L’albero delle mele marce

Nessuno può essere privato del diritto alla salute. Angelino Alfano - ministro di Giustizia.

5 / 11 / 2009

La discarica sembra veramente essere un po’ troppo piena. Se i rifiuti nel loro silenzioso fluire cominciano a essere in sovrannumero, quando imboccano una strettoia rischiano di provocare danni seri. Ora la strettoia è stata creata da un ragazzo che muore in un reparto bunker ospedaliero dopo essere "caduto dalle scale", un’imputata di eversione che si toglie la vita in cella ricollocando a oltre sessanta il numero dei suicidi  dall’inizio dell’anno, un comandante gli agenti di custodia che impreca perché un detenuto è stato massacrato in sezione invece che “di sotto”. E la discarica, che potrebbe contenere all’incirca 41.000 rifiuti, viaggia velocemente verso i 70.000.

Una campionatura completa del marciume: prima, durante e dopo.

Prima. Quando un ragazzo di trent'anni fragile, probabilmente anoressico, sicuramente epilettico, del peso di 40 chili, viene catturato dai Carabinieri e, per il possesso di pochi grammi di marijuana, accusato di spaccio. In ragione di un arretramento culturale, prima ancora che politico e normativo, che sembra aver travolto ormai da tempo il paese: il possesso illegale di sostanze diverse viene equiparato a un'unica fattispecie di nocività e sanzionabilità penale. Così un minorenne è portato a non operare nessuna distinzione nel consumo di una canna, un tiro di coca, una stagnola di eroina: tanto è lo stesso. Così i Carabinieri, magari su di giri perché qualche camerata è invischiato in storie sordide di ricatti ed estorsioni in tema di droga-sesso-potere,  possono prelevare un giovane uomo mentre porta a spasso il suo cane, portarlo in caserma dove viene riempito di botte fino a fratturagli due vertebre, consegnarlo serenamente ai colleghi della polizia penitenziaria. Così un ragazzo mette in pratica i fondamentali imparati in anni di vita difficile, anche se tutti, ma proprio tutti, sanno che "caduto dalle scale" significa "pestato a sangue". Così un giudice può convalidare il suo fermo, disporre la custodia in carcere e l'udienza nel merito a un mese di distanza. Un giudice che di certo conosce le prescrizioni: necessità del carcere solo per ipotesi fondata di reiterazione del reato, inquinamento delle prove, pericolo di fuga. Così, dopo essere stato rimpallato tra un centro clinico e un reparto blindato, dopo una settimana di sofferenze un ospedale può lasciarlo morire denutrito e disidratato senza che nessuno, familiari e difensori, abbia potuto ottenere il permesso di vederlo.

Durante. Quando una detenuta per fatti di eversione, condannata all'ergastolo, può impiccarsi con le lenzuola a pochi passi dalla postazione di sorveglianza. In ragione di una convenzione che vuole che la vita abbia perso valore e significato dopo quel "fine pena mai" in evidenza nel fascicolo personale. Così può uscire e rientrare all'infinito dal regime di isolamento stretto (che forse dovremmo chiamare tortura) previsto dal 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Così può subire oltre trenta perizie psichiatriche tra quelle di parte e quelle ordinate dal Tribunale. Così può frequentare un numero indeterminato di carceri e manicomi criminali, dove viene sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio. Così può maturare paranoie e manie di persecuzione, venire imbottita di psicofarmaci, passare tutta la giornata in branda senza parlare, senza mangiare, guardando il muro. Così il tempo, il luogo, il senso della privazione della libertà diventano entità astratte e incomprensibili. Così gli appelli di familiari e difensori a che le richieste di tutela della sua salute trovino riscontro restano inascoltati. Così un comitato di solidarietà che negli ultimi anni si è occupato di lei può nel maggio del 2006 titolare un appello "Diana Blefari sta per morire". Così una reclusa ad alto rischio, con una madre suicida solo pochi anni fa, un "soggetto schizofrenico e psicologicamente instabile" che pochi giorni prima ha avuto confermata dalla Cassazione la condanna all'ergastolo, viene lasciata morire. La tutela della sicurezza sociale non si accontenta del valore simbolico del carcere: deve esibire tutta la sua logica punitiva, tutto il suo potere afflittivo, sino a portarlo alle conseguenze più estreme.

Dopo. Quando filtra all'esterno un file audio molto nitido proveniente da un carcere del Centro Italia, uno come tanti: 400 detenuti a fronte di 231 posti, cinquanta reclusi con problemi di tossicodipendenza, cinque bambini nella struttura femminile, personale ridotto all'osso, strutture fatiscenti, due tentati suicidi in poche settimane. Così possiamo sentire la voce irritata del comandante gli agenti di custodia ricordare a qualche distratto sottufficiale che "non si massacra un detenuto in sezione, si massacra sotto". C'è la rogna che "il negro ha visto tutto" quando ci sono le celle di isolamento dove la squadretta può lavorare in tutta tranquillità: in questo modo si rischia una rivolta. Lo ricorda ai suoi sottoposti e a tutti noi, il comandante, che il carcere funziona così. Perché un rifiuto non può vantare diritti e quel detenuto che "il negro" ha visto pestare si è guardato bene dallo sporgere denuncia: è anche lui caduto dalle scale. Così possiamo assistere all'osceno balletto del falso stupore e dell'ipocrisia, dell'inchiesta tempestivamente aperta e della ricerca delle responsabilità, dell'indignazione e del garantismo. Per qualche giorno. Poi si tornerà a parlare di sicurezza sociale in pericolo e di certezza della pena, di improbabili piani carcere e di soldi per attuarli che non ci sono, di mille nuovi ingressi ogni mese e dell'impraticabilità dell'area penale esterna. Con un'unica certezza come orizzonte: sempre più carcere e sempre più duro, sempre meno diritti e sempre maggiore disapplicazione delle misure alternative, sempre impunità per chi è protetto dal Diritto di Polizia e sempre nuovi salvacondotti giudiziari per il ceto politico di potere.

Questi tre episodi possono costituire uno strumento collettivo di ripresa di ragionamento e iniziativa sul terreno della giustizia penale, della sua applicazione ed esecuzione, dei veicoli di criminalizzazione: dai flussi migratori, alla circolazione delle sostanze stupefacenti, agli episodi più radicali di conflitto sociale. Teniamo aperta la comunicazione. E' possibile che per questi tre episodi venga proposta l'ennesima versione della teoria delle mele marce. Ma se tutte le mele sono marce forse bisogna abbattere l'albero.  

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Sherwood Network - Speciale situazione carceraria