Questa mattina un centinaio di attivisti è tornato in strada per riprendersi la città dopo la decisione del prefetto di istituire una "zona rossa" nel centro di Padova interdetta ai cortei.
La manifestazione ha attraversato il Liston passando per l'università ed il Comune per rivendicare libertà di movimento e di protesta.
Uno dei sei ragazzi vittima del Teorema Naccarato ha simbolicamente tagliato il nastro srotolato in precedenza dagli attivisti per segnalare la "zona rossa" dando così il via al corteo spontaneo di questa mattina.
A seguire il comunicato degli attivisti:
Benvenuti a Padova!
Benvenuti in quella Padova a democrazia limitata che da anni è laboratorio di politiche securitarie.
L'ordinanza del prefetto di sabato scorso parla chiaro: “interdette le vie del centro città a manifestazioni di tipo politico ed elettorale per motivi di sicurezza”. Non si può più manifestare in piazza Duomo e neanche al Santo, non si può transitare sul Liston, non si può andare sulle riviere, non si può andare nelle Piazze dei Signori, della Frutta e delle Erbe.
No, non è stato ripescato un documento del Ventennio e non è neppure una norma transitoria del Governo austriaco: il centro storico di Padova è ufficialmente zona rossa.
Non è un caso che questo atto vergognoso venga emanato a metà luglio quando studenti e cittadini rallentano i ritmi di un anno vissuto intensamente e non è un caso che le zone interdette siano quelle fatte vivere dalle iniziative di dissenso e dalle mobilitazioni che hanno visto protagonista una larga fetta di popolazione padovana. In nome dell’ordine pubblico, di una presunta sicurezza, i palazzi degli interlocutori istituzionali vengono trincerati dietro un protocollo.
Il legittimo dissenso contro la riforma Gelmini, contro Berlusconi, contro un modello di sviluppo economico che grava sulle spalle dei cittadini ha camminato in questi mesi proprio nei luoghi da oggi interdetti.
Da mesi abbiamo denunciato la pratica di militarizzazione del centro ogni qualvolta si è scesi in piazza in migliaia, studenti, precari, giovani, migranti, cittadini, per rivendicare e riconquistare i propri diritti. In un folle crescendo abbiamo assistito prima ai divieti contro qualunque tipo di iniziativa non autorizzata ufficialmente, poi sono stati messi in campo confinamenti agli studenti fuori sede che si sono mobilitati nell’autunno, oggi dobbiamo assistere anche a questa violenza ai danni dello spazio pubblico e della libertà.
In un clima nazionale che dal referendum sui beni comuni alla Val Susa, dalle piazze di Parma alle discariche napoletane, dalle università ai luoghi di lavoro, reclama spazi di democrazia reale e di libertà di espressione, qualche mese fa ha cominciato a incontrarsi a Padova il Comitato provinciale per l'ordine pubblico e la sicurezza: il tavolino da thé in cui Zanonato e Sodano si autonominano padroni dello spazio pubblico e ne fanno quel che vogliono.
Da quando, in un paese “democratico”, non si può manifestare davanti alle sedi dei propri interlocutori? È possibile che agli studenti venga vietato di manifestare in Università e ai cittadini sotto il palazzo del Comune? È possibile che il cuore della città venga interdetto a chi la città non solo la vive e la attraversa, ma si mette in gioco in prima persona per trasformarla in meglio?
Chi ha percorso in questo incredibile anno le strade della nostra città ha respirato quel vento di cambiamento che sta muovendo l'Italia intera per rivendicare diritti, per difendere i beni comuni, per un futuro vivibile e perché, a distanza di dieci anni dal G8 di Genova, sappiamo che quell'altro mondo possibile esiste: siamo noi.
Stabilire zone rosse a Padova significa giocare la carta della criminalizzazione di chi si mobilita e si attiva in prima persona perché per tutti ci sia la possibilità di un presente diverso e di un futuro migliore, consapevole che i diritti vanno conquistati.
Si continuano a trattare quindi come problemi di ordine pubblico e di “sicurezza” questioni politiche e sociali portate avanti da migliaia di persone. Si negano il diritto al dissenso e la libertà di movimento nel cuore della città, in un vigliacco tentativo di fermare un processo di cambiamento sociale: evidentemente la paura che l’attuale stato di cose muti è diventata irrefrenabile per chi vorrebbe difendere la propria poltrona e i propri miseri interessi.
Ma di chi è lo spazio pubblico? Di chi vive la città o di chi pretende di governarla? Dove sta la democrazia? In una piazza viva o in tasca a un prefetto? Dove sta la violenza? In chi manifesta o in chi ci vieta le espressioni di dissenso?
I diritti di ciascuno e i diritti collettivi valgono più di qualsiasi ordinanza, vogliamo essere liberi di vivere in questa città e di farla parlare di noi, dei nostri bisogni e dei nostri desideri.
Non accettiamo che una riunione di sceriffi possa imporci limiti di agibilità della nostra città! Possono giocare a imporre zone rosse, ma davanti al vento di cambiamento che tutti respiriamo non ci saranno barriere che possano tenere.
Saremo sempre nelle strade e nelle piazze di questa città perché Padova è di tutti, Padova è libera.
PADOVA LIBERA – LIBERI TUTTI


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