Da Vicenza verso un nuovo movimento globale contro la guerra

Il report della conference internazionale contro la guerra e le servitù militari, tenutasi al Presidio No dal Molin sabato 14 gennaio

15 / 1 / 2017

«Per fare rete dobbiamo tenere in conto delle difficoltà tecniche di rete», scherzano dal tavolo della conferenza. Possiamo vedere bene il motivo dell’intercedere di qualche problema di connessione: stiamo parlando di una conferenza globale sulla guerra che ha messo in rete attivisti, intellettuali e giornalisti letteralmente da ogni continente del globo, con la sola eccezione dell’Oceania (i cui oceani, però, sono stati toccati da molti interventi), a partire da un tendone in mezzo ad un campo innevato. Lo storico presidio del No Dal Molin si è rimesso in piedi per quindici giorni e, dopo la giornata di riapertura, ha ospitato sabato pomeriggio la Conferenza globale contro la guerra e le servitù militari.

«A dieci anni dal “sì” di Prodi, ci ritroviamo di nuovo in questo luogo dove per molti tempo ci siamo battuti contro la costruzione della base» apre la conferenza Francesco Pavin, storico attivista No Dal Molin e dei centri sociali del Nord-Est. La folta platea, composta in larga parte da tutti coloro che giorno e notte, col freddo e con il caldo, d’inverno e in estate hanno fatto vivere il presidio nel passato, raduna più di cento persone sedute sotto al tendone. Un tendone ricostruito, con la sua cucina ed il suo palco, allo scopo di parlare e organizzarsi da una parte per mettere in comune tutti i comitati del vicentino che si battono per i beni comuni, dall’altra per rimettere a tema la guerra come strumento di accumulazione di capitale e di sopraffazione politica. Le parole di Francesco partono infatti da una constatazione, ossia che gli interventi bellici non hanno mai smesso di essere intrapresi e che negli ultimi anni hanno perso quella retorica di guerra al terrorismo oppure quel manto di silenzio che solitamente li avvolgeva. Come ci possiamo spiegare, altrimenti, i patti stipulati dagli Stati Uniti e dall’Europa con regimi dittatoriali? Come spieghiamo la proliferazione di basi militari, ricerca e industria bellica? Delle domande di partenza a cui rispondono le esperienze concrete degli invitati.

Grazie alla sapiente regia di Stefania Tarabella ed alla meticolosa traduzione simultanea, dall’inglese all’italiano, di Thea Valentina Gardellin, la conferenza è entrata subito nel vivo.

Corazon Fabros e Michael Bevacqua ci parlano di due Paesi nei quali la presenza statunitense a fini militari non ha mai cessato di essere ingombrante. Il patto del Pacifico, del resto, è firmato tra undici Paesi dell’Asia ed il governo degli Stati Uniti, gravando su numerose isole e territori più o meno grandi. La prima attivista spiega la situazione delle Filippine, in cui entro il 2020 dovrà trasferirsi il 60% delle navi aree americane in missione fuori dalle acque territoriali. Da Okinawa molte di queste navi dovranno essere ricollocate per facilitare agli Stati Uniti l’esercitazione e la sperimentazione che sono vietate dalla loro legislazione, sfruttando quell’ibrido giuridico che sono le basi militari all’estero in cui vige sia il diritto nazionale di provenienza che il diritto nazionale del territorio occupato. Il secondo riprende le informazioni sulle Filippine per confermare la tesi dell’investimento strategico sul Pacifico, visto come avamposto per monitorare Russia e Cina, sottolineando la particolare situazione dell’isola del Guam. Le Marianne sono chiamate la “punta della lancia” dagli Stati Uniti, dato che le basi militari coprono il 29% del territorio; nonostante facciano parte della giurisdizione degli Stati Uniti, queste isole non godono neppure del diritto di essere rappresentate all’interno del Congresso.

Rimanendo nell’area in questione, le isole Hawaii sono un luogo strategico per l’influenza statunitense nel pivot del Pacifico, ci dice Loohan Paik. Missili, mine, detonatori sono installati sulle coste delle isole impattando pesantemente sull’ecosistema marino. Le onde sonore delle esplosioni sottacquee compromettono la vita di delfini e cetacei, distruggono le barriere coralline e la protezione naturale che avrebbero le acque. Le tratte delle navi da guerra in partenza dalle basi delle Hawaii coprono e controllano un’area stimata come tre volte le dimensioni della Russia, toccando l’India, la Corea, i mari artici, e tutta la lunghezza dell’America.

Alla conferenza non manca, inoltre, il punto di vista della zona che per eccellenza è stata colpita dagli interventi bellici: il Medio-Oriente. Sentendo le voci delle attiviste, come Selay Ghaffar, sull’Afghanistan e sulla Turchia, si capisce subito come il governo statunitense sia interessato ad affermare l’area di influenza della NATO chiudendo tutti e due gli occhi sull’operato dei governi locali in termini di diritti umani. La sola concessione delle basi americane in territori del Medio-Oriente e del Nord Africa è così importante per gli Stati Uniti e la NATO da salvaguardare la diplomazia anche nei casi più tragici: Amy Holmes, professoressa dell’Università Americana del Cairo, dice di tenere in conto questa costellazione di rapporti geopolitici rispetto all’impunità per la morte di Giulio Regeni. Anche in questo caso, i movimenti contro la guerra e la presenza militare americana si fanno sentire; movimenti che, come in Turchia, hanno maggiore impatto se riescono a coinvolgere i civili impiegati nelle basi, capaci di organizzare scioperi e interruzioni delle attività.

La spinta alla militarizzazione è un’esigenza degli Stati Uniti. Allora, sarà assolutamente vitale comprendere le prossime mosse geopolitiche di Donald Trump e contestarne le decisioni guerrafondaie. Gli scrittori e attivisti David Vine e David Swanson illustrano, dunque, un quadro degli Stati Uniti in bilico: se inizialmente l’unica candidata ad aver sostenuto incondizionatamente la guerra era Hillary Clinton (con grande accusa di Trump) adesso anche il texano sembra assecondare le spinte offensive. Nel suo entourage al governo Trump si è contornato di individui provenienti dell’esercito e dall’intelligence, da persone che vorrebbero aprire il fuoco contro l’Iran e che investono sugli aerei F-35. Del resto, la lobby dell’industria bellica detiene un potere indipendente dal Presidente degli Stati Uniti e tale da poterlo influenzare con le sue pressioni. Così come la stessa direzione della CIA, in linea con la lobby e indirizzata verso un atteggiamento molto offensivo in questa nuova fase siriana, soprattutto contro la Russia. Gli investimenti militari per basi e sperimentazioni sono aumentati ed i costi sono diventati esorbitanti per i tax payers americani, tanto da rendere molto partecipati i presidi e le mobilitazioni contro le basi. Nel Nevada una forte mobilitazione è promossa dal gruppo Code Pink, come racconta Toby Blomè, contro un centro di fabbricazione e sperimentazione sui droni, di cui i primi sono stati utilizzati in Afghanistan nel 2001. I droni sono contestati perché stanno divenendo la tecnologia di controllo delle popolazioni in Medio-Oriente, in grado di uccidere il bersaglio in qualsiasi momento e sulla base di sospetti mossi da pregiudizi razziali piuttosto che da informazioni fondate.

E l’Italia? Antonio Mazzeo, parlando della base di Sigonella in Sicilia, rivela ancora una volta le ragioni americane dietro il Muos. Da Sigonella partono aerei per il Dombass e la Libia, facendo dell’isola italiana uno dei siti strategici del Mediterraneo. Il nuovo Ministro degli Interni Minniti è l’uomo gusto per mantenere il contatto con l’intelligence americana ed europea per adeguarsi ai loro interessi militari, proprio nel periodo di presidenza del G7 dell’Italia. Roberto Cotto, senatore del Movimento 5 Stelle e storico pacifista sardo, descrive invece la costante pressione delle lobby della filiera bellica sulle istituzioni. Molto spesso le grandi aziende di fabbricazione di armi e di bombardamenti giocano sulla vulgata per la quale sarebbero le decisioni della NATO ad ingiungere all’Italia di investire in questo settore, quando in realtà sono le stesse aziende ad aver spinto affinché la NATO scegliesse la penisola per posizionare delle basi. In assenza di minacce militari da parte di un altro Stato, non si capisce il motivo della fabbricazione di armi offensive quali sono gli stessi F-35, costruiti per trasportate testate nucleari, se non attraverso le lenti del profitto dei produttori. L’industria bellica italiana ha connessioni con ogni ambito politico, dai politici che siedono nella Commissione Difesa del Senato ai generali dell’esercito, che infatti fino a pochi anni fa una volta in pensione si riciclavano nei consigli di amministrazione delle industrie belliche (adesso è stata approvata una legge che limita, ma non elimina, il conflitto di interessi). La battaglia contro la guerra deve quindi colpire agenti come Finmeccanica che continuano a finanziare ed a sviluppare interessi in campo militare, nonostante i potentati che ne sono a difesa e la miopia dei sindacati che pensano esclusivamente ai posti di lavoro.

Gli attivisti Francesco Lodovici e Fabio D’Alessandro espongono rispettivamente la situazione in Sardegna e in Sicilia. La prima isola ospita 170 basi, cioè il 60% del demanio militare, ed è un nodo della filiera bellica in cui avvengono sperimentazione e partenze per le missioni extra-europee. Il comitato studentesco contro la militarizzazione ha trovato nel coinvolgimento delle fasce più giovani della popolazione un riferimento per organizzarsi e contestare gli interessi di guerra sul suolo sardo. Per la seconda, sentiamo la voce dei No Muos di Niscemi i quali individuano nella guerra, i cambiamenti climatici aggravati dalle  missioni e dalle basi, la guerra ai migranti le contraddizioni che investono tutte le azioni militari. Riuscire a tenerle insieme, per far vedere il carattere paradigmatico della guerra e prospettarne l’eliminazione, può essere interessante per rilanciare il movimento No war. Assieme ad Antonio Mazzeo, Fabio propone di discutere attorno al G7 di Taormina, da comprendere all’interno del ruolo specifico dell’Italia.

Come costruire una piattaforma globale di interconnessione tra tutte queste esperienze? Come creare un discorso comune che tenga assieme tutte le situazioni belliche opponendosi drasticamente a loro? Su quest’ultimo punto, dicono gli attivisti, è necessario essere chiari e capire dove non cadere in contraddizioni intollerabili, quali il sostegno delle guerre ingaggiate da Assad e Putin. La proposta che si è sviluppata è di aprire una lista di contatti ed una piattaforma di riferimento per i comitati contro le guerre, organizzando una giornata di azione mondiale contro le guerre. Già nelle prossime settimane il tema pacifista sarà ripreso nelle piazze: da stasera (lunedì) con la passeggiata attorno alla base di Vicenza fino al 20-21 gennaio, giornate di corteo contro le grandi opere sempre a Vicenza e in opposizione a Trump a Washington D.C.

Attorno all’ora di cena la conferenza si chiude e subito iniziano i preparativi per mettere tutti a tavola. Il Presidio vive di nuovo come nei suoi primi giorni dieci anni fa, ma in un’altra storia. Una storia che non ha nessun sapore di commemorazione: vuole semplicemente rimettersi in gioco e continuare a lottare contro la guerra. 

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