Acqua, territorio e comune.

La battaglia contro la privatizzazione dell’acqua

18 / 3 / 2010


Il movimento napoletano è una delle esperienze migliori che si ricordano sulla battaglia contro la privatizzazione dell’acqua nel nostro paese.
La vittoria del 2006, quella mobilitazione che ci permise di portare migliaia di persone in piazza e fermare la delibera di privatizzazione del sistema idrico integrato delle acqua nel ATO 2 (ambito territoriale ottimale Napoli – Caserta) resterà una delle battaglie più importanti condotte nel recente passato del movimento napoletano.
Una mobilitazione che già quattro anni fa, ci permise di misurarci rispetto a formule organizzative dei conflitti sociali nuove che traevano radici dalle esperienze dei cicli di lotta di qualche decennio prima. Senza dubbio il punto di forza per noi in quella battaglia furono i comitati di quartiere contro la privatizzazione dell’acqua, una rete di comitati che si snodava in diversi punti della città. Un modello organizzativo che abbiamo avuto la possibilità di testare ulteriormente, costruendo anche esperienze, non solo significative dal punto di vista politico, ma capaci anche di sedimentare la costruzione di comunità ribelli nel ciclo di lotta contro il piano rifiuti qualche anno dopo.

Oggi, senza dubbio viviamo uno scenario diverso.
Innanzitutto è diverso il piano vertenziale verso il quale ci muoviamo.
L’articolo 15 del decreto Ronchi dell’autunno scorso ha cambiato il paradigma normativa contro il quale a cominciare da Napoli si erano mosse le battaglie contro la privatizzazione dell’acqua qualche anno fa.
La definizione delle risorse idriche come bene di rilevanza economica e la successiva messa a gara del sistema idrico integrato su base territoriale ha cambiato notevolmente in peggio il quadro legislativo.
Gli interessi dei privatizzatori, delle multiutility, che si chiamano Hera, Veolia, Eniacqua, sono stati messi al riparo dal governo Berlusconi.
Ci troviamo dunque dalla alla necessita’/possibilità di accomunare le battaglie territoriali all’interno di una prospettiva di movimento che dai territori si contesutalizza in una battaglia nazionale.
Ciò che è avvenuto a Napoli può senza dubbio fornirci la cartina di tornasole ideale per misurare il contesto, e fare tesoro delle esperienze degli ultimi anni.
Dopo la vittoria del 2006 con il ritiro della delibera che voleva affidare ad una società mista la gestione del sistema idrico integrato delle acque, vi è stato un blocco sostanziale delle attività degli Ato. Tanto che dal 2006 al 2010 l’Ato 2 si è riunito pochissime volte, con i 136 sindaci dei comuni tra Napoli e Caserta senza prendere nessuna decisione.
Il decreto Ronchi del 2009 ha invece generato una ripresa frenetica delle attività di quei carrozzoni politici che dopo lo scioglimento degli Ato (ambiti territoriali ottimali a cui era affidata la decisione sulla gestione del S.I.I.) si annodano nelle nuove regioni che dovranno gestire la messa a gara del sistema idrico integrato.
Mentre la presentazione delle leggi di iniziativa popolare sulla gestione in house dell’acqua fungeva da anestetico delle lotte, dall’altro gli apparati gestionali attendevano che il nuovo governo, con mani più libere del precedente, accelerasse il piano della privatizzazione.
Siamo assolutamente certi che la sola strada per costruire un movimento contro la privatizzazione dell’acqua, sia la costruzione dei comitati di quartiere nelle metropoli e nei piccoli comuni.
Forti dell’esperienza maturata nei cicli di lotta più recenti e delle esperienze dei comitati di quartiere in difesa della salute e dell’ambiente, abbiamo investito nella costruzione dei comitati di quartiere contro la privatizzazione dell’acqua.

In tutta Italia nascono comitati contro la privatizzazione dell’acqua, segnale importante di costruzione di nuovi percorsi di autorganizzazione che da un semplice movimento di opinione cominciano a compiere quel necessario ed indispensabile passa divenendo attori del conflitto.

Un percorso a cui dobbiamo guardare non solo con interesse ma con un indispensabile protagonismo, a cominciare dalla dimensione metropolitana.

Accanto a questo uno dei primi strumenti che i comitati si sono immaginati è la raccolta delle firme per costringere i Comuni e la Regione a modificare il proprio statuto per definire l’acqua bene senza rilevanza economica.
Questo manderebbe in conflitto giuridico la normativa nazionale con quella locale interrompendo il processo e dando spazio alle interpretazioni giurisdizionali della riforma del titolo V della costituzione.
Una strada vertenziale, che consideriamo contingente, utile a costruire il tempo necessario per affermare in tutto il paese un movimento contro la privatizzazione dell’acqua che sia più forte e maturo, ma soprattutto più radicato sui territori.
E’ proprio il concetto di territorio su cui pensiamo che gli bisognerebbe articolare i processi di lotta.
Ovvero la necessità di costruire un movimento diverso da un semplice movimento di opinione, e costruire invece un’opposizione dal basso, radicale nei contenuti e radicata sui territori che sappia costruire la lotta dai quartieri e dalle metropoli.
Le prospettive stesse del lavoro politico e sociale sull’acqua devono interrogarsi rispetto a un nuovo immaginario.
La gestione del sistema idrico integrato in house non può alludere a confusioni rispetto alla definizione dell’acqua come bene comune.
Anche la riforma della Protezione Civile in S.p.a. era un processo di gestione in house dei grandi eventi e delle emergenze, ma fatto attraverso i poteri speciali, la restrizione delle garanzie per i cittadini e l’ambiente, attraverso l’annullamento delle regole di appalto, misure che il “potere pubblico” era in diritto di esercitare.

Come ci suggerisce recentemente Micheal Hardt, ed altri tra i quali Ugo Mattei ed Alberto Lucarelli, non possiamo pensare che esistano esclusivamente i termini della proprietà privata e della proprietà pubblica.
Gestione comune significa autonomia, significa autogoverno, significa nuove formule di immaginare la natura della gestione stessa di un bene.
Ne’ pubblico, né privato ma comune !
La gestione in house lascerebbe inoltre spazio alla costituzione di aziende di diritto privato (s.p.a.) completamente pubbliche (di proprietà di enti come comuni, province, regioni), il che non significherebbe produrre alternativa ad una visione dell’acqua come bene di rilevanza economico.
Il rapporto dicotomico tra proprietà e bene comune si annulla nella prefigurazione di una “proprietà pubblica dei beni comuni”.
Così non è.
È il concetto stesso di proprietà (privata o pubblica / di uno o di tutti e nessuno) che viene destrutturato dalla dimensione del comune.
Le lotte dell’America Latina ci possono servire da esempio parziale rispetto all’impianto di questo ragionamento.
Una autogestione dell’acqua che si sviluppa intorno al concetto di comune.

In questo modo abbiamo l’opportunità di aprire la strada alla prefigurazione di esperimenti concreti di declinazione del concetto di comune. Quelle che sono le “istituzioni giuridiche del comune” possono all’interno di questa lotta provare a misurasi da un lato con la possibilità di trovarsi davanti ad un movimento reale che ne reclama l’esistenza, dall’altro di provare a raggiungere un piano della propria definizione più concreto.
Proprio il lavoro di Mattei e Lucarelli di qualche anno fa andava in questa direzione.
La manifestazione del prossimo 20 marzo insomma, va intesa come l’avvio di un percorso di lotta da articolare in tutto il paese su base territoriale, e non, invece, come semplicemente l’avvio di una campagna referendaria.
Se ci sarà un referendum sarebbe opportuno andare a votare, partecipare ad una forma di democrazia diretta formale.
Appare evidente tuttavia che oggi la priorità del movimento contro la privatizzazione dell’acqua va ricercata nella necessità di un radicamento territoriale vero, nella possibilità di intraprendere delle strade che vedano innanzitutto un livello vertenziale a partire dagli enti più prossimi individuati come controparte. Accanto a ciò, l’aspetto delle formule organizzative come sopra descritte, merita senza dubbio una grande centralità ed anche se vogliamo una discontinuità rispetto alle esperienze precedente.

Non possiamo prefigurare una immagine stagliata all’orizzonte, come la scadenza referendaria, quando la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua passa per la costruzione quotidiana di percorsi di conflitto.

D’altronde bisognerebbe ragionare proprio sui risultati di un’altra esperienza simile, ovvero la raccolta delle firme per la legge di iniziativa popolare. I risultati sono stati non solo la assoluta mancanza di considerazione del precedente governo di centro sinistra rispetto alla gestione delle acque, ma ha avuto l’effetto di anestetizzare la battaglia.
Il 20 marzo può segnare un accelerazione importante per quelle sensibilità di movimento che hanno intrapreso la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua ed in difesa dei beni comuni.
Nella speranza che un’onda possa nuovamente travolgerci.

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