Tunisia - Le due sponde

Report (della terza e) della quarta giornata della Carovana Uniti per la libertà

12 / 4 / 2011

«Voi siete già parte della rivoluzione. Siete giunti qui in Tunisia, a poche settimane dalla rivolta del 14 gennaio, siete stati coraggiosi, siete parte di noi». Con queste parole Fathi Dabakou, sindacalista della Ugtt, ha introdotto, intorno alle 16, una discussione appassionante e ricca di stimoli. Procediamo con ordine, perché quella appena trascorsa (scriviamo il report solo ora, alle 4 di notte o di mattina di martedì 12 aprile!) è stata una giornata incredibile, poche ore in cui siamo riusciti a condensare una quantità enorme di riunioni e di interviste.

La mattinata è iniziata con la Udc (Union Diplomés Chomeurs), la rete nazionale dei giovani disoccupati, forza-lavoro intellettuale priva di futuro, povera, protagonista della rivolta di gennaio e febbraio. I due giovani disoccupati e attivisti dell’Udc ci hanno spiegato cose molto interessanti, incalzati dalle nostre domande. In primo luogo la questione rivendicativa: i diplomés chomeurs non chiedono solo lavoro, anzi, chiedono welfare, dalla sanità ai trasporti gratuiti, formazione e diritti, politici oltre che sociali. In questo senso, per loro, la destituzione di Ben Alì e la pretesa di giustizia sociale, di democrazia sostanziale, hanno viaggiato e viaggiano di pari passo, due facce della stessa medaglia. In secondo luogo hanno insistito molto sulla dinamica comune o intercategoriale della rivolta: disoccupati e professionisti (avvocati e medici in primissima fila), settori operai e sindacali e giovani neo-laureati, un arcipelago difficile da ridurre a unità, sia dal punto di vista sociale che politico, che ha saputo comporre le sue forze, imponendo la caduta del regime e l’emergenza del processo rivoluzionario. Con particolare attenzione i due diplomati-disoccupati hanno chiarito la centralità strategica dell’alleanza, sul terreno dello scontro di piazza, tra la forza-lavoro qualificata priva di futuro e la dimensione, fortemente caratterizzata generazionalmente, dei marginaux. I marginaux sono giovani che non studiano e non lavorano, che vivono in prevalenza nelle città del sud della Tunisia o nelle periferie più estreme e disagiate di Tunisi. Senza nulla da perdere sono questi giovani, fino al mese di dicembre protagonisti solo dello stadio, ad avere, dal 14 gennaio in poi, radicalizzato in termini decisivi le piazze e gli scioperi generali. Sono sempre questi giovani che, di fronte all’assenza di cambiamenti sociali immediati, si sono messi in viaggio, in questi giorni, per raggiungere l’altra sponda del mediterraneo.

Alle ore 16:30 abbiamo incontrato il sindacato, la Ugtt. Occorre fare subito una precisazione: quello tunisino è un sindacato unico, che contiene al proprio interno anime politiche tra loro radicalmente differenti, quando non ostili. Nella Ugtt ci sono sindacalisti democratici e comunisti, c’è altrettanto una componente che ha avuto a che fare con il vecchio regime di Ben Alì. Gli stessi sindacalisti della sinistra (radicale e riformista), nonostante siano stati a più riprese vittime di carcere e torture, nonostante il loro impegno in prima fila negli scontri di gennaio e febbraio, insistono, senza perplessità alcuna, sulle virtù della scelta unitaria. Con la componente più radicale della Ugtt abbiamo fatto un incontro estremamente positivo. In primo luogo i sindacalisti hanno ribadito il carattere generazionale delle rivolte. Il sindacato, in questo senso, ha saputo, soprattutto nelle ultime settimane, mettersi al servizio del protagonismo giovanile. Un protagonismo che indubbiamente passa anche per il sindacato studentesco, ma che, per la maggior parte, si muove esternamente tanto al sindacato quanto ai partiti. In secondo luogo grande spazio è stato riservato, nella discussione, alla questione della relazione sociale e politica euro-mediterranea. Il sindacato capisce che la “rivoluzione democratica” tunisina da sola non può farcela e dunque ritiene fondamentale mettere in rete studenti, giovani precari e disoccupati delle due sponde del mediterraneo. In terzo luogo i sindacalisti ci hanno chiarito l’esigenza di accompagnare alla destituzione di Ben Alì un solido programma di riforme sociali, in grado di mettere in scacco i poteri economici che hanno garantito la fortuna del regime. Infine giudizio unanime dei nostri interlocutori è quello che ritiene sbagliata la scelta di tanti giovani tunisini di abbandonare la Tunisia per tentare la fortuna in Europa: pur sostenendo l’accoglienza e condannando le politiche sull’immigrazione di Berlusconi e Maroni, i sindacalisti non limitano le loro critiche a chi non ritiene realistico continuare a lottare per costruire una nuova Tunisia, democratica e solidale.

Le immagini e i report che abbiamo seguito con passione ed entusiasmo nei mesi di gennaio e di febbraio ci mostravano un protagonismo decisivo, nella rivolta, delle donne. Proprio a partire da queste considerazioni, tra le tante riunioni che hanno caratterizzato la nostra interminabile giornata, abbiamo ritenuto molto importante confrontarci con alcune di loro, attive nel mondo studentesco e dell’associazionismo. Durante la mattinata abbiamo incontrato Mongia, attivista dell'Associazione Donne Democratiche della Tunisia. Mongia ci ha spiegato come la rivoluzione sia stato il frutto dell'accumulazione di anni di lotte che si sono concentrate nelle zone interne del paese e che hanno visto le donne al centro della “partita”. Donne che si battono da anni per l'eguaglianza dei diritti sociali ed economici, l'unico modo per parlare realmente di democrazia. Se la rivoluzione, secondo Mongia, è un processo aperto che ha trovato nel 14 gennaio un’accelerazione formidabile, il momento difficile arriva ora. Con il crollo di Ben Alì e la timidezza riformatrice del governo provvisorio, infatti, si sta facendo spazio il partito islamico di Al-Nadha. Sebbene quest’ultimo mostri una facciata moderata, pratica quotidianamente forme di ostilità nei confronti della presenza femminile nella scena politica. Nel pomeriggio abbiamo incontrato Youad, giovane attivista dell'Università femminista. Youad ci ha raccontato con grande precisione questo progetto straordinario che federa positivamente vecchie e nuove generazioni del femminismo tunisino. Una militanza femminista rinnovata, quella dell’Università, che prova a coniugare positivamente la produzione di saperi sessualmente situati con la battaglia egalitaria, sul terreno dei diritti sociali e politici.

Abbiamo chiuso la giornata incontrando gli studenti dell’Accademia delle belle arti. Prevalentemente street artisti, sono attivisti dell’Uget (il sindacato studentesco) e hanno avuto un ruolo importante nella rivolta di gennaio, soprattutto nella sua codificazione artistico-immaginifica. Sono molte le cose che hanno reso quest’ultima chiacchierata estremamente interessante: l’attenzione comune nei confronti del pensiero francese contemporaneo, da Foucault a Deleuze (singolare come questo pensiero, così come l’operaismo italiano, varchino i confini della “vecchia Europa” grazie agli ambienti artistici e creativi e non, piuttosto, grazie ai militanti politici e sindacali); l’insistenza sulla rivoluzione come terreno di sperimentazione di un potere costituente sempre aperto, inesauribile nel tempo e nello spazio; l’esigenza di costruire una relazione euro-mediterranea, in grado di rompere i confini e di sviluppare una nuova dimensione organizzativa e politica transnazionale.

Domani (meglio, tra poche ore) incontreremo di nuovo le giovani femministe dell’Associazione delle donne democratiche tunisine, per poi raggiungere l’aeroporto e metterci in viaggio per Roma e per l’Italia. Inutile ribadire che sono state giornate straordinarie. Vivere nel mezzo di una radicale trasformazione politica come quella tunisina significa fare i conti con la vivacità creativa di una società che decide di mettere in questione le regole consolidate. Elementi informali e non ancora costituiti - siano essi culturali, etici, politici - diventano la figura di primo piano, mentre tornano sullo sfondo le strutture politiche e normative costituite. La situazione è indubbiamente caotica: tutti si dicono rivoluzionari e non si capisce fino a che punto la rivolta sia stato in grado di attivare un reale cambiamento dei rapporti di produzione. Questioni che capiremo meglio solo tornando ancora qui e ospitando quanto prima (già a partire dal seminario euro-mediterraneo del 12 e 13 maggio a Roma) i nostri nuovi compagni tunisini.

Uniti per la libertà

UniCommon

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