Alcuni appunti dai territori del nordest

12 / 4 / 2017

Pubblichiamo un approfondimento a cura del Coordinamento studenti medi di Venezia-Mestre e di L.O.Co. sul tema dell'autonomia territoriale e sulla contrapposizione politica alla Lega Nord, al governo della Regione Veneto da oltre 20 anni, in particolare da parte della composizione giovanile.

Il Veneto dei mille campanili e dei mille paesi: questo è il territorio che viviamo. Un territorio frammentato, altamente urbanizzato e cosparso da una miriade di piccole cittadine che riempiono gli spazi tra le "grandi" città. Il Veneto “bianco”, della Democrazia Cristiana prima e della Lega Nord poi, dove queste due grandi organizzazioni politiche esprimevano la propria potenza grazie alla presenza proprio delle centinaia di chiese, la prima, e delle sedi aperte in ogni paese, la seconda. L’ascesa di una ha segnato l’epilogo dell’altra, non è un caso che a fianco della difesa della cultura tradizionale Umberto Bossi abbia affiancato la creazione di una nuova mitologia: dal dio Po, all'invenzione del fiero uomo padano del «noi ce l'abbiamo duro». La mitopoiesi padana ha così cercato l’affiancamento e la sovrapposizione dei propri valori a quelli cristiani tradizionali.

Con l’attuale leadership di Salvini, che ha traghettato il partito dalla velleità di costruzione dell’ideale secessionista a forza politica nazionalista, la Lega si è posta in opposizione diretta alla Chiesa, quantomeno a quella di Bergoglio, ergendosi addirittura a punto di riferimento per quella parte di comunità cristiana che crede nello scontro tra civiltà, non senza contraddizioni. Non si può ignorare infatti che Bossi, all'epoca, seppe effettivamente interpretare i malumori della classe imprenditoriale veneta, quella classe di padroncini della fabbrica diffusa soffocati dalle tasse che si arricchiva grazie alla propria caparbietà e ai turni di lavoro più simili alle economie asiatiche che a quelle europee. Quella composizione sociale che fece la fortuna di Bossi è ora radicalmente diversa, segnata profondamente da quasi dieci anni di crisi economica. Ormai Salvini non interpreta un sentimento anti-statale quanto piuttosto si fa portabandiera di una restaurazione nazionale, da praticare attraverso una guerra di classe monodirezionale dal basso verso il basso, in attacco a chi ha meno, in uno scenario di conflitto interno al capitalismo stesso, che sta attraversando i Paesi europei ed il mondo intero. Questo conflitto vede contrapporsi all’Europa dell’austerity e delle banche, un ritorno allo Stato-nazione costruito su basi etniche, segnando i due schieramenti di uno scontro che sta ridisegnando la governance capitalista.

In questo panorama non possiamo ignorare che una delle linee di faglia che sta segnando i nostri territori sia data dal fenomeno delle migrazioni. Se dal lato “europeista” la questione migranti viene affrontata come un dato di amministrazione territoriale, e l’integrazione come creazione di manodopera da mettere a profitto, dall’altro lato, quello etnocentrico, il fenomeno delle migrazioni è invece nodo politico centrale.  E’ evidente che sentimenti xenofobi e razzisti siano ormai diffusi in una fetta di popolazione consistente, con i conseguenti risultati elettorali. E’ anche vero, però, che la diffusione di un razzismo latente sta provocando uno schieramento nella popolazione e non possiamo ignorare la forte posizione di una parte del mondo cattolico in favore dei migranti. Lo stesso mondo cattolico che, seppur parzialmente, rientra in quel bacino del cinquanta percento di votanti che la «Lega del buon governo», quella di Zaia al governo dal 2010, ha come base elettorale e che si troverà a dover scegliere nei prossimi anni quale posizione prendere con chi inneggia alle ruspe e ai roghi.

Dall’altro lato va ricordata la capacità della governance leghista di uscire indenne da scandali e inchieste: l’esplosione del sistema MOSE, per quanto abbia decapitato una parte della classe politica veneta, ha incredibilmente lasciato pressoché intatta la dirigenza leghista per quanto questa fosse direttamente legata non solo alle scelte fatte in quell’ambito, ma anche agli stessi politici coinvolti, da Chisso a Galan. Se da una parte infatti la Lega ha come paradigma dominante la difesa culturale ed etnica, dall'altra non corrisponde un'effettiva difesa dei territori che anche loro abitano: dal MOSE alla TAV, fino al più recente caso del parco dei Colli Euganei o del deposito GPL di Chioggia, è proprio la Lega di Zaia ad essere il principale traino della devastazione del Veneto. E se ad ogni sede della Lega si affianca ormai una grande, o piccola opera, voluta proprio dalla dirigenza del partito, che ha ormai abbandonato qualsiasi velleità federalista  per seguire il capitano Salvini, sorgono in egual numero comitati di cittadini che si oppongono a questa nuova ondata di cementificazione.  Questo spazio va agito: quello della difesa reale dei territori, difesa dalla speculazione e devastazione, non dalle persone, come vorrebbe la retorica razzista. La federazione e la diffusione delle esperienze di lotta alle grandi opere può essere uno strumento efficace di contestazione di uno spazio politico, urbano ed extraurbano, che potrebbe mettere definitivamente in crisi la narrazione dominante che vede nella Lega il «partito del buon governo».

Immigrazione e grandi opere, per quanto tematiche diverse tra loro, sono centrali nel capovolgimento dei rapporti di forza che vogliamo mettere in moto nella nostra regione. Praticare questi spazi vuol dire opporsi a chi dice «prima il Veneto», a chi sogna la presa del potere in un'Italia riscoperta Stato -azione, per costruire invece il nostro «prima i territori». Territori ribelli, per l'accoglienza, la solidarietà, il mutualismo, contro la speculazione, il razzismo, lo sfruttamento. Autonomi e indipendenti da poteri forti e interessi economici.

In questo panorama in evoluzione la Lega sta conoscendo una nuova vitalità a livello nazionale, che ne può indubbiamente ampliare il bacino di voti. Questo spostamento politico potrebbe produrre, però, nel nostro territorio l'apertura di nuovi spazi politici: la scelta di imporsi sul panorama nazionale come il principale partito populista di destra, con un'anima nazionalista, potrebbe aprire contraddizioni profonde in quella composizione sociale a cui la Lega si è sempre rivolta come realtà neo-indipendentista di carattere regionale. La mutazione di questi equilibri pone indubbiamente il fatto di interrogarsi su questa composizione sociale in crisi d'identità.

Lungi da noi leggere questo spazio come un ambito di possibile aggregazione, magari tralasciando, come fanno alcuni, tematiche problematiche quali l'immigrazione in nome della costruzione di un populismo forte di sinistra. Proprio perché leggiamo una crisi di alcuni valori crediamo che la nostra forza sia quella di non scendere a compromessi, anche scontandolo in termini di consenso potenziale. Crediamo, però, che questi fenomeni, e i conseguenti attacchi che possiamo portare per favorire questi processi, aprano uno spazio importante. Importante non tanto sugli equilibri tra partiti, di cui i Cinque Stelle probabilmente gioveranno, quanto piuttosto riguardo l'immaginario leghista e la sua possibile  aggregazione sociale delle componenti più giovani.

Le contraddizioni e le debolezze che la nuova Lega esprime lasciano la possibilità per noi di costruire un nuovo spazio politico. Per quanto infatti sia stato un anno carente dal punto di vista di mobilitazioni studentesche e giovanili, stiamo cogliendo una voglia di partecipare e mettersi in gioco in controtendenza con gli scorsi anni. In una regione in cui la Lega ha saputo interpretare un bisogno di vicinanza della politica da parte della popolazione e dei giovani, creando un rapporto di prossimità non troppo diverso da quello che quotidianamente pratichiamo nelle nostre città con collettivi e comitati, riuscendo a farsi catalizzatore di molte energie, le contraddizioni in seno ad essa stanno lasciando grandi spazi di costruzione di aggregazione e iniziativa politica. Agire questi spazi, anche quelli dove siamo per ora assenti, vuol dire attaccare la Lega Nord alla sua base, costruendo comunità politiche autonome in luoghi altrimenti lasciati ad altre opzioni politiche. Una parte sarà sicuramente attratta dal M5S, e lo vediamo già dai frammenti di questa composizione con cui interagiamo, tuttavia questi scontano un limite programmatico non indifferente e, a differenza dei “concorrenti” leghisti, non hanno dalla propria nessuna vocazione di buon governo. Inoltre il M5S, dove risulta essere un'opzione politica realistica, resta in balia da un lato del proprio ipergiustizialismo che, da arma principale usata contro la vecchia classe dirigente, gli si è ormai ritorto contro. Dall'altro della propria ambiguità su razzismo e immigrazione, alla disperata ricerca di un equilibrio tra destra e sinistra nell'ottica di non perdere un singolo voto.

In questo vuoto crediamo che la costruzione di un discorso forte sia parte fondamentale del lavoro politico da costruire nei prossimi mesi. Abbiamo visto che le nostre realtà e i nostri collettivi, nel vuoto della politica dei partiti, riescono ad essere attrattivi ed a porsi come punto di riferimento nelle città come nella provincia: dalle tematiche ambientali, a quelle sulle migrazioni, a quelle giovanili e studentesche stiamo provando a costruire embrioni di una nuova pratica politica. Una pratica che sappia leggere la frammentazione urbana che compone il Veneto, che vada a toccare i diversi nodi che ogni territorio presenta. Ora dobbiamo far crescere questi territori liberi da razzisti e speculatori, dobbiamo mettere in comune diversità ed esperienze: solo così possiamo immaginare di invertire i rapporti di forza. In ogni città un collettivo, un comitato, un centro sociale.

(immagine di copertina: Melania Pavan, Sherwood Foto)

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