Lungo il bordo della guerra

Report della seconda giornata della Carovana Uniti per la libertà

10 / 4 / 2011

Sabato 9 aprile, ore 3:30, ci mettiamo in viaggio per raggiungere il campo profughi di Ras Jadire. Due pullman, circa cento persone, tra noi italiani della carovana e i tunisini dell’associazione che ha reso possibile, con il suo sostegno logistico, la nostra “avventura”. Dopo dodici ore di viaggio, raggiungiamo il confine con la Libia, la dogana, a non più di cento km da Tripoli, in quello spazio in cui sono passate, fino a oggi, circa 233.000 persone in fuga dalla guerra, dal regime di Gheddafi, dalle bombe degli “alleati”.

 
In verità le donne, gli uomini e i bambini che incontriamo, carichi di tutto ciò che hanno, sono dei privilegiati. L’esercito libico, infatti, ha bloccato la frontiera di uscita, per ostentare il potere di aprire e chiudere il “rubinetto” dei flussi migratori. La protezione civile ci racconta gli arrivi dei giorni successivi all’inizio della guerra: migliaia di persone accalcate per trovare un posto in uno dei 4 campi d’accoglienza allestiti dai vari organismi internazionali. In ordine: un campo di transito gestito dai tunisini; il campo degli Emirati Arabi Uniti, soltanto per musulmani; il campo della Croce Rossa internazionale; il più grande, gestito dall’esercito tunisino e l’UHNCR. 11.000 persone in tutto. Oltre i racconti, le emozioni, gli sguardi che si perdono nel tentativo di individuare la provenienza di chi decide di varcare la frontiera: famiglie di diplomatici marocchini, molti sudanesi, bengalesi.

 
Raggiungiamo la dogana con il Tir di Uniti per la libertà, arrivato dall’Italia, carico di medicine e altri generi di prima necessità, aiutiamo a scaricare e a smistare le medicine mentre cerchiamo di intercettare testimonianze dirette che ci aiutino a comprendere una situazione caotica e a prima vista spaventosa. Migliaia di donne e uomini “senza terra”, condannati alla fuga e alla clandestinità: questa è la scena che apprendiamo arrivando nell’ultimo campo, all’ora di cena, mentre incontriamo la lunga fila di chi attende il proprio pasto.


Discutendo con tante e tanti facciamo da subito i conti con la complessità delle migrazioni interafricane, migrazioni dieci volte maggiori, per quantità, dell’allarme costruito dai ministri degli interni europei. Troviamo conferma dei dati che ci hanno fornito la protezione civile tunisina e i medici volontari (o gli studenti di medicina disoccupati che colgono l’occasione per valorizzare il proprio obbligo di tirocinio formativo): la maggioranza degli arrivi, nell’ultimo mese, riguarda l’Africa centrale, la Somalia e l’Eritrea. Molti erano in Libia per lavorare regolarmente o soprattutto, da clandestini, in attesa di metter da parte il “gruzzolo” necessario per raggiungere l’Italia e quindi l’Europa.

 
La sensazione collettiva nel campo è di profonda sofferenza, si tratta a tutti gli effetti di uno “spazio di nessuno” nel quale rimangono confinati, anche per diversi mesi, donne e uomini provenienti da paesi africani nei quali è impossibile tornare, pena la morte. Che bastino da esempio: la Costa d’Avorio e la Somalia. Il campo, per quanto assai più gradevole delle tendopoli italiche, è un dispositivo di controllo, di confinamento e di organizzazione dell’attesa. Cerchiamo di decifrare l’attesa, tentiamo paragoni con i tunisini conosciuti a Lampedusa. Ancora, definiamo le traiettorie della forza-lavoro migrante, ne collochiamo le gerarchie e la stratificazione.


Una giornata lunga, molto faticosa, segnata da emozioni forti, fortissime. Una giornata in cui abbiamo imparato molto, un’inchiesta “a caldo” lungo la frontiera, sul bordo della guerra. Tra poche ore, appena svegli, ci metteremo di nuovo in viaggio per Tunisi, dove lunedì ci attendono l’incontro con l’Ugtt, le femministe universitarie, i disoccupati.

Uniti per la libertà
UniCommon

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Scarico dei materiali raccolti in Italia

Confine libico e campi profughi

Panoramica campi profughi

Intervista ad un migrante nel Campo Profughi