E' in atto nella nostra città e nel nostro territorio il tentativo di mettere sotto scacco l'esperienza del Laboratorio Sociale Paz, di riscriverne la storia, di accelerare - come sta accadento in tutto il territorio nazionale - un processo di confinamento ed esclusione di tutte le realtà, soggettività, esperienze che esprimono un'alterità, lo stesso attacco verso le soggettività migranti su cui si stanno scaricando i costi della crisi e non solo.
Un piano in cui il concetto di legalità ed illegalità si consumano dentro il paradigma di chi è fuori e di chi non lo è, un piano in cui ciò non è più definito dalla giustizia sociale ma dalla gestione dell'esistete attraverso la costruzione di un nemico pubblico interno su cui rimandare e scaricare le responsabilità, oltre a ricodificarne il ruolo e a ricostruirne la storia e naturalmente a limitarne la libertà di movimento.
Chi ci ha conosciuto e ci conosce sa che non è così.
Il Paz ha aperto nella città di Rimini tanti varchi intorno alle contraddizioni politiche, culturali, economiche che la caratterizzano. Dal tema dell'ambiente, a quello del lavoro stagionale nell'industria alberghiera, al paradigma repressivo dello stereotipo nato intorno alla figura del venditore ambulante, al tema degli spazi sociali e di democrazia fuori dalle logiche della rappresentanza. Questo indubbiamente rappresenta un'anomalia ed è dentro questa anomalia che si declina la legalità a senso unico e il tentativo di messa al bando dell'esperienza del Paz.Il Paz è stato bersaglio della violenza nazifascista, di chi pratica l'apologia di sterminio in un quotidiano odio verso il diverso, che si chiami omossessule, immigrato, rom, attivista di uno spazio sociale...Chi ci ha conosciuto e ci conosce sa che è così.
Di riscrivere questa storia paragonando l'esperienza della vecchia scuolina di via Montevecchio ai tredici di Forza nuova, arrestati nel settembre del 2007, perché utilizzati due pesi e due misure sul piano pubblico, politico e giudiziario differenti, ci sembra un'assurdità.E dentro questa assurdità si inscrivono gli avvisi orali (art. 1) dell'anno scorso e i due provvedimenti che ci hanno riguardato in questo giorni, quelli di oggi con i mandati di perquisizione nelle case di tre compagni del Paz e gli interrogatori successivi e l'avviso di conclusione delle indagini preliminari sullo stabile di via Montevecchio che vedono, fra gli indagati, anche alcuni esponenti dell'amministrazione comunale, argomento che peraltro da due giorni occupa le pagine di tutti i giornali locali.Si tratta di provvedimenti politici/repressivi che portano la firma del Procuratore della Repubblica Paolo Giovagnoli, già noto per altri provvedimenti simili e ben più gravi quando praticava l'attività presso la città di Bologna.
Questa situazione ci permette, ancora una volta, di crescere come lo sono state tutte le situazioni che abbiamo attraversato, di crescere e di affrontare il presente, perché ciò che accade non è qualcosa che si deve dimenticare, ma nemmeno qualcosa di immutabile.
Se il presente manifesta solo miseria, noi dobbiamo poter guardare al futuro, non tanto come via di fuga, ma come possibilità, ancora tutta da costruire, di esprimere una potenza effettiva del Paz che non si riduca in uno ma si amplifichi in mille cose differenti. Questo è stato il percorso in cui abbiamo investito in questi due ultimi anni: da Riminesi globali contro il razzismo, al 1 marzo, da Rimini Labs passando per la mobilitazione nata intorno allo sfratto della Casa della pace.
E questo è stato possibile perché abbiamo fatto una scelta, una scelta chiara riguardo alle azioni di lotta e alle iniziative che ci ha sempre contraddistinto, quello di essere motore del cambiamento, di essere nodo territoriale della moltitudine, di partecipare a tutto ciò che è stato capace ed è capace di indicare, anche radicalmente, la necessità di un mondo migliore, fuori dalle gabbie, fuori dallo sfruttamento, fuori dalla repressione e invece di non essere parte di ciò che esprime solo frustrazione e soprattutto autorappresentazione.
Per questo ci sembrano assurdi gli avvisi orali, le perquisizioni e gli interrogatori di questa mattina nelle case dei nostri compagni, dove si sono sentite frasi come: "se hai qualcosa di nascosto, se hai delle armi tirale fuori".
Andando in autostrada appare sempre la scritta "occupa la corsia a sinistra". Occupare significa quindi stare da qualche parte, per noi stare dalla parte giusta. Qui restiamo e qui continuiamo ad esercitare il diritto, oltre che dovere, di essere dalla parte della storia, di chi soffre, di chi subisce il razzismo, di chi subisce l'omofobia, il sessismo, l'arroganza della polizia, lo sfruttamento, l'ingiustizia del potere.
Da domani inizieremo a costruire iniziative pubbliche per parlare di ciò che siamo stati e di ciò che saremo insieme a chi e, sono in tanti, vogliono cambiare questa città.
Lab. Paz in movimento

