Diffamati e Infami

La vicenda Sallusti. La libertà di stampa. Il carcere.

24 / 10 / 2012


Usa parole infuocate Alessandro Sallusti nel suo editoriale del 24 ottobre su “il Giornale” commentando le motivazioni della sentenza di Cassazione che lo condanna a 14 mesi di reclusione senza condizionale: una vera infamia, basata su odio ideologico e una serie di menzogne. Contestualmente la commissione Giustizia del Senato, mentre depenna l’irrogazione di pene detentive, approva la riforma della diffamazione con una serie di sanzioni definite intimidatorie dalla Federazione nazionale della stampa. Proviamo a fissare alcuni punti.

1) Il 18 febbraio 2007 su “Libero”, all’epoca diretto da Sallusti, viene pubblicato un pezzo a firma “Dreyfus” che denuncia la complicità tra genitori, ginecologo e magistrato torinesi nell’imporre, contro la sua volontà, un aborto coattivo a una ragazzina tredicenne (“ricoverata pazza in ospedale” – “se uccidete mio figlio mi uccido anch’io”), concludendo con l’invocazione della condanna a morte per i responsabili del misfatto.

2) Il giudice del caso Cocilovo chiede una rettifica, non avendola ottenuta chiede poi almeno le scuse e un risarcimento da devolversi a “Save the children”: le notizie sono false, l’aborto fu volontario con tanto di firma della minorenne e della madre. Il suo intervento si rese necessario in ottemperanza della legge 194/78 (Interruzione volontaria della gravidanza) in quanto i genitori erano separati. Non ottenendo soddisfazione, querela.

3) Il 26 settembre la Cassazione conferma la condanna emessa dal tribunale di secondo grado, non ravvisando vizi di forma: reato non di opinione, ma di diffusione di notizie palesemente false, che ledono la dignità personale. Sallusti è recidivo: sette condanne pregresse per diffamazione. Pena temporaneamente sospesa per consentire l’accesso alle misure alternative, che Sallusti, in cerca di crocifissione, sdegnosamente rifiuta. Il mondo dell’informazione, da destra a sinistra con qualche rara eccezione, insorge contro l’attacco proditorio alla libertà di stampa, ancora una volta portato avanti avendo a strumento una normativa del fascista Codice Rocco.

4) Il 27 settembre dagli scranni della Camera, dove siede da deputato Pdl, “Dreyfus” svela la sua identità. E’ Renato Farina, radiato dall’Albo dei giornalisti dopo aver ammesso una collaborazione, quando era vicedirettore di “Libero”, con i Servizi segreti, fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. Nome in codice Agente Betulla. Mentana, dal suo Tg, gli dà dell’infame in diretta.

5) Il 23 ottobre la Cassazione rende pubbliche le motivazioni della sentenza spiegando che la condanna di Sallusti non sanziona il giornalismo fazioso, ma quello in palese malafede, fondato sull’insulto, la disinformazione e lo stravolgimento della verità. Ritenendo coerente la misura detentiva anche in ragione della “spiccata capacità a delinquere” del reo. Lo stesso giorno - mentre Sallusti bolla come infami gli estensori della sentenza - in Senato si approvano norme sulla diffamazione che escludono pene detentive, ma introducono sanzioni pecuniarie fino a 100 mila euro, sanzioni amministrative in tema di interdizione temporanea dalla professione, obbligo di rettifica e di rimozione dei contenuti diffamatori.

Questo sommariamente il quadro. Di seguito alcuni spunti di riflessione.

Sul punto 1. Il reale motivo dell’attacco di “Libero” nel 2007 al giudice torinese lo spiega il legale di Sallusti su “il Giornale” del 27/09/2012, p.2: “Nel mirino non c’era Cocilovo, ma l’intero sistema che consente l’aborto”. Si attaccava il giudice per screditare la legge 194. All’epoca c’era il governo Prodi bis, si discuteva di Pacs e Dico, di procreazione assistita, di fine vita, testamento biologico e aborto. Si mobilitò la chiesa oltranzista di Ruini, Prodi cadde e Berlusconi stravinse. Quella di “Libero” fu un’ infamata a scopo politico di assoluta limpidezza, corroborata da un altro articolo a firma Monticone.

Sul punto 2. Il giudice Cocilovo nella sua azione risarcitoria sapeva bene di avvalersi di una legge del ventennio che punisce col carcere la diffamazione, che nessuna maggioranza politica, ne democristiana, ne craxiana, ne prodiana, ne berlusconiana ha mai modificato. E sapeva bene il rilievo del suo ruolo professionale, tanto che in sentenza si legge: “Nel caso di offesa ingiustificata a un magistrato viene inoltre affievolita la fiducia della collettività…”. La magistratura come casta superiore, il carcere come misura congrua. Sorpresa poca, ma un’infamia anche questa.

Sul punto 3. Davanti all’aberrazione della condanna penale il giornalismo mainstream sembra mettere in secondo piano il fatto che Sallusti abbia avallato la pubblicazione di una storia non vera, con una ricostruzione dei fatti inventata, in evidente malafede in quanto già smentita da Ansa e Tv. La difesa della corporazione trascura di affermare con forza adeguata che chi scrive il falso, chi deforma l’informazione per altri scopi non è un giornalista e per questo va cacciato dalla corporazione stessa.

Sul punto 4. L’identità di Farina era già nota, non serviva la sceneggiata parlamentare. Casomai la vera infamia è che un pezzo di merda del genere - se si passa la prosaicità dell’affermazione - radiato dall’Albo, prezzolato da Servizi e poteri occulti, possa sedere in Parlamento con tutto il corollario di stipendi e pensioni relativo.

Sul punto 5. Mentre la Cassazione non risparmia iperboli per motivare la necessità del carcere e sottolineare che diffamare un giudice non costituisce solo attentato alla sua reputazione, ma anche “all’autorità del potere giudiziario”, il carcere viene scambiato con un pacchetto di norme che mette in serio pericolo la libertà di stampa. Non solo attraverso pene pecuniarie inaffrontabili, motivo certo di cessazione dell’attività per le fonti di informazione più piccole, ma anche approntando veri e propri strumenti di censura da utilizzarsi contro siti Internet, blog e motori di ricerca: se non vengono soddisfatte le richieste di rimozione degli interessati sarà il giudice a provvedere.

Concludendo. Il carcere no, mai, ma non solo per Sallusti, che di Farina è degno compare. Come altre volte sottolineato su queste pagine il carcere e il potere poliziesco stanno ridisegnando i confini della biopolitica. Se non vi è dubbio alcuno che Sallusti il carcere non lo avrebbe comunque mai visto questo episodio può servire a interrogarsi su molte altre previsioni del codice penale del 1930. Ci siamo dovuti occupare di un suo retaggio che ci riguarda da vicino, quel reato di devastazione e saccheggio che viene utilizzato contro i movimenti e che si traduce in pene fino a 15 anni di reclusione recentemente confermate proprio in Cassazione per aver danneggiato degli oggetti simbolo. Senza sminuire responsabilità alcuna c’è questa allucinante condanna a sei anni di reclusione per omicidio colposo plurimo inflitta ai vertici della commissione Grandi rischi per aver fornito “informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie” nell’imminenza del terremoto del’Aquila. C’è, per restare nell’ambito della tutela dell’onorabilità della persona offesa, la reintroduzione nel 2009 (presidente del Consiglio Berlusconi, Sallusti suo cantore) del reato di oltraggio a pubblico ufficiale come risultato di sei proposte di legge del Pdl e due del Pd. Come ricorda Patrizio Gonnella nelle pagine di “Micromega” anche nell’oltraggio un giudice o un poliziotto hanno una speciale protezione. Qui si va in galera sul serio. E la sola denuncia di oltraggio da parte di un agente di polizia penitenziaria al detenuto che lo avrebbe offeso fa perdere tutti i benefici, gli allunga la pena, lo mette sotto processo. C’è oggi, nella possibile approvazione delle norme uscite dal Senato, l’evidente determinazione ad una drastica riduzione dei margini di libertà di informazione attraverso aggiornati strumenti di rappresaglia e di censura. Cui anche questo sito è esposto. L’operazione infame è questa.

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