina, anche l’IRI (International Republican Institute), un’emanazione del governo statunitense creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di insegnare la democrazia nel resto del mondo e finanziata con denaro pubblico prelevato ogni anno dalle tasche dei tax payers USA, ha realizzato sistematicamente quest’opera di sovvertimento dell’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI legata al partito democratico statunitense è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è stato invece ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambi sono finanziati all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.
…e lo zio di Wyclef è ancora lì
Dunque nel biennio 2003-2004 l’IRI utilizzò fondi dell’agenzia nordamericana USAID, organizzazione presente in quasi tutta l’America Latina e oggi ampiamente coinvolta nella raccolta e gestione degli aiuti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, per corrompere parlamentari e fornire armi a circa 600 ribelli che si organizzarono in squadroni della morte al comando di Guy Philippe, ex capo della polizia della seconda città di Haiti, Cap-Haitien, e dell’ex sergente golpista dell’esercito Louis-Jodel Chamblain. Questi criminali di guerra sono stati in seguito presentati come dei freedom fighters (lottatori per la libertà) agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla propaganda ufficiale dell’epoca post Aristide.
Malgrado i milioni e milioni di dollari spesi per la “promozione delle democrazia” e dei candidati pro-yankee con strategie tipiche della guerra fredda e una costante violenza politica, questi sforzi finanziari, mediatici e militari non hanno dato i loro frutti visto che nessun candidato della destra reazionaria ha potuto ottenere consensi generalizzati ad Haiti e la gente continua in massa a sostenere Aristide e non crede alle versioni adulterate della storia del secondo colpo di stato perpetrato ai suoi danni. Lo stesso Guy Philippe si candidò nel 2006 ed ebbe solo l’1% dei suffragi, cosa che rivelò lo scarsissimo consenso e anzi il ribrezzo che la sua figura suscitava nella popolazione che lo identifica tuttora come un mercenario, paramilitare e narcotrafficante.
Dopo tutti questi anni così turbolenti l’ambasciatore Raymond Joseph, il personaggio con cui ho aperto questa parentesi storica, venne comunque riconfermato a Washington da Renè Preval, l’attuale capo di Stato haitiano poco propenso ai cambiamenti sgraditi all’elite.
Wyclef Jean, l’istruzione e la solidarietà tronca
Ma torniamo ancora alle stelle cadenti della solidarietà. Per poter chiudere l’esempio sulla fondazione di Wyclef Jean bisogna prima sottolineare che il 95% delle scuole haitiane prevede il pagamento di tasse d’iscrizione e il sistema scolastico nel suo complesso è dominato pesantemente dalle istituzioni private e confessionali, dalle Ong e dai piccoli imprenditori dell’educazione a pagamento, con le relative esclusioni dal diritto universale allo studio che ne derivano e che hanno contribuito insieme ad altri fattori economici e sociali a una situazione insostenibile: alti tassi di mortalità materna (523 donne muoiono ogni 100mila parti), un bambino su 8 muore prima di compiere i 5 anni e uno su 14 prima dell’anno di vita, la speranza di vita è di soli 59 anni per gli uomini e 63 per le donne; il tasso di alfabetismo della popolazione adulta non arriva al 60% e quello dei bambini che frequentano un’istituzione educativa non supera il 50%, Oltre 500mila bambini in età scolastica non sono mai entrati in una scuola (Rapporto Clacso-Rebelion sull’Educazione). La Unesco ha stabilito che almeno la metà delle 15mila scuole elementari e medie del paese sono state danneggiate severamente o distrutte e così anche il ministero della pubblica istruzione e le altre sedi dei poteri statali.
Soprattutto per le ragazze dei quartieri poveri (ma non solo) è molto difficile concludere gli studi a livello secondario inferiore e superiore dati i costi delle istituzioni scolastiche private e il regime escludente che le governa, oltre al fatto che il sistema sociale e culturale prevalente è ancora legato alla tradizione cattolica conservatrice, a una vera e propria abitudine alla dipendenza materiale e spirituale della popolazione dal benefattore di turno o dalla volontà divina vista come fatalità o destino predeterminato. Tra gli altri, questi fattori spingono le donne ad essere relegate ai soli ruoli di casalinghe e madri, regolarmente abbandonate dai rispettivi mariti dopo pochi anni di convivenza e procreazione. Quindi tra un figlio e un altro, tra un uragano devastante e un terremoto, le possibilità concrete di uno sviluppo umano, lavorativo e sociale sono ridottissime per le donne che gestiscono giorno per giorno l’economia e la vita domestiche in uno stato endemico d’emergenza e privazione. Le donne sole a capo di una famiglia numerosa sono la normalità a Porto Principe.
Le borse di studio concesse con le donazioni in favore della fondazione Yelè vengono promosse al pubblico come strumenti importantissimi che beneficiano ogni anno migliaia di bambini, ma questa è solo una parte della verità. Infatti, come informa Tom Luce in un’intervista, il godimento di queste elargizioni è ristretto solo alcune istituzioni private religiose e non è fruibile dai singoli individui richiedenti, quindi è inutile cercare di intervenire e segnalare i casi delle famiglie e dei bambini veramente più bisognosi, dato che questi non vengono nemmeno considerati dagli uffici e dagli operatori preposti in loco i quali adottano piuttosto un modus operandi burocratico e ostacolante.
Fine della prima parte (1/3)
Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti
Alcune fonti necessarie:
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4
Seconda parte (2/3)
Aristide e gli anni 90
Ma in origine da dove venivano tanto astio e avversione contro l’ex prete Jean-Bertande Aristide? Si trattava davvero di una figura così pericolosa e radicale come veniva presentato da certi settori statunitensi e internazionali? A cosa si deve la sua quasi eterna popolarità in patria? Pur non potendo rispondere esaustivamente a queste domande, credo che qui sia utile chiarire brevemente alcuni aspetti della sua traiettoria.
Nato nel 1953 e proveniente da una famiglia povera del nord di Haiti, Aristide venne cresciuto dai preti salesiani e potette studiare filosofia e psicologia fino al livello post-universitario in patria e anche in Italia, in Grecia e in Israele. Nel 1983 fu ordinato sacerdote dell’ordine salesiano, si stabilì a Porto Principe in una piccola parrocchia di periferia e divenne un esponente della cosiddetta “teologia della liberazione”, l’ala più progressista ed egualitaria della chiesa cattolica in America Latina che entrò in aperto contrasto con la visione moderata e conservatrice delle gerarchie vaticane e del Papa Giovanni Paolo II, un grande alleato anticomunista dell’amministrazione USA di “Reagan-Rambo”. I sermoni di Aristide e le sue interviste incitavano il popolo alla rivoluzione e alla lotta per una vera uguaglianza sociale e venivano trasmessi dalla radio cattolica nazionale. Questo suo attivismo politico gli causò frizioni coi salesiani che infine lo espulsero dall’ordine nel 1988, ancor prima della decisione definitiva di abbandonare la chiesa e sposarsi con la cittadina statunitense Mildred Toullot nel 1994.
Nel 1990 Aristide ottenne il 67% dei voti e divenne il vincitore delle prime vere elezioni democratiche ad Haiti con una piattaforma di stampo socialdemocratico favorevole alle classi più povere (l’80% della popolazione viveva e vive tuttora in uno stato d’indigenza) che prevedeva forme di redistribuzione dei redditi e l’universalizzazione dell’accesso al sistema sanitario e all’istruzione.
1991. Primo colpo di Stato contro Aristide
Nel settembre 1991 una serie di conflitti istituzionali tra il presidente e il parlamento, insieme ad un clima di crescenta violenza politica attizzata dall’opposizione, fecero da sfondo all’attuazione di un colpo di stato manu militari architettato dalla CIA che lo costrinse fuori dal paese per i successivi tre anni, dal 1991 al 1994, e impose alla presidenza il giudice Joseph Nerette, in realtà una marionetta agli ordini del comandante dell’esercito Raoul Cedras, La versione ufficiale è che tutto avvenne “secondo la costituzione” con modalità molto simili a quanto successo col golpe in Honduras nel giugno 2009 o di nuovo ad Haiti con lo stesso Aristide nel 2004.
Il rientro del presidente in patria dopo il suo esilio triennale negli Stati Uniti venne accompagnato da un compromesso negoziato, o meglio obbligato, con l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), la Banca Mondiale e con l’allora presidente USA, Bill Clinton (lo stesso che oggi promuove la raccolta con fondi insieme a Bush), che imponeva uno stop alle politiche sociali volute da Aristide e un’adesione incondizionata ai precetti del Consenso di Washington che costituì un lucchetto sicuro per blindare i margini di manovra dei futuri governi del paese. Di ritorno Aristide riuscì per lo meno a smantellare l’esercito e a sostituirlo con una polizia nazionale.
1995. Prima presidenza di Preval
Dal 1995 al 2000 Renè Preval, l’attuale capo di stato haitiano che fu primo ministro nel 1991 (anche se non era formalmente membro del partito di Aristide chiamato Lavalas), ebbe la sua prima occasione come presidente e Aristide fu nominato primo ministro: in pratica un’inversione di ruoli durante un mandato caratterizzato dalla relativa discesa del tasso di disoccupazione ma anche dall’opposizione parlamentare del partito Lavalas alle politiche di privatizzazione e aggiustamento strutturale implementate da Preval.
Anche nel 2000, nonostante i precedenti cinque anni di relativo immobilismo e i milioni di dollari investiti dalle agenzie internazionali presenti sull’isola per costruire una sottospecie di democrazia secondo i loro gusti, le elezioni favorirono il candidato supportato dal partito Fanmi Lavalas (nuovo nome del Lavalas) che fu ancora Aristide, il quale venne però accusato di frode e subì il boicottaggio elettorale e parlamentare attuato da un’opposizione intransigente e antidemocratica prima e dopo il voto.
2000. Il ritorno di Aristide
Appena entrato in possesso delle sue facoltà costituzionali il neoeletto presidente annunciò ufficialmente la richiesta alla Francia del pagamento di 21 miliardi di dollari ad Haiti come corrispettivo attualizzato all’anno 2000 dell’annoso debito di guerra che gravò per 144 anni (dal 1804 al 1948!) sul popolo haitiano. Infatti la potenza coloniale francese impose il pagamento di una somma enorme e ingiusta (per avere un’idea della cifra, questa era equivalente al doppio di quanto ottenne la Francia dalla vendita agli USA delle sue colonie nordamericane, gli stati dell’Arkansas, Missouri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, Minnesota e Dakota) alla sua ex colonia liberata quando questa si alzò in armi e guadagnò la sua indipendenza nel 1804: Haiti cominciò la sua storia con un debito pluridecennale, ma diventò la prima repubblica “nera” d’America, la prima ad abolire la schiavitù, la prima a dare il voto alle donne e la seconda a proclamarsi libera e indipendente nell’emisfero occidentale anticipando di fatto gli altri paesi latino americani.
Divide et impera
In questi primi anni di governo e fino al secondo golpe del 2004, come dichiarato in intervista da Tom Luce, sembra funzionare la politica del divide et impera messa in atto dall’opposizione contro Aristide. Infatti da una parte si verifica un progressivo allontanamento dei gruppi più radicali d’ispirazione marxista, mentre dall’altra alcuni collaboratori storici del presidente legati al mondo cattolico progressista, come il sacerdote Max Dominique, prendono le distanze dal movimento che loro stessi hanno contribuito a fondare. Si denunciano i tentativi del presidente di giustificare la violenza in caso di legittima difesa e dunque la sua parziale rinuncia a forme lotta politica non violenta in seguito all’ondata di attacchi di natura paramilitare cui venivano sottoposti i militanti del suo partito Fanmi Lavalas. Queste divisioni interne favorirono un processo di debilitamento e delegittimazione istituzionale che fu esasperato da una guerra sporca a livello nazionale orchestrata dalla CIA e dal gruppo 184 che riuscirono infine a concludere con successo il colpo di stato del febbraio 2004 di cui abbiamo già parlato.
Si veda: http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
2004 – 2006. Il signor mattanza
Fu durante il governo di Alexandre e Latortue, patrocinato da G. W. Bush che inviò un migliaio di marines subito seguiti dagli eserciti francese e canadese, che la violenza politica e la repressione tornarono ad essere il pane quotidiano per molti haitiani. La repressione dei marines e dell’esercito d’occupazione statunitense fece alcune vittime innocenti (anche se hanno sempre negato tali crimini) mentre i movimenti sociali, la società civile e i partiti politici fedeli all’ex presidente Aristide in esilio, in primis il Fanmi Lavalas da lui creato nel 1996 per sostituire il preesistente Lavalas (“la valanga”, del 1991), sperimentarono un retrocesso democratico di un ventennio e rivissero gli eccessi dell’epoca del dittatore Baby Doc, Jean-Claude Duvalier (al potere dalla morte di suo padre nel 1971 fino al 1986). Il giovane Duvalier, eletto a soli 19 anni, aveva a sua volta ben appreso la professione del repressore da suo padre, il “presidente assoluto” Francois Duvalier detto Papa Doc, creatore della spietata polizia segreta dei Tonton Macoutes, che fu sciolta solamente nel 1986 dopo che aveva fatto oltre 30mila vittime. Dopo alcuni mesi d’occupazione americana, nel giugno 2004 entrarono in funzione le forze militari dell’Onu, i 7000 caschi blu della Minustah (Missione della Nazioni unite per la Stabilizzazione ad Haiti) che è composta da una sezione militare e una di polizia, entrambe sotto il comando formale del contingente brasiliano ma in realtà controllate a distanza dagli USA e in minor parte dal governo haitiano. L’affidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava dunque rispondere più a delle esigenze d’immagine e di presenza dell’emergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale dominazione americana.
Fine della seconda parte (2/3)
Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti
Alcune fonti necessarie:
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4
Terza parte (3/3)
War by proxy e stragi di Gran Ravine
In questo contesto cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (“war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”). Il 20 agosto 2005 ben 50 persone sospettate di militare nel partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Port au Prince durante uno spettacolo cui presenziavano circa 5000 spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo. Il giorno seguente 5 persone del quartiere Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case. In seguito alle segnalazioni di Aumohd e Hurah, un distaccamento di soldati della Minustah cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti a rischio mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra militanti di fazioni opposte per favorire il dialogo pacifico e la riconciliazione. Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza tragica mattanza che lasciò un saldo di 26 vittime, 300 abitazioni bruciate e 2000 sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare 15 poliziotti colpevoli di quei fatti.
Minustah ed eserciti stranieri ad Haiti
I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono in parte ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la Minustah riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro delle presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni, dominvano le periferie.
Alla fine del 2006 il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti non meglio identificate, nel senso che si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse probabile anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile e contribuirono a creare il falso mito di una città violenta e selvaggia che ha bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.
Il mito della violenza
Questo mito è stato reinventato dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti mentre in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altri capitali latino americane e ha vissuto in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita. Durrante la nostra permanenza non abbiamo mai visto e nemmeno letto sui media locali o ricevuto informazioni dai nostri interlocutori sulle scene di violenza per la strada o sulle barricate di famigerati “ribelli” che sono state invece riprodotte a raffica dalle televisioni di tutto il mondo per creare un’immagine distorta del popolo haitiano e aprire le porte a quella che molti percepiscono come un’invasione. Alla luce di tutto ciò gli haitiani si chiedono legittimamente come mai gli aiuti vengano accompagnati dai marines e dall’esercito USA (22mila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a 13mila unità), dalla gendarmeria francese o addirittura dai carabinieri e militari italiani. Riguardo queste presenze di piccoli contingenti direi che sembrano una ridicola sfilata diplomatica di cattive intenzioni che aiuta a nascondere e legittima l’imponente presenza americana.
Quanto abbiamo bisogno di loro?
Un altro mito simile al precedente è che l’esercito americano doveva supplire alla mancanza di coordinamento della Minustah, dovuta alla morte di 59 dei suoi alti funzionari il 12 gennaio, e soprattutto doveva proteggere i cittadini haitiani e stranieri dagli atti di sciacallaggio della popolazione e anche dai 7000 pericolosissimi delinquenti fuggiti dalle carceri di Porto Principe dopo il sisma. Bene, la Minustah ha un mandato dell’Onu per operare ad Haiti e gli eserciti stranieri no. Inoltre è stata ricostituita in pochi giorni e ora funziona normalmente. Ad ogni modo c’era anche la polizia haitiana sul campo mentre la Minustah si ricomponeva.
Gli atti di “sciacallaggio” che abbiamo visto inizialmente in TV e su Internet erano nella maggior parte dei casi i gesti estremi di folle di disperati e affamati che avevano perso tutto e si sono normalizzati in pochi giorni con l’arrivo degli aiuti. D’altro canto se il cibo, l’acqua o le tende vengono lanciati da un aereo in mezzo a un prato oppure vengono distribuiti disordinatamente per strada, cosa che continua a succedere ora con le tende, allora è logico che i più forti prendano di più e che le scaramucce si trasformino in risse. Ma ciò non dipende dagli haitiani quanto piuttosto da chi li provoca. Per quanto riguarda i 7000 detenuti scappati bisogna ricordare che almeno il 90% di questi era stato accusato o condannato ingiustamente, dato l’altissimo livello di corruzione del sistema giudiziario segnalato da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani nazionali ed estere. Dunque non c’è nessun pericolo di rivoluzioni armate tramate dai fuggitivi.
La situazione attuale a Port au Prince e Haiti
Dopo il terribile sisma del 12 gennaio che ha distrutto o danneggiato circa l’80% degli edifici della capitale Porto Principe, si è prodotta una situazione analoga a quella delle borse di studio del signor W. Jean con la distribuzione degli aiuti internazionali che stanno inondando i magazzini delle Nazioni Unite presso l’aeroporto Toussaint L’Ouverture ma che non stanno arrivando a tutti i terremotati.
Una buona parte della popolazione che ha perso la propria casa o ha ancora paura di ritornarci vive negli oltre 300 accampamenti sparsi per Porto Principe. Questi possono accogliere da qualche centinaio fino ad alcune migliaia di persone ciascuno e di solito sono controllati e gestiti alla buona dai consiglieri comunali di zona e dalla polizia nazionale haitiana. Un po’ defilati operano i militari statunitensi che abbiamo visto girare sia armati che disarmati e le Ong straniere presenti in alcune di queste tendopoli (Video Tenda Ong Save the Children e Video Soldati Americani e Bambini). Sono queste ultime che normalmente distribuiscono aiuti a una buona parte della gente che abita nelle tendopoli secondo criteri prestabiliti dalle organizzazioni coinvolte. I mercatini per le strade e nei campi vendono pochi prodotti come uova, peperoncini, aglio, fagioli, banane, pane, scatolame, riso, acqua e medicine recuperate al “mercato nero degli aiuti”. Il trasporto urbano dei minibus, detti tap-tap, funziona regolarmente così come le banche non crollate e i Western Union mentre le scuole, i negozi, i ristoranti aprono solo poche ore al giorno grazie all’energia dei generatori a benzina. I supermercati rimasti in piedi funzionano regolarmente ma sono un lusso per i ricchi e per chi almeno ha perso il lavoro. Per un quadro chiaro della situazione segnalo i contributi video del giornalista Peter Hallward: LINK.
La tendopoli di Delmas 40-B
Sulla superficie dell’ex club di golf di Petion-Ville alla fine della Via Delmas 40-B sono stipate oltre 3000 tende per un totale di sfollati stimato tra le 30 e le 50mila persone, cifra che supera quella di tutte la altre tendopoli installate in città dopo il 12 gennaio. L’esercito e i marines americani sono appostati su una collina che domina il territorio pianeggiante sottostante in cui i tendoni e i teloni degli sfollati e le strutture di pronto soccorso e distribuzione dei viveri di alcune Ong come Oxfam e Save the Children si sono moltiplicati giorno dopo giorno fino a saturare lo spazio visibile e calpestabile (Intervista Responsabile Missione USA Campo Delmas-3 parti).
Circa ogni ogni settimane il personale del Catholic Relief Service passa a fare un censimento nelle tende che ospitano 10-15 persone ciascuna e che vengono assegnate a una donna scelta in qualità di responsabile di un gruppo di persone o di più famiglie. Ogni donna a capo di una tenda riceve quindi una tesserina colorata che le dà diritto a un sacco di riso da 25kg e altri beni da ripartire e consumare nei i sette giorni seguenti insieme ai membri del suo gruppo. L’acqua per l’igiene personale e i bagni arriva ogni giorno in grandi cisterne dell’Onu e del governo haitiano e di solito finisce nel primo pomeriggio: a volte con un po’ di fortuna si riesce a fare una doccia negli spazi pubblici allestiti in varie zone del campo anche poco prima che faccia buio, altrimenti bisogna aspettare il giorno dopo.
La zona pianeggiante della tendopoli è gestita dalla autorità di zona di Porto Principe e dai funzionari del governo haitiano che svolgono periodicamente censimenti e inchieste sulle condizioni di vita della popolazione (Intervista Impiegate Governo Haitiano). I principali problemi sono di tipo igienico e sono causati dal sovrappopolamento, dalle zanzare e altri insetti, dalla presenza di capre, maiali, cani e gatti che sguazzano nei residui solidi e organici abbandonati nei sentieri e infine dalla spazzatura buttata nei fiumiciattoli e nelle conche dell’ex campo da golf. Anche se non sono ancora scoppiate epidemie gravi il pericolo è altissimo così come è alto il rischio d’incendio dovuto all’abitudine di cucinare all’interno delle tende servendosi di braci e carbone. La stagione delle piogge e degli uragani in avvicinamento fa paura visto che le tende sono state costruite su spianate e colline da cui colano fiumi di fango e detriti ogni volta che c’è un temporale. Il drenaggio non esiste e le tende si riempiono d’acqua piovana, fanghiglia e sporcizia trascinata dai punti più alti del campo.
E fuori dalle tendopoli?
C’è anche però una massa di centinaia di migliaia di abitanti che sono ancora per le strade, in spazi aperti come parchi, marciapiedi, parcheggi e piazze oppure in case precarie ad alto rischio di crollo. Poi ci sono quelli che sono emigrati nell’hinterland di Port au Prince o nelle campagne alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Per tutti loro la solidarietà internazionale è ancora una parola vuota a meno che non abbiano nelle vicinanze qualche centro di distribuzione internazionale o non “risiedano” temporaneamente in qualche campo allestito dai contingenti civili o militari inviati da USA, Venezuela, Cuba, Repubblica Dominicana, Canada e altri. I contingenti militari e civili di ogni paese hanno più o meno preso “possesso” di una o più tendopoli per fornire di solito in collaborazione con alcune Ong specializzate e compatibili “politicamente” i servizi di base alla popolazione.
Tutti cercano qualcosa da fare, da vendere, da riciclare ma il grande assente è il lavoro: almeno 90mila posti sono andati persi definitivamente mentre la maggior parte delle attività produttive e dei servizi non hanno ripreso le loro attività e forse non lo faranno per mesi e mesi quindi tantissime persone vivono di aiuti, di espedienti e delle rimesse dei familiari all’estero. E’ normale che uno straniero venga avvicinato da varie persone per la strada che gli chiedono lavoro, soldi, cibo oppure gli offrono servizi di traduzione, accompagnamento eccetera. L’impressione è che anche prima del terremoto la gente fosse in qualche modo abituata a vivere nella precarietà e povertà più estreme, ma ora è cresciuta a dismisura la massa di senza tetto che han fatto della strada la loro casa e speranza.
Gli aiuti selettivi e la coalizione per Haiti
La ricezione del grosso degli aiuti non è una questione che riguarda i singoli cittadini bisognosi quanto piuttosto una pratica burocratica complessa che è subordinata alla partecipazione a speciali riunioni o cluster. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio le delegazioni delle Ong si recano a Tabarre, una località fuori città nei pressi dell’aeroporto della capitale, e presentano le loro credenziali come richiedenti di aiuti in natura, per esempio medicine, materiali vari, strumenti da lavoro o cibo disponibili presso le sedi gestite dall’Onu, ed entrano così in una lista di beneficiari.
La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza d’informazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni Unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote “multinazionali stelle della solidarietà” che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti. Alcune grandi organizzazioni come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono comunque non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto hanno altre fonti di finanziamento e vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare e un’immagine di neutralità che devono difendere. All'opposto le piccole realtà locali hanno serie difficoltà nell’approccio al complicato linguaggio tecnico e specializzato dei cluster dell’Onu e in molti casi sono state gravemente compromesse dal sisma sia nelle loro possibilità di risposta e interazione con le istituzioni internazionali sia nel numero e nelle capacità concrete dei loro integranti. Malgrado la presenza indiscutibile di tutti questi ostacoli e di evidenti limiti di funzionamento delle associazioni haitiane, la loro presenza ed esperienza storica sul territorio e nei quartieri popolari è un patrimonio grandissimo e insostituibile che andrebbe valorizzato ai fini di un intervento più rapido ed efficace dove ancora la luce della solidarietà non arriva.
Da un paio di mesi circa una sessantina di associazioni, sindacati indipendenti e gruppi del non-profit e della società civile stanno unendo le loro forze per accedere agli aiuti e per acquisire visibilità di fronte all’Onu, al sistema politico nazionale e alla comunità internazionale In questo senso stanno elaborando un programma di azione e delle proposte su temi come istruzione, diritti umani, economia, lavoro, genere e altri da presentare a un’assemblea nazionale prevista per il 19-20 marzo e poi alla conferenza dell’Onu sulla ricostruzione di Haiti a New York il 31 marzo prossimo.
Questa “Coalizione per Haiti” rappresenta per ora l’unico tentativo concreto di rompere il monopolio decisionale del malridotto sistema politico haitiano e delle potenze straniere sui destini del paese. L’obiettivo è quello d’influire sulle decisioni partendo dalla conoscenza acquisita sul campo da ogni membro della coalizione che spera di poter far sentire la propria voce cercando di evitare altresì i rischi di cooptazione o esclusione della società civile in questo delicato processo.
(Intervista al coordinatore del movimento, Jean Luc Dessables, 5 parti).
Fine della terza parte (3/3)
Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti
Alcune fonti necessarie:
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story

