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Inchiesta sulla spesa sanitaria in Italia. Tra consorterie e il piano tagli.

Quando ci sta la salute….

di Antonio Musella

17 / 9 / 2010

Micheal Moore è stato uno dei principali sostenitori della riforma sanitaria americana fortemente voluta da Barak Obama. Moore è stato in ogni talk show, trasmissione di approfondimento, dibattito pubblico. La sua denuncia di qualche anno prima attraverso il documentario Sicko, è stata uno shock per il paese. Il documentarista americano era riuscito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica statunitense e di quella mondiale l’aberrazione di un servizio sanitario fondato sulla possibilità del malato di poter pagare o meno il servizio stesso. Le immagini sconvolgenti del signore che in base ai costi economici deve decidere se farsi ricucire l’indice piuttosto che l’anulare dopo un taglio di netto di una sega elettrica da’ i brividi.
Chiunque abbia visto Sicko non ha potuto fare a meno di leggere le statistiche dei servizi sanitari nazionali nel mondo. Una classifica che racconta dell’attenzione dello Stato per la salute dei cittadini in merito alla quantità dei servizi offerti.
E’ una tabella che compare nella parte centrale del documentario.
Primo posto Francia…secondo posto Italia…
Nel nostro paese l’assistenza sanitaria e’ garantita a tutti tramite le strutture pubbliche, non esiste nessun redditometro per decidere se puoi essere curato o meno in un ospedale.
Come avvengono le cure e come funziona la “macchina elefantiaca” della sanità in Italia è tutta un’altra storia.
Che le cure nel nostro paese sono garantite a tutti lo si potrebbe chiedere ai familiari di Giancarla Ciorra, 47 anni di Novara, che nel luglio scorso si è recata al pronto soccorso dell’Ospedale San Giovanni Bosco della cittadina piemontese per uno stato di paralisi al volto, stordimento e stato d’ansia generalizzato.
Le hanno somministrato un ansiolitico. È morta 11 ore dopo per emorragia celebrale.
Una entra in ospedale con una paralisi al volto e la fanno visitare da uno psichiatra!
Questo avviene nel ricco Nord dove tutto apparentemente sembra piu’ efficiente e funzionante.
Ma i casi di malasanità nel nostro paese potrebbero riempire le pagine di una enciclopedia, così come i casi di ospedali in cui questi episodi si sono ripetuti più volte.
La nostra sanità è fatta anche di questo. Accanto ad eccellenti ricercatori e medici che sistematicamente sono costretti a lasciare l’Italia per continuare le ricerche mediche, ci sono tanti medici o primari assunti con sistema clientelare, così come tanto del personale paramedico. Una prassi maturata negli anni dai costumi della repubblica italiana e dall’intreccio perverso tra interessi politici e spesa sanitaria.
Un bubbone nel nostro paese che si è sedimentato negli anni. Un flusso di cassa continuo dove la spesa pubblica sanitaria, che dovrebbe garantire che nessuno muoia dopo aver fatto visita al pronto soccorso, diventa un coacervo di interessi che vogliono dire soldi pubblici dispensati agli amici dei politici.

Angeli e demoni.

Sarebbero davvero tantissimi gli esempi da poter raccontare per svelare dettagliatamente l’intreccio tra politica ed interessi privati in merito alla spesa sanitaria pubblica. Ne riportiamo alcuni che ci danno un’idea.
La famiglia Angelucci è senza dubbio la stirpe dei principi della sanità nel nostro paese.
Antonio Angelucci è il capo della dinastia. Ex portantino dell’ospedale San Camillo di Roma, quello comprato da Don Luigi Verzè nel 1999 per 270 miliardi di lire e rivenduto subito dopo al Servizio sanitario nazionale per 320 miliardi, Angelucci ha fatto una carriera incredibile.
Leader delle industrie di fornitura ospedaliera, Angelucci dal 2008 è deputato del Pdl. Entrato in parlamento dopo una serie di operazioni che hanno portato l’azienda di famiglia, la Tosinvest, a diventare l’appoggio più fidato per politici di centro destra e centro sinistra.
Gli Angelucci sono l’unica famiglia a possedere sia un giornale vicino al centro sinistra che uno legato alle destre: “Libero”, che fa capo alla Fondazione San Raffaele controllata dagli Angelucci ed “Il Riformista”, che fa capo a Tosinvest. Entrambi i quotidiani ovviamente sono beneficiari di finanziamenti pubblici all’editoria.
In questo modo la propensione innata per la trasversalità politica degli Angelucci passa innanzitutto attraverso la comunicazione e la capacità di essere megafono di uno e dell’altro schieramento.
Una trasversalità che ha portato gli Angelucci a “dare una mano” concreta a Berlusconi ed agli ex Ds in modo molto significativo.
È il 2001 quanto la Tosinvest rileva la Beta Immobiliare, una società che stava sprofondando nei suoi 584 milioni di euro di debiti e nelle ipoteche su 216 immobili in tutta Italia.
La Beta Immobiliare era di proprietà del Pci-Pds-Ds e l’allora segretario Fassino chiede aiuto agli Angelucci per non mandare in bancarotta il partito. In poco più di quattro anni la Tosinvest riduce i debiti della Beta Immobiliare fino a 136 milioni di euro e tutto a medio e lungo termine.
Un comunista d’altri tempi Angelucci?
Più semplicemente i soldi pubblici dei rimborsi elettorali, finiti tutti alla Tosinvest, sono stati un ottimo incentivo per riuscire ad appianare i debiti della Beta Immobiliare.
Ma anche dal lato opposto Angelucci è giunto in soccorso nel momento del bisogno.
E’ il 2008 e siamo al fallimento disastroso dell’Alitalia. Berlusconi non riesce a mettere insieme un gruppo di imprenditori volenterosi che a prezzo stracciato rilevi la compagnia aerea di bandiera e provi ad appianare i debiti ingenti. La cordata alla fine sarà guidata dall’imprenditore democratico Roberto Colaninno. Ad investire ben 62 milioni in Alitalia sarà la T.H. s.a., la cassaforte lussemburghese degli Angelucci. Uno dei principali azionisti della prima grande operazione d’immagine dell’allora nuovo governo Berlusconi che evitò il fallimento di Alitalia.
In mezzo anche un affare da 40 milioni di euro con Daniela Santanchè, oggi sottosegretario del governo Berlusconi, ma candidata premier nel 2008 per La Destra. Gli Angelucci e la Santanchè si mettono in società fondando la Visibilia, azienda di advertising. Raccolta di pubblicità per “Libero”, “Il Giornale”, “Il Riformista” fino a “Sanità Lazio” mensile di settore dal nome sibillino per gli interessi degli Angelucci.
Intanto gli Angelucci fanno incetta di contratti di fornitura per il servizio sanitario nazionale. E visto che la spesa sanitaria viene amministrata dalle Regioni e gli interessi degli Angelucci si concentrano tra le altre, in Lazio e Puglia, regioni con grande instabilità dei flussi elettorali, l’arma migliore degli Angelucci, la trasversalità, risulta essere il colpo vincente.
In Lazio ai tempi di Storace governatore, gli Angelucci entrano in affari con altre aziende legate direttamente ai politici del centro destra. La mitica Tosinvest possiede il Poliambulatorio Cave che viene gestito da Patrizia Pescatori moglie di Massimo Fini, fratello di Gianfranco Fini, e guarda caso anch’egli impiegato nel settore medico. Ma anche l’ex segretario di Fini, Francesco Proietti Cosmi è convenzionato, con la sua Emmerre 3000, con il servizio sanitario nazionale tramite la Regione Lazio. Un conflitto di interessi troppo evidente, che porta Proietti Cosmi a cedere la Emmerre 3000 nel 2009. A chi? Ma alla Fondazione San Raffaele controllata dagli Angelucci…
In Puglia invece gli affari principali, come l’appalto da 198 milioni di euro per la gestione di 11 residenze sanitarie, risalgono ai tempi del governatore Raffaele Fitto. Ma quella della Puglia si trasforma presto in una brutta storia. Infatti il rampollo di famiglia, Giampaolo Angelucci viene arrestato con l’accusa di finanziamento illecito per un versamento di 500 mila euro per la campagna elettorale di Raffaele Fitto del 2005 (persa poi contro Nichi Vendola). Per i giudici era la contropartita per quell’appalto da 198 milioni di euro.
E’ inutile dire che la stampa….da “Libero” a “Il Riformista” sfoderò una accademica lezione di garantismo.
Un mare di soldi pubblici per le forniture e la gestione delle residenze sanitarie. Interessi che portano gli Angelucci negli anni a porsi come i più importanti attori del settore, fino a sfoderare magnanimità apparente e fiuto imprenditoriale non secondario, nelle operazioni Alitalia e Beta Immobiliare.
Con la prima sono diventati per 4 soldi i maggiori azionisti della principale compagnia aerea italiana, sulla seconda si sono accaparrati i soldi dei rimborsi elettorali. Nel mezzo due giornali asserviti ai poteri forti e tanti interessi.
Ecco il ritratto di una delle principali famiglie di imprenditori della sanità in Italia.

Dinosauri, evasori e parenti.

Oggi gli Angelucci ed ovviamente non solo loro, sono la dinastia in voga per gli interessi nelle forniture sanitarie. Ma altri dinosauri degli affari politica – sanità non sono ancora definitivamente tramontati. È il caso di Giuseppe Ciarrapico, fascista, deputato del Pdl, a cui gli Angelucci sembrano aver strappato il titolo di barone della sanità pubblica. Ciarrapico era il re delle cliniche private. Tutte fallite e finite alla Banca di Roma di Cesare Geronzi negli anni novanta. Ma il “Ciarra”, ancora editore di “Italia Oggi”, “Molise Oggi” e “Latina Oggi”, da poco coinvolto in un’inchiesta per truffa sui finanziamenti all’editoria, è ritornato in campo recentemente rilevando Eurosanità ed accollandosi i suoi 240 milioni di euro di debiti. Tra i suoi benefattori, la 3C srl controllata dal principe Carlo Caracciolo, presidente de “l’Editoriale l’Espresso” di Carlo De Benedetti, che edita “Repubblica”.
Ciarrapico, come riporta il volume “La Cricca” di Sergio Rizzo, ammette “…quando volevano portarmi via le cliniche, Caracciolo mi firmò una fideiussione di 200 miliardi di vecchie lire”.
Forse Caracciolo voleva anche intonargli la celebre canzone di Elio e le Storie Tese, censurata nel 1994 sul palco del 1°Maggio, “Ti amo Ciarrapico”?
Ma di dinosauri che rientrano in gioco ce ne sono molti. Come Guelfo Marcucci.
Attualmente chi scrive è in causa con il signor Marcucci in merito ad una delle inchieste di Global Project.
Ma il fatto che il toscano Guelfo Marcucci sia stato inquisito, ed è tutt’ora sotto processo a Napoli, per lo scandalo del sangue infetto che ha portato, tra l’altro, alla morte di migliaia di persone è un fatto giuridicamente incontestabile. Così come il fatto che il signor Marcucci risulta oggi nuovamente in pista con la Keidron, ditta che produce….udite udite…farmaci per emofiliaci.
Solo dinosauro ? No, anche parente.
Suo figlio Andrea, già deputato negli anni novanta alla tenera età di 27 anni con il Partito Liberale, oggi è senatore del Partito Democratico.
Ma oltre ai dinosauri il mondo dell’industria sanitaria ci riserva anche dei personaggi che non se ne stanno in parlamento e piuttosto che apparire accanto ai politici preferiscono spendere il proprio tempo per occultare le enormi quantità di denaro accumulate.
È il caso della famiglia Aleotti e del capostipite Alberto Aleotti. I titolari della ditta farmaceutica Menarini, tra le più importanti in Italia, nel 1995 minacciarono di portare le loro aziende all’estero se non fosse cambiata la politica sui prezzi dei farmaci del governo. All’estero non portarono le loro aziende, ma portarono bensì 476 milioni di euro rientrati poi con il primo scudo fiscale di Berlusconi nel 2001.
La Menarini però non ha smesso di essere sotto i riflettori e sempre per i soliti problemucci di evasione fiscale. La Procura della Repubblica di Firenze ha indagato Alberto Aleotti ed i suoi figli Lucia e Giovanni Alberto per “transfert pricing” ovvero truffa tributaria.
Oggetto dell’indagine dei pm fiorentini è l’importazione di due princìpi attivi dalla Cina, il fosinopril e la pravastatina: dietro questa operazione commerciale si nasconderebbe una truffa tributaria.
In Germania da alcuni mesi il settimanale “Stern” sta pubblicando le dichiarazioni di una gola profonda dell’evasione fiscale in Lussemburgo. Un sorta di “pentito” dell’evasione che ha venduto alla stampa una lista di ricconi che hanno sottratto al fisco i loro patrimoni nascondendoli in Lussemburgo. Come riporta anche il Corriere della Sera, sarebbe proprio Alberto Aleotti l’italiano che avrebbe nascosto in Lussemburgo circa 500 milioni di euro.
Dinosauri, evasori, ma soprattutto parenti.
La Puglia e la sua spesa sanitaria sono senza dubbio costantemente al centro degli intrecci perversi tra politica e imprenditori del settore sanitario.
Dopo il fattaccio brutto che ha colpito gli Angelucci e l’ex governatore Fitto su quei rimborsi elettorali poco chiari, la giunta di Nichi Vendola si è dimostrata in continuità con l’andazzo di prima. Ma stavolta in maniera, per cosi’ dire, più rustica….
Tutto in famiglia.
Ed infatti l’inchiesta sugli illeciti nelle forniture sanitarie in Puglia ha fatto emergere gli interessi dell’allora assessore alla sanità della Regione Puglia Alberto Tedesco. Di proprietà di Tedesco e della sua famiglia - moglie, figli, fratelli – erano infatti le aziende Aesse Hospital, Mednet srl, AF Medical e Eurohospital, tutte fornitrici delle strutture sanitarie pugliesi mentre Alberto Tedesco era assessore regionale.
Uno scandalo che ha visto lo sviluppo di numerosi filoni di inchiesta. Pochi lo ricordano, ma sempre dall’inchiesta sulla sanità in Puglia è venuto fuori il nome del venditore di protesi Giampaolo Tarantini e da lì si è arrivati a Patrizia D’Addario ed allo scandalo escort che ha coinvolto Berlusconi. Un’ affare torbido a prescindere dalla responsabilità, quello della sanità pugliese.
Tedesco si è dimesso. Ha anche ceduto molte delle sue aziende, tranne la Eurohospital.
Cosa fa adesso? Ma ovviamente è senatore democratico! Poteva mai restare disoccupato?
Ma come si dice, il pesce puzza dalla testa.
Nel 2009 un vero e proprio bombardamento mediatico ha colpito gli italiani minacciando una epidemia improvvisa dell’influenza A H1 N1. I media main stream, a cominciare da quelli vicini al governo - tutti? – ci prefiguravano uno scenario da epidemia tipo peste del 1600. Bisognava vaccinarsi tutti, immediatamente, senza perdere tempo.
È passato solo un anno ma per tutti sembra un ricordo svanito nel nulla. Pochissimi si sono vaccinati e l’epidemia assolutamente non c’e’ stata. Il ministero della sanità ha firmato un contratto con la multinazionale Novartis per 24 milioni di dosi di vaccino. Un contratto segretato. Già…non si sa l’ammontare della spesa. Si sa solo che indipendentemente dall’utilizzo o meno e dall’ottenimento dell’autorizzazione per Novartis di commercializzare i vaccini nel nostro paese lo stato italiano avrebbe dovuto pagare la commessa per 24 milioni di euro come “partecipazione ai costi”, come svelano i cronisti del Corriere della Sera.
Un affare incredibile. Anche perché tutto è stato inutile. Poco più di 800 mila vaccinati, ed il resto dei 23 milioni di dosi di vaccino spedite verso i paesi poveri tramite l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il ministro della Sanità è oggi Fazio. All’epoca del vaccino Novartis, Fazio era viceministro, ed il titolare del dicastero era ancora Maurizio Sacconi. Sua moglie, Enrica Giorgietti, è presidente di Farmaindustria, la Confindustria delle ditte farmaceutiche. Un amica di Novartis in pratica.
Un corrotto di altri tempi, Duilio Poggiolini, deus ex machina degli affari sporchi e delle tangenti nella sanità dal 1979 fino agli anni ’90, scrisse in un libro di memorie che “il mercato farmaceutico si autoalimenta per induzione degli stessi produttori”. Un altro signore certamente non della stoffa di Poggiolini, Alberto Malliani presidente della società di medicina interna, nel 2002 denunciò : “un intreccio pericoloso tra contenuti scientifici e conflitti di interesse. Le linee guida internazionali sulle patologie sono scritte da esperti che hanno tutti vastissimi rapporti con le industrie farmaceutiche. Spesso si avvalora un aumento della spesa sanitaria inutile, dando più credito al nuovo farmaco che in realtà ha la stessa attività del vecchio”.
Un giro di soldi vertiginoso.
Ma prima o poi il conto si paga.

Chi paga il conto ?

È presto detto.
L’evolversi della crisi e l’ingresso delle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea ha colpito in maniera importante la spesa pubblica dei singoli stati. Smantellamento del welfare senza dubbio. Ma, tra le altre cose, la spesa sanitaria è stata quella maggiormente colpita.
Alcune regioni, tra l’altro tra le top winner degli affari oscuri sulla sanità ovvero Lazio, Puglia, Campania, Molise, Calabria e Basilicata, utilizzavano i fondi europei per le aree sottoutilizzate, i famosi fondi Fas, per appianare i debiti della sanità.

In pratica la spesa sanitaria arrivava come nei casi di Campania e Lazio a toccare quasi il 50% del bilancio regionale. Gente dalla salute fragile ed i migliori centri mondiali ci immagineremmo…
Invece è semplicemente quella prassi di utilizzare la spesa sanitaria per arricchire le consorterie e per mantenere quei “delicati equilibri” di potere. Quel flirtare continuo tra politici e imprenditori del settore non faceva altro che far lievitare la spesa sanitaria in maniera assolutamente ingiustificata. Si arricchivano gli amici di Tedesco o di Storace ed il pubblico buttava via soldi.
Almeno fossimo in un paese dove non si muore di appendicite in pronto soccorso…
La prassi di utilizzare i fondi Fas per appianare i debiti fatti per agevolare gli amici è un prassi amministrativa assolutamente insopportabile soprattutto in regioni, come quelle meridionali, dove ai fondi Fas sono legate moltissime speranze di trasformazione delle attività produttive.
Ma anche questa giostra è finita. È giunta al capolinea dopo esperienze di governo legate principalmente al centro sinistra, tranne il caso del Molise (governatore Iorio di centro destra). Le giunte Marrazzo, Bassolino, Bubbico, Loiero e Vendola hanno sforato troppo!
Arriva la crisi e le politiche di austerità, quindi Tremonti impedisce a queste regioni di poter utilizzare i fondi Fas per appianare il debito della spesa sanitaria. Lo sblocco dei fondi è subordinato ad un piano di rientro. Tagliare le spese. Che per le Regioni significa chiudere ospedali, tagliare la spesa farmaceutica, varare un piano di esuberi.

Le nuove giunte Polverini, Caldoro, De Filippo, Scopelliti, Vendola dunque mettono mano ai tagli.
La situazione risulta pesantissima tanto che in Campania non ce la si fa a pagare gli stipendi ai dipendenti delle Asl. Questi ritardi in piena crisi causano addirittura suicidi in Campania, ed anche un morto sul campo, un’infermiera dell’ospedale San Paolo di Napoli, che per protesta si faceva prelevare ogni giorno un piccolo quantitativo di sangue.
Solo in Campania i tagli porteranno all’eliminazione di 1200 posti letto. In più ci sono da aggiungere gli esuberi, la mobilità.
Il conto delle spese folli lo paghiamo noi! Meno ospedali, quindi meno servizi e riduzione della spesa farmaceutica per le strutture sanitarie.
Un domani si potrà morire in ospedale perché forse mancherà un farmaco.
Era il 2003 quando in un piccolo paese della provincia di Bari, Terlizzi, alcuni attivisti dei centri sociali della Campania e della Puglia insieme ai cittadini del paese bloccarono per ore in macchina l’allora governatore Raffaele Fitto. Aveva presentato un piano ospedaliero che prevedeva la chiusura di diversi ospedali tra i quali anche quello di Terlizzi. I cittadini bloccarono il governatore che veniva in paese a spiegare ai cittadini perché sarebbero rimasti senza la struttura sanitaria primaria.
Tra quei manifestanti c’era anche Nichi Vendola allora deputato di Rifondazione Comunista ed originario proprio di Terlizzi.
7 anni dopo la Regione Puglia presenta un piano di rientro che prevede la chiusura di 20 ospedali!
Quantomeno una contraddizione…
Ma l’atteggiamento del governo risulta ancora più viscido e grottesco. Tremonti infatti decide di fare il bello ed il cattivo tempo. Così in Luglio, decide di garantire alla Campania del governatore del Pdl Stefano Caldoro la possibilità di poter utilizzare i fondi Fas per appianare i debiti, mentre boccia il piano della Regione Puglia, che prevedeva appunto la chiusura di ben 20 ospedali, definendolo inefficace. Il ministro Raffaele Fitto gongola. E tutto questo avviene poche settimane dopo l’annuncio di Vendola di volersi candidare alle primarie del centro sinistra per le elezioni politiche.
Spese folli, soldi buttati per arricchire gli amici. Come conseguenza ospedali chiusi, meno servizi, esuberi di personale, tagli alla spesa sui farmaci, quando appena un anno prima proprio il governo regalava 24 milioni di euro alla Novartis per un vaccino inutile. Poi ancora giochetti di potere sul merito dei sanguinosi piani dei tagli. A pagare questi legami ed a pagarli sulla pelle siamo sempre noi.
A guardare nuovamente quella tabella del documentario Sicko di Micheal Moore ci verrebbe da fare ora una marea di distinguo. Moore conclude il suo lavoro portando i protagonisti del suo documentario, tutti ammalati e senza assicurazione sanitaria, a farsi curare a Cuba, dove gratuitamente nel “paese canaglia” i cittadini americani trovano delle terapie per le loro patologie.

Peccato che non abbiamo una “Havana” dove chiudere figurativamente questa inchiesta. Ci rimane il collasso della spesa sanitaria, ed una battaglia tutta da affrontare contro la chiusura degli ospedali e la necessità di rivoluzionare la spesa sanitaria nel nostro paese.      

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