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Le proposte del Partito Democratico sulla riforma del mercato del lavoro.

I Cinesi

di Antonio Musella ed Eleonora de Majo

23 / 1 / 2012

Il 20 gennaio, l’associazione “E-labor@ndo”, vicina alla Uil, ha invitato all’Università Federico II di Napoli, Pietro Ichino , nell’ambito di un’iniziativa che, prendendo spunto dal nuovo libro del senatore “Inchiesta sul lavoro” generalizzava il tema del convegno alla riforma imminente del mercato del lavoro, alla ridefinizione dei rapporti sindacali, al tema dei diritti e delle garanzie e al più annoso tema degli ammortizzatori sociali. Con un folto gruppi di studenti e studentesse, precari e precarie, abbiamo contestato il senatore, provocando le reazioni scomposte del Pd campano fino a quelle di Rosy Bindi e Walter Veltroni. Le risposte pacate, gelide e ciniche dell’ideologo giuslavorista, ci hanno dato la possibilità di dibattere e approfondire le questioni inerenti alle proposte di riforma del mercato del lavoro e dunque con questo spirito proviamo a lanciare degli spunti e a condividere alcune riflessioni, consapevoli preliminarmente dell’estrema parzialità di questo contributo e della necessità di affrontare collettivamente tante delle contraddizioni che si producono nel solco attualizzato del rapporto capitale-lavoro, in un paese come il nostro.
Per ogni film, epocale o mediocre, sofisticato o nazional-popolare, c’è una storia. Ma c’è anche un set.
Sul set si girano le scene, si ricostruiscono gli ambienti, si colloca la vicenda e quella collocazione ne determina inevitabilmente la genesi. E’ così che sarebbe bene, piuttosto che comparare soltanto , con fare tecnicista e perizia giuridica, i testi che illustrano le diverse possibili riforme del lavoro confezionate in casa Pd, dare loro un set, un’ ambientazione, inserirne gli intenti e gli auspici “rivoluzionari” nei gangli del paese stesso e provare a vedere cosa accade. Il set è necessario perché quello che viene riformato non è il lavoro nella sua dimensione astratta e universale, bensì i lavori nella loro dimensione molteplice ed irriducibileedi rapporti che in essa si producono e riproducono e che oggigiorno sono il centro propulsore del disastro sociale del paese. E’ per questo che questa dimensione molteplice richiederebbe un’ inchiesta vera sul mondo del lavoro italiano - non un’inchiesta / manifesto come quella di Ichino - un mosaico pregno di ingiustizie sociali, razziali, spesso anche sessuali e pienamente ambientato nella realtà. La giungla del lavoro precario, quella che in tutti questi anni ha sottopagato e sfruttato una fetta sempre più larga di lavoratori e lavoratrici , in larga parte del terziario - costretti a svendere le proprie conoscenze nella forma insopportabile dello stage non retribuito o attraverso retribuzioni basse o bassissime - è stata meticolosamente ragionata e apologeticamente sostenuta dal quella stessa parte politica e da quella stessa cultura giuslavorista che oggi si concentra attorno al Partito Democratico. Ciò che più spaventa delle tesi del Pd è proprio l’ispirazione culturale che si evince dalle proposte tecniche. Lo snobbismo con cui alcuni eloquenti pensatori democrats liquidano questioni annose come le tutele dei diritti, la contrattazione nazionale, bollandole come retaggi di un passato che non affonda più le radici nella “vera” composizione del mondo del lavoro, non può che metterci in allerta.
Non ci fidiamo. Non ci siamo fidati quando l’innovazione, il feticcio “de-regolamentista”, hanno trasformato la flessibilità in una delle peggiori performance di nuove schiavitù del vecchio continente; e non ci fidiamo ora, che dietro l’idea di un contratto unico, un contratto che dovrebbe poter convertire tutti i contratti, si nascondono forme pericolosissime di arretramento e riduzione delle protezioni sociali. Il progetto Boeri / Garibaldi, a cui Ichino ha aderito con riserva per evitare che il suo partito fosse dilaniato dal dibattito in merito alla questione lavoro , è tendenzialmente quello che a breve comincerà ad essere discusso dal governo Monti in vista di una rapida approvazione, ed è quello che prevede l’introduzione di un contratto unico, il “C.U.I” contratto unico di ingresso, che dovrebbe avere l’ambizione di sostituire la miriade di contratti precari ( più di 45 contati dall’Istat). E’ doveroso specificare che “l’ambizione” di sostituire le attuali forme contrattuali resta ancora indefinita. I democrats infatti si sono ben guardati dall’affermare la necessità del superamento della legge Biagi, utilizzando per il C.U.I. la definizione di contratto prevalente, ovvero non sostitutivo dei tipi di contratto dell’attuale legge 40.
Questo percorso volto all’inserimento a tempo indeterminato avrebbe due fasi: una di ingresso, che durerebbe a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. Una seconda fase di stabilità, le cui condizioni di tutela restano oscure. Quello che sappiamo è che l’articolo 18 viene ridotto a regolare solo i licenziamenti per motivi disciplinari e che invece il datore di lavoro avrebbe il via libera su tutto quanto concerne la ri-organizzazione dell’azienda. Sappiamo anche che in caso di licenziamento per motivi disciplinari il lavoratore non potrà più essere reintegrato sul posto di lavoro, ma avrà semplicemente diritto a una penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese di lavoro. Nella maggioranza dei casi parliamo di spiccioli, dati in cambio di un accertato abuso. Allo scadere dei tre anni le imprese dovrebbero essere costrette ad assumere il lavoratore a tempo indeterminato. Restano ancora più oscure e nebulose le modalità di protezione di questo lavoratore in prova, senza diritti, nuda vita in balia di un padronato in cerca di costanti escamotage per sottopagare e sfruttare, senza riconoscere mai le competenze e la preparazione che è messa a disposizione delle aziende stesse. Il tempo determinato non sparirebbe, ma sarebbe destinato ai contratti sopra i venticinquemila euro, in modo tale, che a detta degli ideologhi del Pd, i contratti a termine diventerebbero un lusso, una sorta di assunzione di competenze di eccellenza, che per l’episodicità della richiesta prestazionale dovrebbero essere adeguatamente contrattualizzati e remunerati. Da queste eccellenze tuttavia sarebbero esclusi i lavoratori stagionali, un campo questo lasciato all’indefinitezza. I famosi contratti a progetto, usati ed abusati da tutte le aziende, piccole medie grandi e grandissime, se remunerati con una paga inferiore ai 30mila euro annui verrebbero trasformati in C.U.I.
In pratica si entrerebbe nel novero dei “consulenti” che verrebbero contrattualizzati per le loro prestazioni di lavoro considerata di eccellenza.
Complessivamente le proposte del Pd si preoccupano di delineare la reiterazione del tempo cosiddetto determinato come occasionale e poco conveniente. Di contro i modelli proposti si caratterizzano per la medesima temporaneità ma più lunga di quella che abbiamo oggi con contratti anche di un solo giorno. Di fondo l’equilibrio che vogliono ricercare si calibra tra la distruzione del tempo indeterminato e l’aumento della durata dei contratti precari.
C’ è poi l’annoso tema della riforma degli ammortizzatori, che per Mario Monti, dovrebbe andare di pari passo a quella del mercato del lavoro. Essa vive all’oggi dell’ispirazione della flexsecurity alla danese, passione di lunga durata di Pietro Ichino, una passione che oggi potrebbe restare in parte ancora solo un miraggio. Il passaggio al reddito minimo di disoccupazione dovrebbe essere sostanzialmente graduale, tenendo conto anche delle ulteriori difficoltà introdotte dalla riforma delle pensioni.
Il quadro che ne deduciamo è quello di una spinta a/storica che muove le forze sostenitrici delle tecnocrazie, che con uno sforzo estremo di astrazione provano ad applicare un modello nord europeo. Un modello che in quei paesi così diversi dal nostro è comunque in crisi. Un modello che scavalca il ruolo della contrattazione collettiva e che delega alla contrattazione aziendale i rapporti di lavoro. Un modello molto simile a quello che Marchionne ha introdotto attraverso la nascita di Fabbrica Italia a Pomigliano con la deroga al C.C.N.L., la successiva uscita della Fiat da Federmeccanica, l’organizzazione di categoria delegata alla contrattazione con i sindacati e non riconoscendo le tutele dell’articolo 18 e dei diritti sindacali.
A questo va aggiunta la modifica della Cassa Integrazione. All’oggi abbiamo due forme di C.i.g. : quella ordinaria pagata dalle trattenute sugli stipendi mensili dei lavoratori e quella straordinaria pagata dalla fiscalità generale e dalle imprese. La C.i.g. ordinaria e straordinaria all’oggi garantisce il mantenimento del rapporto di lavoro oltre ad uno scivolo retributivo che va oltre i 6 mesi della C.i.g. ordinaria. Secondo i professori del Pd bisognerebbe mantenere solo la C.i.g. ordinaria annullando la straordinaria senza mantenere il rapporto di lavoro.
C’è un’affermazione breve, che Ichino stesso fa durante un’intervista rilasciata a “Il Mondo” nel Maggio 2011, a proposito del sussidio di disoccupazione in caso di perdita coatta del posto di lavoro. Il Senatore dice testualmente “..Ma già oggi l’80% dei lavoratori che perdono il posto lo ritrovano entro il primo anno”. Ci pare questa una restituzione plastica della difficoltà di leggere il paese reale da parte di chi ne scrive riforme che dovrebbero modificarne il profilo nel profondo. Non solo non è vero questo. Non solo chi perde il posto di lavoro potrebbe non ritrovarne mai più un altro perché magari non è più competitivo in termini anagrafici o è una donna con troppi figli per i gusti dei datori di lavoro, ma quello che ne deriva è una conseguenziale miopia sugli ammortizzatori sociali e su un tipo di modello di sussidio di disoccupazione, chiamato fallacemente reddito di cittadinanza, che è una misura totalmente insufficiente se rapportata alla reale intermittenza dei rapporti di lavoro odierni. Siamo convinti da sempre, che il reddito di esistenza, debba essere oramai legato alla dimensione del bios, slegandosi definitivamente da quella della prestazione lavorativa, da una parte perché non sarà la riforma Fornero a cambiare la necessità neoliberista di mettere a produzione la vita tutta ben oltre le partizioni temporali scandite dal fordismo e dall’altra perché è sempre meno forte il legame continuo tra esistenza e lavoro; esso si presenta bensì nella forma di una relazione segmentata, scandita da una dissonanza costante. Ecco perché non funzionerà l’ipotesi di un sussidio che copre di fatto solo il primo anno di disoccupazione. L’Italia è un paese dilaniato da conflitti sociali probabilmente insolubili. E’ un paese con una classe imprenditoriale neo-feudale, che nella stragrande maggioranza dei casi costruisce profitto agendo uno sfruttamento dai toni foschi e razzisti, sia nella dimensione dello sfruttamento del lavoro migrante sia attraverso le delocalizzazioni, o della discriminazione di genere. E’ un paese in cui l’evasione fiscale, il lavoro nero, e l’elusione di ogni forma minima di controllo statuale è per consuetudine praticata dalle aziende. Un paese in cui le cassiere dei supermercati sono assunte spesso con i contratti a progetto, anche se non hanno alcun progetto da portare a compimento o obiettivi da rispettare e dunque se vengono assunte con gli odiosissimi “Co. Co. Pro” è per eludere le forme più basilari di tutela sindacale e per sfruttarne la prestazione senza limiti orari o salariali.

Questa avidità, patologia di cui sono trasversalmente affette le grandi imprese come le piccole ditte individuali a sud come a nord, non può essere stimolata e sostenuta con l’individualizzazione dei rapporti lavorativi, con la deroga del contratto collettivo nazionale e con il ridimensionamento del ruolo sindacale. Da questo punto di vista ci convincono probabilmente molto di più alcune delle linee programmatiche illustrate da Stefano Fassina al Forum Lavoro del Pd del 12 gennaio, come ad esempio quelle che fanno esplicito riferimento alla definizione di una contrattazione collettiva anche durante il periodo “di prova”, con annesse agevolazioni contributive che proseguirebbero anche durante i primi tre anni successivi alla trasformazione del contratto precario in contratto stabile, senza perdita della tutela dell’articolo 18. Oppure quelle inerenti alla necessità di individuazione di una retribuzione o compenso minimo orario, determinato in relazione ai minimi dei contratti nazionali di riferimento per i rapporti di lavoro fuori dal contratto nazionale. O ancora, l’esplicito riferimento all’occupazione femminile, all’introduzione di politiche di sostegno alla maternità. Possiamo considerarle schematiche proposte lanciate pubblicamente e volte ad aprire un ragionamento interno al Pd, che quanto meno portasse la base del partito stesso ma non solo, ad interrogarsi sull’ineluttabilità dell’abolizione dei diritti, sulla acritica apologia dell’accordo del 28 giugno firmato dalla Camusso , tutta intrisa di quella retorica bugiarda che racconta di necessari arretramenti sul piano dei diritti per attirare investimenti stranieri. Attirare stranieri somigliando a paesi ad alta densità schiavistica potrebbe non essere l’unica chance. Ichino e Marchionne potrebbero non essere mente e braccio dell’unica proposta organica in materia di lavoro, questo più o meno sembra suggerire Fassina, e non potremmo non accoglierne il monito, rilanciando in avanti sul tema del reddito o delle politiche in tema di lavoro femminile, consci di provenire in particolare su questo tema, da culture molto diverse.
Ma su una cosa siamo certi: trasformare il mercato del lavoro italiano su un modello sostanzialmente di ispirazione… cinese….ci fa rabbrividire.

La crisi strutturale del capitale finanziario, il collasso di quelle città globali dipinte come Eldorado, alle quali tutte le città para-globali dovevano provare a somigliare, il morbo della crescete disoccupazione che colpisce anche il Nord Europa e provoca il tracollo di quei modelli sociali considerati virtuosi – con molta superficialità - tutti basati sull’economia del debito e del prestito d’onore, deve metterci in guardia dal dibattito attorno alla riforma del mercato del lavoro. Agire il terreno di un paese ancora così fortemente caratterizzato dal divario Nord/Sud e da rapporti pre-moderni, strane ibridazioni tra lecito ed illecito, corruzione e malaffare, non può significare importare ricette nordiche e pensare che sia solo la loro conversione normativa ad essere sufficiente. Andrebbe a nostro avviso analizzata innanzitutto la mappa dei lavori, andrebbe affrontato il tema scottante di un’industria che, quando non delocalizza, ammala territori e lavoratori, e che non riesce a scrollarsi di dosso le sembianze assunte in piena epoca fordista, oggi così lontane. La riconversione industriale in termini ecologici è un tema che per usare un espressione dello stesso Monti dovrebbe andare di pari passo con la riforma del lavoro.
Non si può pensare di riformare il mercato del lavoro senza introdurre il tema della qualità della produzione e del modello di sviluppo.
Cosa produrre? Perché produrlo? In che modo?
In un paese come il nostro dove il settore manifatturiero è ormai in dismissione e senza alcuna competitività internazionale, questi signori ci dicono che dobbiamo continuare a costruire macchine a benzina (Fiat, Irisbus), navi (Fincantieri), treni (Ansaldo, Breda), acciaio ecc. ecc.
D’altronde se lo sfondo culturale di queste ispirazioni democrats l’abbiamo definita di stampo “cinese” non possiamo che guardare ai modelli di produzione dell’estremo oriente, i più inquinanti del pianeta, i più distruttivi in termini di impatto ambientale e di danni alla salute di chi lavora e di chi vive in prossimità delle industrie.

Questa torsione speculativa dovrebbe investire anche il teriziario, ove le contraddizioni, anche geografiche, si fanno più scottanti e lo sfruttamento de-sindacalizzato è una realtà di fatto praticamente da sempre. Il terziario deve essere ri-territorializzato, perché pare evidente che la sua concentrazione attorno alle grandi metropoli, ha prodotto solo il coagulo di intelligenze mal pagate e frustrate in megalopoli senza anima né vita. Di pari passo questo tipo di processo risulta anestetizzante rispetto alla diffusione di un general intellect che metta a valore le pulsioni della metropoli costruendo comune. E’ la dimensione da megalopoli senz’anima, che vede i soggetti frammentati ed isolati, schiavizzati senza tutele, annullando le centrali di confronto ed autovalorizzazione come i sindacati – nella loro più genuina espressione – un mondo dove i veleni ammazzano i territori e chi ci lavora, quella che si auspicano i modelli di Ichino, Boeri, Garibaldi. Modelli tanto cari a Marchionne e Monti.
Ma è la Cina compagni…non il Nord Europa.

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