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Un commento a caldo sul Dl Tremonti

Non nominate la parola crisi

Mr B attacca Draghi: "Nessuno diffonda sfiducia"

27 / 6 / 2009

61, -4.1, -5,5 –qual è la cifra più pesante? 61% è il sondaggio autocertificato del gradimento di Berlusconi, -4,1% il calo ad aprile degli occupati nella grande industria al netto della Cig, -5,5% le previsioni per il Pil 2009. Il premier impunito ostenta baldanza, ma la crisi galoppa. Le previsioni sul Pil implicano un calo generalizzato dell’occupazione, di cui la grande industria ci offre solo avvisaglie; soprattutto calando in termini assoluti e con record europei il Pil e crescendo il debito pubblico peggiora disastrosamente il fondamentale rapporto Pil/debito pubblico che è la chiave di volta di tutto il sistema economico anche nel confronto eruopeo. Continuando così non ci sono soldi per nulla, cade il credito e dunque ancor più la produzione, si restringe ulteriormente l’occupazione. Il guaio è che il Pil non si tira su con pillole e spray locali, diversamente da come generalizza il papi. Il DL del 31.6 o mini-finanziaria estiva si caratterizza per la vaghezza dei propositi e la parsimonia degli investimenti. La detassazione degli utili reinvestiti si configura come una beffa in questa fase della crisi, come al suo inizio fu l’altrettanto strombazzata defiscalizzazione degli straordinari. Nella crisi, infatti, non si fanno straordinari e non ci sono utili. Lo scudo fiscale è stato rinviato, stante la diffidenza degli esportatori illegali per il rientro in un regime di debito pubblico ipertrofico. Fa ridere prendersela con commercialisti e spalloni, quando dalla baruffa in casa Agnelli esce fuori che un bel pezzo dei capitali Fiat se ne sta off shore, sottratto alla legittima figlia ed erede Margherita.

E allora che fare? Alla denuncia infuocata di Draghi sul Pil crollato replica Tremonti con la proposta di non diffondere cifre fino a settembre per non turbare il mercato borsistico e le vacanze degli italiani. Misura di igiene, non censoria –ha dichiarato il ministro al Tg2. Ma quando si cerca di occultare i dati economici e magari di contestare i metodi Istat di rilevamento non è come bloccare il gossip sui teleschermi Rai-Set: è che si sta alla canna del gas! Il contrasto fra Tesoro e Banca d’Italia, raddoppiato da critiche vere ma demagogiche all’eccessiva prudenza delle banche, si configura come un litigio fra ladri per spartirsi il bottino e ancor più come un posizionamento preventivo per le decisioni che dovranno essere assunte a breve per ristrutturare il debito pubblico. Altro che exit strategy dalla crisi!

Ci avviamo, probabilmente con l’accantonamento di Silvio-Caligola, verso una riproposta di austerità e di uscita dalla crisi mediante “dolorosi” (in realtà iniqui) sacrifici, spostando soldi da operai e precari a banche e imprese. Perfino il papi, sguazzando per uscire dalla palude, ha provato a dire che la stabilità del governo è legata alla pace sociale, donde l’ipocrita motto people first ovvero nessuno sarà lasciato indietro. Ma non appare proprio come il gestore ideale del difficile processo. La sinistra appare così debole che il centro-destra può pensare seriamente a reclutarla come ruota di scorta. E’ già avvenuto quando Pci e Ds erano più floridi. Un Pd spaccato in una gara per la leadership fra Franceschini e Bersani (che, come ha detto giustamente la Finocchiario, sono la copertura dei pervicaci duellanti Veltroni-D’Alema), per non parlare del serraglio bertinottiano-ferreriano, è il candidato perfetto per un governo di unità nazionale o di emergenza economica. Se ci sarà un’ondata di lotte, tale soluzione è quasi inevitabile. Non basterebbero i tonfa. Se la pace sociale dovesse essere solo incrinata, le vie di uscita potrebbero essere altre, per esempio un’alleanza organica fra PdL (deberlusconizzato) e Udc –il vero ritorno alla Dc! In questo caso la Lega, che a un governo di unità nazionale potrebbe pure starci, sarebbe decisamente emarginata in quanto non più determinante, anzi fonte di troppi ricatti e pretese.

Adesso il G8 concentra tutta l’attenzione e probabilmente segnerà il culmine delle campagne al veleno, che già oggi offuscano il fallimento clamoroso delle iniziative preparatorie (l’annullamento del vertice sulla ricerca per paura di contestazioni, deplorato pateticamente dal settore universitario del Pd, il flop del vertice dei ministri degli esteri a Trieste, disertato dagli iraniani e dove Forattini è rimasto appeso in mezzo fra l’interventismo europeo e l’anti-interventismo russo). Dopo si arriverà alla resa dei conti, secondo varianti al momento imprevedibili ma su cui avrà un sicuro impatto il ciclo delle lotte, a cominciare dall’insofferenza abruzzese per la mancata ricostruzione. Un settembre tutt’altro che dolce, con qualche assaggio anche prima.

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