12.10.08 Cs Rivolta, Marghera (Venezia)

Relazione sull'assemblea dei centri sociali e spazi autogestiti

14 / 10 / 2008

"... cerchiamo di stare in gruppo,
la tranquillità è importante
ma la libertà è tutto".
(Mappe di libertà - Assalti Frontali)



Trascrizione dell'intervento durante l'assemblea conclusiva di Gian Marco De Pieri, TPO (Bologna)
A me il compito, non facile, compagni e compagne di raccontarvi di una scommessa.
Perchè l’assemblea di ieri pomeriggio è stata una grande scommessa costruita collettivamente, annunciata da un testo pubblico che ha girato nelle liste di movimento e colta tutti insieme.
Ciò di cui vi parlo è in buona sostanza di un’ assemblea degli spazi sociali che è corretto definire nei termini di scommessa, e di una scommessa colta. Innanzi tutto perchè non è normale nè usuale che vi sia un’assemblea di spazi; neanche nel ciclo precedente di lotte avevamo avuto cura di avviare una riflessione franca, orizzontale e diretta tra gli spazi sociali delle nostre filiere di movimento.
Ieri lo abbiamo fatto. E' stata una scommessa colta, perché ieri è stata un’assemblea vera, intensa, difficile come difficili sono le cose che ti mettono in gioco, che non ti fanno capire come andranno a finire. Ieri centinaia di compagni e compagne delle assemblee di oltre quaranta spazi sociali di questo paese, di oltre dieci regioni, hanno fatto, in più di quattro ore, più di trentacinque interventi, ricchi di spessore e qualità, condivisi nelle loro realtà di appartenenza.
Se è vero che siamo all’anno zero è anche vero che non partiamo da zero. Questo è un dato.
Un dato di cui avere cura, perché se andiamo a vedere e ad ascoltare, ieri è stato anche l’inizio di un nuovo processo di comunicazione tra di noi, di un nuovo racconto; perché abbiamo bisogno anche di questo; bisogno di parlarci in maniera diversa, più ricca, più diretta, più franca, bisogno cioè di una comunicazione che è immediatamente cooperazione, ricerca della condivisione e produzione del comune tra di noi.
Facendo questo ieri è emerso che i nostri spazi sociali sono diventati qualcosa di più complesso e molteplice di quello che erano dieci anni fa; sono diventati, per scelta, crosspoint nei quali si intrecciano i sommovimenti e le ricchezze soggettive dei territori politici, che a volte ci sorprendono, come è avvenuto ieri sera a Padova quando alcuni migranti, nuovi cittadini dei nostri territori si sono difesi dalla violenza dei carabinieri.
Crosspoint nei quali vediamo nuovi movimenti del lessico di genere che partecipano e portano ricchezza alla vita delle nostre comunità territoriali; vediamo, cosa di cui avere cura e attenzione,
che nei nostri spazi si battono un tempo e una metrica differenti da quelli del passato.
Si battono le metriche hip/hop e si riproducono i bpm di una nuova elettronica che anticipano forme di vita e di relazione che nel territorio divenuto metropolitano sono sempre più importanti e che ci sfidano nella loro comprensione.
Se è vero che ci sono state fila comuni in questi tre giorni di meeting è altresì vero che c’è stata un’originalità nell’assemblea degli spazi sociali.
Da dove, infatti, se non dagli spazi sociali ci si proietta immediatamente nei territori della città? In essi viene ripresa la problematica, che è una sfida, di coniugare insieme tensione alla libertà e sperimentazione di indipendenza.
Abbiamo provato a declinare la libertà non come un’appropriazione indebita della libertà dell’individuo proprietario, la libertà liberale. Abbiamo, invece, fatto nostra la potenza sovversiva e trasformatrice di una categoria di libertà che ci porta immediatamente a pensare come impossibile il contenimento delle forze produttive, creative, sovversive della moltitudine nel territorio. La libertà, per noi, è l’immediata tensione alla produzione del comune, per prima cosa tra di noi.
Nel contempo abbiamo pensato che l’indipendenza, nel suo rapporto stretto, di connubio con la libertà ci permetta di guardare il territorio non come un qualcosa che esiste o preesiste alla attività soggettiva degli spazi, ma come luogo nel quale, se lo scrutiamo con occhiali opportuni, ci si presentano altre forme molteplici di indipendenza del biòs dal movimento di capitale.
Vediamo associazioni, singolarità, cooperative, esperienze musicali, etichette, progetti editoriali, forme di vita, che scelgono soggettivamente di rompere il monopolio del comando del capitale sulla vita.
Scelgono, quindi, di sottrarsi al paradigma securitario come forma matura della governance, su di un territorio divenuto metropolitano, che non è prerogativa di città come Roma e Milano, ma è un attributo generalizzato nei territori quando essi ormai sono investiti pienamente dalla globalizzazione, prima, ed ora dalla sua crisi.
è evidente che, da questo punto di vista, non c’è fuga dal comando e dalla globalizzazione della crisi; non si può fuggire in un territorio piccolo perché esso ci protegge.
Il quartiere è il luogo più globalizzato che possiamo vedere e dentro il quale possiamo configgere.
L’assemblea ci da anche diverse linee di ricerca.
In particolare il messaggio lanciato da Daniele dell’AQ16 quando ci ha sfidato a recuperare quella rabbia che spetta a chi stà nei centri sociali o nei nuovi spazi che questo ciclo va ad inaugurare.
Una rabbia che ci deve spingere ad non accettare mai più che il territorio diventi un posto nel quale vediamo omicidi organizzati come quelli avvenuti nei confronti di Renato, Nicola o di Abba, pestaggi organizzati come a Parma, la generale diffusione della violenza come forma matura e generale della sicurezza.

Una rabbia che deve essere anche frutto del meticciato che nostre comunità territoriali vogliono avere, se non hanno già, con le nuove soggettività migranti, o meglio, con i nuovi cittadini delle metropoli, in lotta contro il razzismo differenzialista che li esclude, anche se hanno la nostra stessa carta d’dentità, che li etichetta come differenti e li fornisce di una cittadinanza limitata, malgrado abbiano in tasca documenti della repubblica italiana. Come noi.
Questa è la rabbia che dobbiamo e vogliamo riscoprire oggi per il futuro.

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