Bologna - Scontri a Bankitalia, un anno dopo

di Maurilio Pirone

19 / 10 / 2012

12 ottobre 2011:  un anno esatto, questo è il tempo che è passato dagli scontri davanti la Banca d'Italia di piazza Cavour a Bologna; in quell'occasione studenti, precari e lavoratori si erano dati appuntamento, a Bologna come in altre città, per protestare contro la lettera che la Bce aveva inviato al governo italiano e che conteneva all'interno una serie di diktat su come gestire la crisi economica. La formula era la solita, a pagare dovevano essere sempre i più deboli. Chi era in piazza quel giorno voleva esprimere in maniera decisa il proprio rifiuto per qualsiasi soluzione che dall'alto venisse imposta da banchieri, politici, imprenditori: le nostre vite non sono in vendita. Ma si sa, in questi casi il dissenso non è ammesso; di più, va punito. La polizia (il tristemente noto VII reparto mobile) ha risposto con due cariche al tentativo simbolico dei manifestanti di entrare dentro la Banca d'Italia. Durante la seconda carica Martina, studentessa e attivista del collettivo Sadir, è stata raggiunta da una manganellata sul volto che le ha mandato in frantumi quattro incisivi.
12 ottobre 2012: un anno dopo questo triste episodio si sono concluse le indagini (leggi articolo) che hanno portato all'identificazione del poliziotto che quel giorno colpì Martina per punirla del fatto di essere scesa in piazza per dire no a chi voleva decidere della sua vita. Inutile dire quante difficoltà hanno avuto gli inquirenti per portare avanti il procedimento: fughe di notizie, agenti che non ricordano o non vogliono ricordare, problemi nel reperire immagini e testimonianze... Così come è illusorio aspettarsi che la questione sia chiusa qua; adesso inizierà il processo e c'è da stare sicuri che dovremo assistere alla solita battaglia legale sull'attendibilità delle prove e delle perizie.
Eppure il fatto che si sia riusciti a identificare l'autore di questa violenza non è cosa da poco, anzi. Non si tratta semplicemente di una questione personale, del bisogno di giustizia di una ragazza che indifesa ha messo il suo corpo in gioco per difendere spazi di libertà sociale. È una questione politica, perché chi quel giorno ha colpito Martina lo ha fatto per punire il desiderio collettivo di costruire un mondo diverso da quello che le dinamiche del profitto impongono con la violenza. Violenza che sperimentiamo tutti ogni giorno, quando non riusciamo a trovare lavoro, quando invece un lavoro ce l'abbiamo ma è pagato uno schifo, quando siamo privati delle nostre vite, quando altri decidono per noi. Violenza che a volte prende forme più dirette e crude, come una manganellata sui denti. Richiedere giustizia in questo caso vuol dire due cose: da una parte sperare che la prossima volta non accadano più episodi del genere; dall'altra rispondere a chi ci vorrebbe zitti e ubbidienti che la testa non la abbassiamo e che la prossima volta saremo di nuovo in piazza, arrabbiati ma col sorriso, per lottare con ancora più forza per quello in cui crediamo. Così come ha fatto Martina.

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