Cooperazione, organizzazione, autonomia: intorno ad «Assembly» (Michael Hardt e Toni Negri)

13 / 3 / 2018

 A diciassette anni dalla scompaginante pubblicazione di Impero, Michael Hardt e Antonio Negri completano l’ormai quadrilogia con Assembly (Oxford University Press, 2017), uscito per adesso solo nella sua versione inglese. Come Impero, Moltitudine e Comune, Assembly conferma quell’ammirevole tensione al confronto con il reale che ha contraddistinto l’opera degli autori in tutti questi anni. Uno sguardo analitico che non ha mai mancato di porsi degli interrogativi a partire dal darsi dei movimenti sociali, dalle spinte che dal basso prendono forme variegate e sempre duttili in base alla fase storica. Per questo motivo, abbiamo deciso di chiederci quali siano i punti di forza dei nuovi strumenti teorici che Hardt e Negri offrono oggi ai movimenti e quali, invece, mostrino delle debolezze per quanto riguarda la loro capacità di interpretare le recenti trasformazioni soggettive e oggettive dopo dieci anni di crisi – ci azzardiamo a dire – paradigmatica. Con tutta l’umiltà di chi vuole mettere in dialogo riflessioni e intuizioni teoriche riconoscendo l’importanza e la sottigliezza della filosofia di Hardt e Negri, pensiamo che una recensione critica possa essere utile. La recensione si articola per temi in modo da facilitarne la lettura e mostrare più efficacemente gli aspetti che ci sembrano dirimenti.

Innanzitutto, è bene collocare storicamente il volume dei due autori: esso viene pubblicato sulla soglia del decimo anno di crisi strutturale di un mondo scosso dal terremoto che ha colpito il neoliberalismo. Uno dei frutti seminati dalla crisi è indubbiamente il populismo. Hardt e Negri riescono, a nostro avviso, a dare un’ottima interpretazione del populismo senza cadere in false mitologie grazie al loro sguardo ostinatamente collocato, per così dire, in basso e a sinistra. Adoprando dalla loro parte la critica alla teoria dello Stato moderno e gli studi post-coloniali, nel cui punto di intersezione troviamo quanto affermato nel XVII secolo sulla necessità dello Stato come mezzo apodittico per non vivere allo stato di natura come gli extra-europei, gli autori riconducono il populismo al concetto di sovranità. Il populismo gioca con i tratti tipici della sovranità scontandone tutte le ambiguità e restrizioni: le frontiere, la razza e la discriminazione etnico-culturale, la subordinazione dei governati ai governanti nella reductio ad unum dello Stato-nazione. Da quest’ultimo punto di vista, gli autori sottolineano efficacemente quale ruolo abbiano la rappresentanza e l’unità del popolo rispetto al mascheramento dei rapporti di forza interni allo stesso Stato e all’esclusione orizzontale nei confronti dei “lasciati fuori”, coloro che non rientrano nella categoria di popolo per colore della pelle o provenienza. Una constatazione che molto spesso viene (inconsapevolmente?) trascurata dai tanti teorici e dalle tante teoriche del cosiddetto populismo di sinistra.

Dall’altro lato, analizzando il populismo reazionario à la Trump, il libro mostra il nesso tra identità etnico-razziale e proprietà quale privilegio da difendere trasversale a tutte le classi sociali. Gli autori evitano, cioè, di cadere nella trappola del meccanicismo economico secondo il quale sarebbe unicamente la povertà la responsabile della crescita di razzismo e xenofobia. In realtà, ci spiegano, la ragione starebbe nell’intersezione tra l’attaccamento ai privilegi della bianchezza e la difesa della proprietà privata prevista dal capitalismo.

Niente sbandamenti, dunque: ora più che mai la teoria del potere costituente deve nutrirsi di pluralità, eterogeneità, connessioni intersoggettive che rimescolano le identità di ciascuno e ciascuna. Gli autori, infatti, mettono in guardia contro i tentativi di ridurre il tempo del potere costituente alle griglie ristrette del Politico e del potere costituito.

Ambiente ed estrattivismo

La contraddizione ecologica occupa un ruolo diverso in Assembly rispetto alle produzioni precedenti dei due autori, che sembrano far loro le innovazioni teoriche che hanno congiunto questione ambientale e neo-operaismo [1]. L’estrattivismo, usato qui come macro-concetto, sembra porre sullo stesso piano l’ambiente e il lavoro, tracciandone delle intersezioni. È interessante come Hardt e Negri riescano a integrare l’analisi dell’estrazione delle risorse naturali con lo studio del potere del capitale finanziario. Anche se non vi è un riferimento esplicito nel libro, basta pensare ai derivati tratti dal mercato dei crediti di carbonio [2]. un modo tramite cui la finanza valorizza le risorse della terra ben al di là dell’apporto dato dalla forza-lavoro impiegata per l’estrazione delle materie prime. Il capitale fonda l’estrazione naturale sulla rendita della terra, postulando che sia una risorsa infinita e illimitata da cui attingere e da mettere a lavoro. Un presupposto teorico e pratico che sta mostrando tutte le sue debolezze nell’epoca del capitalocene, in cui il superamento dei limiti della riproduzione capitalistica sta mettendo a rischio l’intera biosfera. Su questa constatazione dovremmo forse riformulare la dimensione ontologica del profitto del capitale. Oltre che parlare di bios, dovremmo parlare anche di zoè, di valorizzazione delle funzioni biologico-fisiologiche degli esseri viventi e di quelle geologiche del mondo. In base a questa modalità, il capitale estrae valore da proprietà della terra e funzioni della vita che non hanno in sé un’organizzazione in comune prima della valorizzazione capitalistica. L’intuizione di Hardt e Negri, dunque, suggerisce di usare la categoria di sussunzione formale (Assembly, p. 180) quale attività costantemente attualizzata e contemporanea alla sussunzione reale.

Sulla scia di quanto affermato, ci sembrano opportune delle precisazioni. Portando avanti il ragionamento dei due autori, quando parliamo di estrattivismo dal punto di vista ambientale dovremmo precisare che, più che parlare di valorizzazione dei common in sé, stiamo parlando di messa a lavoro della natura senza senso del limite; una natura che non è già autonomamente organizzata o condivisa grazie a pratiche di commoning (Assembly, p. 166). Altra cosa sono le espropriazioni delle terre e delle risorse appartenenti a comunità che, producendo in base a relazioni non capitalistiche, si vedono soggette alla violenza del capitale.

La riflessione sull’estrattivismo ci porta a fare un’ulteriore precisazione. Se è vero che il capitale finanziario estrae valore mantenendosi “a distanza” dai processi di produzione del valore stesso, dovremmo essere cauti nel sostenere che il capitale valorizza le relazioni sociali, dei linguaggi, delle immagini generati autonomamente dagli individui all’interno delle metropoli. È indubbio il nesso tra i derivati finanziari e le forme di vite catturate dalle categorie economiche come le esternalità. Eppure, sostenere che le relazioni sociali e le conoscenze che si creano all’interno dei circuiti delle città siano il prodotto dell’auto-organizzazione rischia di non tenere in conto le recenti trasformazioni dello spazio urbano. La gentrificazione, la rimodulazione dei quartieri sullo stampo del turismo culturale e del divertimento, la pianificazione di intere zone sottoposte al dispositivo di sicurezza sono modalità di organizzazione capitalista delle forme di vita stesse. Certamente, i rapporti sociali saranno plasmati affinché possano apportare più valore possibile; e sicuramente prevedono reti cooperative e non l’isolamento degli individui. Del resto, il capitale ha sempre vissuto di cooperazione: ciò non significa che il prodotto della cooperazione sia percepito e creato come forma del comune. Sebbene anche Hardt e Negri sottolineino questa differenza (Assembly, p. 147), ci sembra che nell’analisi dell’estrattivismo essa non sia sufficientemente rimarcata.

La classe tra cooperazione produttiva e autonomia

Il grande merito di Hardt e Negri è senz’altro quello di aver rinnovato ed espanso le categorie del marxismo autonomo per costruire un’analisi radicale e non dogmatica del capitalismo contemporaneo. Un’analisi in grado di uscire dalle rigidità e i formalismi delle odierne riproposizioni del marxismo tradizionale, spesso attaccate a una visione “romantica” e nostalgica del lavoro di fabbrica e alla riduzione della classe all’impiego salariato. Nell’epoca della terziarizzazione, sono necessari strumenti teorici in grado di studiare la composizione di classe nelle sue complessità oggettive e soggettive. Il pensiero di Hardt e Negri traccia una mappa dello sfruttamento attraverso il salario ma anche al di fuori di esso, tramite meccanismi di esproprio finanziario, estrazione di valore dai legami sociali, lavoro non retribuito, ecc.

Il principale punto di problematicità, dal nostro punto di vista, sta nella relazione “virtuosa” tra cooperazione produttiva e autonomia che sembra emergere da alcune formulazioni di Hardt e Negri. È forse capitato anche ad altri di leggere alcuni passaggi dei due autori sul potenziale sovversivo della produzione immateriale, ma di stentare a riconoscere questo potenziale nella realtà che ci circonda. Secondo gli autori, il post-fordismo ha diffuso un’intellettualità di massa sulla base della quale, nel generare una forza lavoro adatta al nuovo incremento di capitale costante, si sono poste le condizioni per l’eccedenza – la classe subalterna ha ottenuto gli strumenti dal capitale con cui forzare nuovi interstizi di libertà e ricchezza sociale. L’egemonia del lavoro immateriale crea reti di cooperazione produttiva che sfuggono al controllo del capitale e sono quindi tendenzialmente autonome. Il capitale è esiliato dall’organizzazione e dal controllo della produzione e si limita a una funzione meramente parassitaria di estrazione di plusvalore, in cui la distinzione tra profitto e rendita si offusca. Le reti cooperative del lavoro immateriale formano l’infrastruttura per la resistenza allo sfruttamento e la costruzione della società del futuro.

A nostro modo di vedere, alcuni passaggi di Hardt e Negri rischiano di suggerire una interpretazione troppo immediata del rapporto tra cooperazione produttiva (composizione tecnica) e autonomia di classe (composizione politica). Parlare di «forme sempre più autonome di produzione sociale» (Assembly, p. 209) ci sembra problematico per tre ordini di ragioni interconnesse: la produzione avviene ancora sotto il controllo diretto o indiretto del capitale; non c’è un rapporto di determinazione economica immediata tra forme di produzione e autonomia della classe; l’autonomia non si costruisce tramite la produzione ma contro di essa, ovvero contro il lavoro.

La produzione avviene ancora sotto il controllo del capitale perché la maggior parte dell’impiego si colloca in settori organizzati direttamente dai padroni e dai loro manager e perché la competizione di mercato esercita una forma di controllo indiretto anche sui lavoratori che godono di maggiore indipendenza apparente. La competizione di mercato costituisce una pressione costante che opera contro la ricomposizione politica della classe, una continua riduzione della classe al mero ruolo di forza-lavoro, in cui lavoratori e lavoratrici sono costretti a competere con i propri simili e sono incentivati, quando possono, a difendere la propria posizione tracciando demarcazioni razziste e sessiste nei confronti di questi/e ultimi/e. L’idea che la cooperazione produttiva nel capitalismo sia di per sé tendenzialmente autonoma non sembra aiutarci a comprendere le nuove ondate di razzismo e sessismo degli ultimi anni, che non possono essere certo ridotte alla competizione tra lavoratori/trici ma che in essa trovano terreno fertile.

La produzione capitalista è cooperativa, e questo costituisce una possibilità politica di renderla autonoma e quindi non capitalista. Ma ci sembra problematico collocare in qualche modo l’autonomia già nella produzione, invece che nell’antagonismo contro di essa. Le lotte costringono il capitale a trasformarsi, ma lo fanno tramite il loro antagonismo. Questa relazione antagonista fa sì che le trasformazioni del capitale non avvengano per le lotte, ma contro le lotte, e quindi contro l’autonomia. Il passaggio dalla cooperazione produttiva all’autonomia avviene secondo noi tramite le lotte e l’organizzazione, c’è quindi un cruciale elemento di azione umana e contingenza tra la cooperazione produttiva e l’autonomia. Ci sembra che ci sia una tensione tra il ruolo centrale che Hardt e Negri assegnano all’organizzazione e la loro caratterizzazione della produzione sociale come già tendenzialmente autonoma.

L’idea che l’organizzazione debba basarsi sulla produzione (Assembly, p. 66) tende ad accompagnarsi alla vecchia idea che i lavoratori e le lavoratrici impiegati/e nei settori economici più produttivi abbiano un ruolo egemonico nella lotta di classe. Tuttavia, la storia ha dimostrato che non esiste una relazione lineare e univoca tra posizione nel sistema produttivo e potenziale rivoluzionario. Le rivoluzioni anti-imperialiste nel Sud globale ebbero la loro principale base sociale tra i contadini, i movimenti femministi furono e sono portati avanti da donne impiegate o meno nei settori più diversi, le Rivolte arabe del 2011 ebbero come protagonista una gioventù precaria esclusa dalle reti di cooperazione del lavoro immateriale, Chiapas e Rojava hanno poco a che vedere con il cognitariato e la lista potrebbe continuare. Quali sezioni della classe assumono un ruolo di primo piano nelle lotte in determinati tempi e luoghi dipende da una serie di circostanze oggettive e soggettive altamente diversificate e contestuali. La riduzione della composizione della forza-lavoro del capitalismo contemporaneo al «lavoro sociale e cognitivo» (Assembly p. 188 e p. 193) ci sembra non tenere in conto le diversità e le stratificazioni delle lotte e delle istituzioni autonome, che difficilmente possono essere incasellate nel loro complesso in tale categoria. L’egemonia del lavoro immateriale è debole in molte aree del Sud del mondo e una teoria che presenti tale egemonia come globale rischia di dare eccessiva centralità alle esperienze europee e nordamericane. Hardt e Negri prendono nettamente le distanze dall’idea che l’egemonia del lavoro cognitivo nella produzione si traduca in un’egemonia dei lavoratori e delle lavoratrici cognitivi/e nelle lotte (Assembly, p. 17), tuttavia questo punto ci sembra crei una frizione con l’idea che l’organizzazione debba basarsi sulla produzione (su questo punto torneremo nelle conclusioni).

Composizione tecnica del capitale

In questa fase di nuova accumulazione, proprio come successe negli anni Sessanta-Settanta, il capitale sta svilendo la forza-lavoro per quanto riguarda diritti, tutele, formazione e libertà all’interno dell’organizzazione del processo di produzione. Dal punto di vista qualitativo, quali conoscenze sono richieste per mandare avanti la macchina del capitale? Quali margini lasciano all’autonomia cognitiva? Quali altri usi possono avere questi saperi al di là di quelli incasellati dal capitale? La dimissione degli apparati formativi e il disciplinamento epistemologico della conoscenza dovrebbero essere presi come segnali di allarme che chiamano ad una vivisezione del concetto di «intellettualità di massa» (Assembly, p. 117). Il sapere, proprio perché ormai organizzato tayloristicamente, è in buona parte piegato ad applicazioni ripetitive, incanalate in burocrazie e comode dimestichezze tecniche. L’algoritmo governa e plasma la conoscenza cristallizzandola sempre di più in statuti che determinano gerarchie di funzioni e soggetti atti a interpretarla. Inoltre, seguendo l’insegnamento di Foucault sul sapere-potere, l’attuale dismissione dei luoghi della formazione è stata preliminare a una tecnicizzazione della conoscenza: per la maggior parte dei lavoratori cognitivi le forme e i contenuti del sapere servono né più né meno ad attuare una prestazione ben precisa che lascia poco spazio alla creatività e all’innovazione. Se è vero che alcune nuove tecnologie digitali richiedono indubbiamente alte conoscenze, allo stesso modo a) colonizzano altri campi del sapere limitandone l’uso critico; b) appartengono a pochissimi individui; c) i mezzi di produzione (ben al di là del “cervello” di cui ciascuno/a è possessore) che influiscono sull’apprendimento e la diffusione dei saperi non permettono un loro sviluppo “di parte”, senza il quale è molto più complicato pervenire a una coscienza di classe e autonomia della classe dal capitale. In assenza dei mezzi di produzione, come è possibile pensare la conoscenza in termini innovativi indipendentemente dai canali permessi dal capitale? Peraltro, il recente attacco al lavoro autonomo condotto in Italia e in altri Paesi e il ritorno di forme di profitto più estese e rigide (i nuovi meccanismi di controllo della forza-lavoro tramite disciplina digitale e non, il lavoro gratuito, la soppressione de facto del diritto di sciopero in alcune aziende) ci fanno dubitare di quanto il capitale necessiti autonomia organizzativa già a livello della cooperazione. Senza contare che, scavando nel concetto e nella pratica di autonomia indicati dai manuali neoliberali, ritroviamo una logica della prestazione che obbedisce più all’auto-censura che alla libertà soggettiva.   

L’autonomia non può essere delegata alle tendenze dello sviluppo capitalista e la soggettività è, come non mancano di notare gli autori, un campo di battaglia (Assembly, p. 222). Non dobbiamo pensarla come un prodotto del potere senza che vi siano dei margini di resistenza. Il problema sta nel come si può organizzare questa resistenza. Se realmente si ha intenzione di creare un esodo dal capitale, bisogna iniziare a pensare processi di lotta e di organizzazione che possano fuoriuscire dal rapporto di capitale evitando di affidarsi soltanto ai mezzi che questo fornisce alla forza-lavoro, anche dal punto di vista produttivo. Come viene sostenuto da Marazzi citato da Hardt e Negri, il capitale è antropogenetico, costruisce la soggettività; e siccome ha bisogno della cooperazione, deve per forza porre le basi per il comune. La cooperazione e il riconoscimento dello sfruttamento sono delle condizioni da cui partire, ma non possono essere autosufficienti: cooperazione non è in contraddizione con competizione, l’individuo neoliberale compie un continuo lavoro performativo su se stesso per indossare degli abiti soggettivi adeguati alla “società della prestazione” [3]. E il capitale, sulla base di questa premessa, estrae valore già prima dell’apporto lavorativo eseguito nella cooperazione, non solo ex-post attraverso la rendita e l’estrattivismo [4]. La soggettività come elemento minimo del comune, quella che fonda ed è fondata dal comune, è un connubio di iper-ego, profondo bisogno/desiderio di stima, free-riding che sfrutta il lavoro collettivo per valorizzarsi. Da una parte non si dà alcun significato alla cooperazione intesa come scambio orizzontale e peer-to-peer, dall’altra la soggettività continua a essere immessa nei circuiti della cooperazione perché ha bisogno di questi per riprodurre il suo desiderio; un desiderio che, però, è frutto del paradigma cooperativo organizzato dal capitale che lo vuole compatibile con l’individualismo e la concorrenza. In poche parole: riconoscimento degli altri e della relazione orizzontale perché può valorizzare il mio ego, non la vita-in-comune. Su questa scia, assumere acriticamente il concetto di “autoimprenditorialità” senza contare i rapporti di potere e di autogoverno che implica rischia di essere scivoloso (Assembly, pp. 143-146).

Di qui un punto problematico sullo sciopero sociale: se bisogna intervenire sulla soggettività, oltre a indirizzarci sui problemi di carattere economico e politico (giustamente inseparabili), dobbiamo necessariamente creare spazi dove lo sciopero agisce costruendo effettivamente le reti di cooperazione su altre fondamenta rispetto a quelle del capitale. Bisogna rifondare, in un certo senso, le modalità di produzione delle relazioni sociali e dei soggetti, nonché di tutta la loro creazione immateriale e materiale. Non basta in alcun modo pensare alla rivendicazione salariale e a nuove istituzioni senza simultaneamente aver costruito una «nuova umanità». Altrimenti il rischio è quello di riferire lo sciopero ad un immaginario della lotta e ad una soggettività che non c’è, facendo pura evocazione.

La questione dell’organizzazione

Una delle grandi costanti del pensiero di Hardt e Negri è la loro attenzione certosina per i movimenti sociali e le soggettività che da questo contesto emergono. A riprova di tutto ciò, il punto centrale del loro testo risiede nella ricerca di un concetto e pratica di leadership che possano rispondere al dibattito di movimento degli ultimi anni. Ci sembra che gli autori riescano a sciogliere l’involucro ben annodato dell’annosa questione dell’organizzazione sezionando le varie posizioni al riguardo. Da una parte, troviamo chi si è fondato sull’orizzontalismo e sulla democrazia diretta acritica rinunciando a un piano organizzativo che prevedesse gestione di piazza e rapidità nella presa di decisioni, quanto mai necessarie nell’epoca del capitalismo smart e dei suoi livelli di repressione. Dall’altra, il versante che ha messo da parte l’iniziativa di movimento o l’ha piegata a fini esterni per promuovere l’occupazione delle istituzioni - la cosiddetta verticalizzazione. Gli autori danno una buona soluzione del nodo verticalità-orizzontalità, soprattutto alla luce dei fallimenti europei e del tramonto del “sogno sudamericano progressista”. Per verticalità dobbiamo però intendere la dotazione da parte della moltitudine (per sé) di istituzioni autonome e di decisione dal basso, non la presa del comando sovrano. Hardt e Negri colgono un nodo che si è concretamente posto nelle dinamiche di movimento: quello di un nuovo rapporto con la leadership. I movimenti, in effetti, hanno progressivamente perso quell’innamoramento verso i leader carismatici, esteticamente prestanti, tendenzialmente maschi, bianchi e eterosessuali. Basta dare un’occhiata ai più recenti movimenti come Black Lives Matter, gli indignados, i nuovi sindacati americani, Nuit Debout e i collettivi dei liceali francesi, le organizzazioni che si occupano di migrazione in cui i migranti stessi occupano posizioni di responsabilità e di protagonismo, le varie maree femministe diffuse a livello globale. Ma, in realtà, una prima, seppure germinale e non completa, avvisaglia la si poteva notare nell’ultimo moltitudinario ciclo di movimento che ha fatto irruzione in Italia tra il 2008 e il 2011, troppo spesso dimenticato dalle analisi teoriche o di fase. Qui le parole d’ordine contro la rappresentanza si combinavano con l’iniziativa autonoma e partecipata dei movimenti nella forma dell’assemblea, dimensione non esauribile soltanto al coordinamento tra collettivi politici. 

È altrettanto fondato, come sostengono gli autori, che il rifiuto di una leadership tradizionale nei movimenti non deve significare un anatema sull’organizzazione: alcuni individui emergeranno comunque all’interno dei contesti organizzativi, l’importante è che siano funzionali a quanto deciso dalla democrazia di massa, non certo al desiderio egoico o alla propria rendita politica. La modalità stessa assembleare e il rifiuto di venire investiti dalle decisioni dall’alto non devono però indurci in diversi errori analitici riguardanti il ruolo delle organizzazioni di movimento. Se è vero che queste devono saper modificarsi e leggere il cambiamento delle esigenze dei movimenti reali, è similmente evidente che senza l’impalcatura organizzativa garantita dalle strutture sarebbero molto più difficili, e precari, i momenti di mobilitazione e di auto-difesa delle piazze.

Hardt e Negri propongono quindi una concezione dell’organizzazione che combina verticalità e orizzontalità uscendo però dallo schema dell’avanguardismo. Nelle concezioni tradizionali dell’avanguardismo esiste una corretta linea rivoluzionaria oggettivamente data dalle dinamiche dello sviluppo capitalista. I rivoluzionari “scientifici”, dunque, non devono costruire una strategia, devono semplicemente scoprirla e diffonderla tra le masse per combattere la falsa coscienza di queste ultime. Hardt e Negri propongono invece strategia ai movimenti e tattica alla leadership. Messo da parte il mito – sfatato innumerevoli volte dalla storia – di una linea corretta già data sul piano oggettivo, la strategia è costruita soggettivamente tramite percorsi di analisi collettiva della realtà e molteplici livelli di confronto. La leadership deve operare nei parametri dell’avanzamento tattico di tale strategia.

Riteniamo vitale l’invito di Hardt e Negri a costruire istituzioni di movimento che sappiano combinare orizzontalità nella strategia e verticalità nella tattica, tuttavia non troviamo adeguati fondamenti teorici a questo invito nella tendenziale sovrapposizione tra cooperazione e autonomia proposta in alcuni passaggi dei due autori. Infatti, Hardt e Negri non ricollegano le loro nuove posizioni sulla forma organizzativa a un ripensamento della teorizzazione della classe odierna. Siamo convinti, come lo sono sicuramente i due autori, che la forma organizzativa dev’essere adeguata alla composizione della classe contemporanea e non possiamo quindi separare il nodo dell’organizzazione dall’analisi della classe. In questa fase, nella quale si accentua ancora di più la stratificazione della classe lungo linee razziste e sessiste, è necessario avere chiaro come la produzione e la valorizzazione capitalista siano strettamente intrecciate a queste gerarchie che intensificano il rapporto di dipendenza tra lavoro e capitale. Il progetto dell’autonomia deve essere, quindi, l’obiettivo delle nuove lotte. Hardt e Negri scrivono: «Solo la cooperazione sociale, che si estende attraverso le sfere della produzione e della riproduzione sociale, può fornire la base adeguata per l’organizzazione» (Assembly, p. 66, corsivo nostro). Come abbiamo argomentato, ci sembra opportuno diffidare dell’idea di un’autonomia già in qualche modo presente nella cooperazione produttiva e insistere piuttosto su come la costruzione dell’autonomia sia un processo antagonista alla produzione capitalista, sottolineare in altre parole il rifiuto del lavoro produttivo (di valore) e riproduttivo (di forza lavoro), rifiuto essenziale al pensiero operaista e neo-operaista nel quale gli stessi Hardt e Negri hanno ovviamente avuto un ruolo centrale. In conclusione, ci sembra utile sottolineare che l’organizzazione deve basarsi sul lavoro solo nella misura in cui ciò serve a combatterlo, senza escludere quindi momenti organizzativi basati sulla costruzione ed espansione di relazioni, tempi e spazi autonomi da produzione e riproduzione capitaliste.



[1] Come suggerito da Andrea Fumagalli, utilizziamo il termine “neo-operaismo” piuttosto che il più frequente sinonimo “post-operaismo”. Vedi http://effimera.org/operaismo-post-operaismo-meglio-neo-operaismo-andrea-fumagalli/.

[2] Si vedano i lavori di E. Leonardi: “Prefazione” a A. Gorz, Ecologia e Libertà, Orthotes, 2015 e Lavoro, natura, valore. André Gorz tra marxismo e decrescita, Orthotes, Napoli-Salerno, 2017.

[3] Cfr. F. Chicchi – A. Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma, 2017.

[4] Si veda il concetto di imprinting in F. Chicchi – E. Leonardi – S. Lucarelli, Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale, Ombre Corte, Verona, 2016.

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