Il
20 gennaio, l’associazione “E-labor@ndo”, vicina alla Uil, ha
invitato all’Università Federico II di Napoli, Pietro Ichino ,
nell’ambito di un’iniziativa che, prendendo spunto dal nuovo
libro del senatore “Inchiesta
sul lavoro”
generalizzava il tema del convegno alla riforma imminente del mercato
del lavoro, alla ridefinizione dei rapporti sindacali, al tema dei
diritti e delle garanzie e al più annoso tema degli ammortizzatori
sociali. Con un folto gruppi di studenti e studentesse, precari e
precarie, abbiamo contestato il senatore, provocando le reazioni
scomposte del Pd campano fino a quelle di Rosy Bindi e Walter
Veltroni. Le risposte pacate, gelide e ciniche dell’ideologo
giuslavorista, ci hanno dato la possibilità di dibattere e
approfondire le questioni inerenti alle proposte di riforma del
mercato del lavoro e dunque con questo spirito proviamo a lanciare
degli spunti e a condividere alcune riflessioni, consapevoli
preliminarmente dell’estrema parzialità di questo contributo e
della necessità di affrontare collettivamente tante delle
contraddizioni che si producono nel solco attualizzato del rapporto
capitale-lavoro, in un paese come il nostro.
Per ogni film,
epocale o mediocre, sofisticato o nazional-popolare, c’è una
storia. Ma c’è anche un set.
Sul set si girano le scene, si
ricostruiscono gli ambienti, si colloca la vicenda e quella
collocazione ne determina inevitabilmente la genesi. E’ così che
sarebbe bene, piuttosto che comparare soltanto , con fare tecnicista
e perizia giuridica, i testi che illustrano le diverse possibili
riforme del lavoro confezionate in casa Pd, dare loro un set, un’
ambientazione, inserirne gli intenti e gli auspici “rivoluzionari”
nei gangli del paese stesso e provare a vedere cosa accade. Il set è
necessario perché quello che viene riformato non è il lavoro
nella sua dimensione astratta e universale, bensì i lavori
nella loro dimensione molteplice ed irriducibileedi
rapporti che in essa si producono e riproducono e che oggigiorno sono
il centro propulsore del disastro sociale del paese. E’ per questo
che questa dimensione molteplice richiederebbe un’ inchiesta vera
sul mondo del lavoro italiano - non un’inchiesta / manifesto come
quella di Ichino - un mosaico pregno di ingiustizie sociali,
razziali, spesso anche sessuali e pienamente ambientato nella realtà.
La giungla del lavoro precario, quella che in tutti questi anni ha
sottopagato e sfruttato una fetta sempre più larga di lavoratori e
lavoratrici , in larga parte del terziario - costretti a svendere le
proprie conoscenze nella forma insopportabile dello stage non
retribuito o attraverso retribuzioni basse o bassissime - è stata
meticolosamente ragionata e apologeticamente sostenuta dal quella
stessa parte politica e da quella stessa cultura giuslavorista che
oggi si concentra attorno al Partito Democratico. Ciò che più
spaventa delle tesi del Pd è proprio l’ispirazione culturale che
si evince dalle proposte tecniche. Lo snobbismo con cui alcuni
eloquenti pensatori democrats
liquidano questioni annose come le tutele dei diritti, la
contrattazione nazionale, bollandole come retaggi di un passato che
non affonda più le radici nella “vera” composizione del mondo
del lavoro, non può che metterci in allerta.
Non ci fidiamo. Non
ci siamo fidati quando l’innovazione, il feticcio
“de-regolamentista”,
hanno trasformato la flessibilità in una delle peggiori performance
di nuove schiavitù del vecchio continente; e non ci fidiamo ora,
che dietro l’idea di un contratto unico, un contratto che dovrebbe
poter convertire tutti i contratti, si nascondono forme
pericolosissime di arretramento e riduzione delle protezioni
sociali. Il progetto Boeri / Garibaldi, a cui Ichino ha aderito con
riserva per evitare che il suo partito fosse dilaniato dal dibattito
in merito alla questione lavoro , è tendenzialmente quello che a
breve comincerà ad essere discusso dal governo Monti in vista di
una rapida approvazione, ed è quello che prevede l’introduzione di
un contratto unico, il “C.U.I” contratto unico di ingresso, che
dovrebbe avere l’ambizione di sostituire la miriade di contratti
precari ( più di 45 contati dall’Istat). E’ doveroso specificare
che “l’ambizione” di sostituire le attuali forme contrattuali
resta ancora indefinita. I democrats
infatti si sono ben guardati dall’affermare la necessità del
superamento della legge Biagi, utilizzando per il C.U.I. la
definizione di contratto prevalente, ovvero non sostitutivo dei tipi
di contratto dell’attuale legge 40.
Questo percorso volto
all’inserimento a tempo indeterminato avrebbe due fasi: una di
ingresso, che durerebbe a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre
anni. Una seconda fase di stabilità, le cui condizioni di tutela
restano oscure. Quello che sappiamo è che l’articolo 18 viene
ridotto a regolare solo i licenziamenti per motivi disciplinari e che
invece il datore di lavoro avrebbe il via libera su tutto quanto
concerne la ri-organizzazione dell’azienda. Sappiamo anche che in
caso di licenziamento per motivi disciplinari il lavoratore non potrà
più essere reintegrato sul posto di lavoro, ma avrà semplicemente
diritto a una penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per
ogni mese di lavoro. Nella maggioranza dei casi parliamo di
spiccioli, dati in cambio di un accertato abuso. Allo scadere dei tre
anni le imprese dovrebbero essere costrette ad assumere il lavoratore
a tempo indeterminato. Restano ancora più oscure e nebulose le
modalità di protezione di questo lavoratore in prova, senza diritti,
nuda vita in balia di un padronato in cerca di costanti escamotage
per sottopagare e sfruttare, senza riconoscere mai le competenze e la
preparazione che è messa a disposizione delle aziende stesse. Il
tempo determinato non sparirebbe, ma sarebbe destinato ai contratti
sopra i venticinquemila euro, in modo tale, che a detta degli
ideologhi del Pd, i contratti a termine diventerebbero un lusso, una
sorta di assunzione di competenze di eccellenza, che per
l’episodicità della richiesta prestazionale dovrebbero essere
adeguatamente contrattualizzati e remunerati. Da queste eccellenze
tuttavia sarebbero esclusi i lavoratori stagionali, un campo questo
lasciato all’indefinitezza. I famosi contratti a progetto, usati ed
abusati da tutte le aziende, piccole medie grandi e grandissime, se
remunerati con una paga inferiore ai 30mila euro annui verrebbero
trasformati in C.U.I.
In pratica si entrerebbe nel novero dei
“consulenti” che verrebbero contrattualizzati per le loro
prestazioni di lavoro considerata di eccellenza.
Complessivamente
le proposte del Pd si preoccupano di delineare la reiterazione del
tempo cosiddetto determinato come occasionale e poco conveniente. Di
contro i modelli proposti si caratterizzano per la medesima
temporaneità ma più lunga di quella che abbiamo oggi con contratti
anche di un solo giorno. Di fondo l’equilibrio che vogliono
ricercare si calibra tra la distruzione del tempo indeterminato e
l’aumento della durata dei contratti precari.
C’ è poi
l’annoso tema della riforma degli ammortizzatori, che per Mario
Monti, dovrebbe andare di pari passo a quella del mercato del lavoro.
Essa vive all’oggi dell’ispirazione della flexsecurity alla
danese, passione di lunga durata di Pietro Ichino, una passione che
oggi potrebbe restare in parte ancora solo un miraggio. Il
passaggio al reddito minimo di disoccupazione dovrebbe essere
sostanzialmente graduale, tenendo conto anche delle ulteriori
difficoltà introdotte dalla riforma delle pensioni.
Il quadro
che ne deduciamo è quello di una spinta a/storica che muove le forze
sostenitrici delle tecnocrazie, che con uno sforzo estremo di
astrazione provano ad applicare un modello nord europeo. Un modello
che in quei paesi così diversi dal nostro è comunque in crisi. Un
modello che scavalca il ruolo della contrattazione collettiva e che
delega alla contrattazione aziendale i rapporti di lavoro. Un modello
molto simile a quello che Marchionne ha introdotto attraverso la
nascita di Fabbrica Italia a Pomigliano con la deroga al C.C.N.L., la
successiva uscita della Fiat da Federmeccanica, l’organizzazione di
categoria delegata alla contrattazione con i sindacati e non
riconoscendo le tutele dell’articolo 18 e dei diritti sindacali.
A
questo va aggiunta la modifica della Cassa Integrazione. All’oggi
abbiamo due forme di C.i.g. : quella ordinaria pagata dalle
trattenute sugli stipendi mensili dei lavoratori e quella
straordinaria pagata dalla fiscalità generale e dalle imprese. La
C.i.g. ordinaria e straordinaria all’oggi garantisce il
mantenimento del rapporto di lavoro oltre ad uno scivolo retributivo
che va oltre i 6 mesi della C.i.g. ordinaria. Secondo i professori
del Pd bisognerebbe mantenere solo la C.i.g. ordinaria annullando la
straordinaria senza mantenere il rapporto di lavoro.
C’è
un’affermazione breve, che Ichino stesso fa durante un’intervista
rilasciata a “Il Mondo” nel Maggio 2011, a proposito del sussidio
di disoccupazione in caso di perdita coatta del posto di lavoro. Il
Senatore dice testualmente “..Ma
già oggi l’80% dei lavoratori che perdono il posto lo ritrovano
entro il primo anno”.
Ci pare questa una restituzione plastica della difficoltà di leggere
il paese reale da parte di chi ne scrive riforme che dovrebbero
modificarne il profilo nel profondo. Non solo non è vero questo. Non
solo chi perde il posto di lavoro potrebbe non ritrovarne mai più un
altro perché magari non è più competitivo in termini anagrafici o
è una donna con troppi figli per i gusti dei datori di lavoro, ma
quello che ne deriva è una conseguenziale miopia sugli
ammortizzatori sociali e su un tipo di modello di sussidio di
disoccupazione, chiamato fallacemente reddito di cittadinanza, che è
una misura totalmente insufficiente se rapportata alla reale
intermittenza dei rapporti di lavoro odierni. Siamo convinti da
sempre, che il reddito di esistenza, debba essere oramai legato alla
dimensione del bios,
slegandosi definitivamente da quella della prestazione lavorativa, da
una parte perché non sarà la riforma Fornero a cambiare la
necessità neoliberista di mettere a produzione la vita tutta ben
oltre le partizioni temporali scandite dal fordismo e dall’altra
perché è sempre meno forte il legame continuo tra esistenza e
lavoro; esso si presenta bensì nella forma di una relazione
segmentata, scandita da una dissonanza costante. Ecco perché non
funzionerà l’ipotesi di un sussidio che copre di fatto solo il
primo anno di disoccupazione. L’Italia è un paese dilaniato da
conflitti sociali probabilmente insolubili. E’ un paese con una
classe imprenditoriale neo-feudale, che nella stragrande maggioranza
dei casi costruisce profitto agendo uno sfruttamento dai toni foschi
e razzisti, sia nella dimensione dello sfruttamento del lavoro
migrante sia attraverso le delocalizzazioni, o della discriminazione
di genere. E’ un paese in cui l’evasione fiscale, il lavoro nero,
e l’elusione di ogni forma minima di controllo statuale è per
consuetudine praticata dalle aziende. Un paese in cui le cassiere dei
supermercati sono assunte spesso con i contratti a progetto, anche
se non hanno alcun progetto da portare a compimento o obiettivi da
rispettare e dunque se vengono assunte con gli odiosissimi “Co.
Co. Pro” è per eludere le forme più basilari di tutela sindacale
e per sfruttarne la prestazione senza limiti orari o salariali.
Questa
avidità, patologia di cui sono trasversalmente affette le grandi
imprese come le piccole ditte individuali a sud come a nord, non può
essere stimolata e sostenuta con l’individualizzazione dei rapporti
lavorativi, con la deroga del contratto collettivo nazionale e con il
ridimensionamento del ruolo sindacale. Da questo punto di vista ci
convincono probabilmente molto di più alcune delle linee
programmatiche illustrate da Stefano Fassina al Forum Lavoro del Pd
del 12 gennaio, come ad esempio quelle che fanno esplicito
riferimento alla definizione di una contrattazione collettiva anche
durante il periodo “di prova”, con annesse agevolazioni
contributive che proseguirebbero anche durante i primi tre anni
successivi alla trasformazione del contratto precario in contratto
stabile, senza perdita della tutela dell’articolo 18. Oppure quelle
inerenti alla necessità di individuazione di una retribuzione o
compenso minimo orario, determinato in relazione ai minimi dei
contratti nazionali di riferimento per i rapporti di lavoro fuori dal
contratto nazionale. O ancora, l’esplicito riferimento
all’occupazione femminile, all’introduzione di politiche di
sostegno alla maternità. Possiamo considerarle schematiche proposte
lanciate pubblicamente e volte ad aprire un ragionamento interno al
Pd, che quanto meno portasse la base del partito stesso ma non solo,
ad interrogarsi sull’ineluttabilità dell’abolizione dei diritti,
sulla acritica apologia dell’accordo del 28 giugno firmato dalla
Camusso , tutta intrisa di quella retorica bugiarda che racconta di
necessari arretramenti sul piano dei diritti per attirare
investimenti stranieri. Attirare stranieri somigliando a paesi ad
alta densità schiavistica potrebbe non essere l’unica chance.
Ichino e Marchionne potrebbero non essere mente e braccio dell’unica
proposta organica in materia di lavoro, questo più o meno sembra
suggerire Fassina, e non potremmo non accoglierne il monito,
rilanciando in avanti sul tema del reddito o delle politiche in tema
di lavoro femminile, consci di provenire in particolare su questo
tema, da culture molto diverse.
Ma su una cosa siamo certi:
trasformare il mercato del lavoro italiano su un modello
sostanzialmente di ispirazione… cinese….ci fa rabbrividire.
La
crisi strutturale del capitale finanziario, il collasso di quelle
città globali dipinte come Eldorado,
alle quali tutte le città para-globali dovevano provare a
somigliare, il morbo della crescete disoccupazione che colpisce anche
il Nord Europa e provoca il tracollo di quei modelli sociali
considerati virtuosi – con molta superficialità - tutti basati
sull’economia del debito e del prestito d’onore, deve metterci in
guardia dal dibattito attorno alla riforma del mercato del lavoro.
Agire il terreno di un paese ancora così fortemente caratterizzato
dal divario Nord/Sud e da rapporti pre-moderni, strane ibridazioni
tra lecito ed illecito, corruzione e malaffare, non può significare
importare ricette nordiche e pensare che sia solo la loro conversione
normativa ad essere sufficiente. Andrebbe a nostro avviso analizzata
innanzitutto la mappa dei lavori, andrebbe affrontato il tema
scottante di un’industria che, quando non delocalizza, ammala
territori e lavoratori, e che non riesce a scrollarsi di dosso le
sembianze assunte in piena epoca fordista, oggi così lontane. La
riconversione industriale in termini ecologici è un tema che per
usare un espressione dello stesso Monti dovrebbe andare di pari passo
con la riforma del lavoro.
Non si può pensare di riformare il
mercato del lavoro senza introdurre il tema della qualità della
produzione e del modello di sviluppo.
Cosa produrre? Perché
produrlo? In che modo?
In un paese come il nostro dove il settore
manifatturiero è ormai in dismissione e senza alcuna competitività
internazionale, questi signori ci dicono che dobbiamo continuare a
costruire macchine a benzina (Fiat, Irisbus), navi (Fincantieri),
treni (Ansaldo, Breda), acciaio ecc. ecc.
D’altronde se lo
sfondo culturale di queste ispirazioni democrats
l’abbiamo definita di stampo “cinese” non possiamo che guardare
ai modelli di produzione dell’estremo oriente, i più inquinanti
del pianeta, i più distruttivi in termini di impatto ambientale e di
danni alla salute di chi lavora e di chi vive in prossimità delle
industrie.
Questa
torsione speculativa dovrebbe investire anche il teriziario, ove le
contraddizioni, anche geografiche, si fanno più scottanti e lo
sfruttamento de-sindacalizzato è una realtà di fatto praticamente
da sempre. Il terziario deve essere ri-territorializzato, perché
pare evidente che la sua concentrazione attorno alle grandi
metropoli, ha prodotto solo il coagulo di intelligenze mal pagate e
frustrate in megalopoli senza anima né vita. Di pari passo questo
tipo di processo risulta anestetizzante rispetto alla diffusione di
un general intellect che metta a valore le pulsioni della metropoli
costruendo comune. E’ la dimensione da megalopoli senz’anima, che
vede i soggetti frammentati ed isolati, schiavizzati senza tutele,
annullando le centrali di confronto ed autovalorizzazione come i
sindacati – nella loro più genuina espressione – un mondo dove i
veleni ammazzano i territori e chi ci lavora, quella che si
auspicano i modelli di Ichino, Boeri, Garibaldi. Modelli tanto cari a
Marchionne e Monti.
Ma è la Cina compagni…non il Nord Europa.

