Dopo Lampedusa

8 / 10 / 2013

di Paolo Coceancig degli “Educatori contro i tagli”

Lampedusa. Mi ha colpito, nell’articolo di Adriano Sofri sulla “Repubblica” di Venerdì, il passaggio speranzoso in cui l’autore è incline a pensare che anche il più ostile tra di noi all’accoglienza dei migranti, nel momento in cui si trovasse in prima persona di fronte a uno di loro in condizione di pericolo, probabilmente non esiterebbe nel portargli soccorso. In sostanza l’affermazione che la visione politica personale (intesa banalmente come l’insieme delle idee che ognuno di noi ha sull’organizzazione socio-economica della società e sui cambiamenti che vi vorrebbe apportare) e l’esistenza che viviamo nel concreto quotidiano non sono la stessa cosa, non vanno di pari passo, seguono processi mentali diversi. Di conseguenza a me viene quasi naturale la seguente riflessione: qualsiasi legge di cui uno stato possa dotarsi per respingere (che spaventoso linguaggio usato con cotanta disinvoltura dalla destra nostrana) la massa di disperati che bussano alle nostre porte non può nulla di fronte all’incalcolabile bisogno che obbliga a partire chi ha fame, chi fugge da una guerra, chi non ha scelta. Non può nulla un esercito, figuriamoci due righe scritte su carta dallo sciovinismo pacchiano di un paio di mediocri legislatori. La Bossi-Fini, se da un lato non è stata nient’altro che un tentativo patetico e arrogante d’imbrigliare il vento, dall’altra si è rivelata una preziosa arma in più nelle mani di organizzazioni criminali nazionali e internazionali che ancora ringraziano la lungimiranza dei nostri governanti per l’impennata dei ricavi alla voce tratta degli schiavi. Si quantifica che nel mondo ci siano 270.000.000 di persone in procinto di muoversi dai loro paesi d’origine. L’evento è epocale, non si affronta con due motovedette in più nel Mediterraneo o con il rafforzamento di Frontex, l’agenzia europea deputata al controllo delle frontiere, invocato da Napolitano. Tra l’altro, il solo pensiero che un fenomeno così vasto e travolgente possa essere affrontato con il rinforzo dei dispositivi di respingimento, continuando così a vendere agli spaventati elettori la favola del potere della dissuasione, fa sorridere e venire il voltastomaco allo stesso tempo. Un uomo che ha fame si dissuade solo permettendogli di mangiare. E poi, in tutti questi anni le abbiamo pur ben esibite al resto del mondo le nostre meravigliose forme di vita neoliberista. Con quale faccia possiamo ora raccontare al pastore maliano o al contadino eritreo che quelle forme sono esauste, prossime al capolinea? Non abbiamo i loro indirizzi mail per avvisarli di star lontani, di andare a morire da un’altra parte, lontano dai nostri occhi.

Ecco, perché il punto è proprio questo. La fine irreversibile di un sistema che, dopo essersi nutrito per quasi cinquant’anni del vantaggioso confronto con l’assolutismo comunista dell’est europeo, alla scomparsa del pericolo rosso ha accelerato in senso ultraliberista la sua vocazione insaziabile al profitto ad ogni costo, compiacendosi della sua boriosa supremazia. Il neoliberismo moderno che è prosperato soprattutto grazie alla libera circolazione delle merci (l’unica globalizzazione veramente riuscita) prova oggi pateticamente a sopravvivere ostacolando quella delle persone.

Che fare? Sono pienamente d’accordo con quanto scritto oggi da Andrea Segre sul suo blog: creare immediatamente le condizioni per permettere a tutte le persone che fuggono dalla fame e dalle guerre di spostarsi legittimamente, azzerando così il rischio che tragedie come quella di Lampedusa si ripetano all’infinito. Gli innocenti devono avere sempre e ovunque diritto alla protezione. Reinvestire l’enorme mole di denaro sperperato inutilmente nei dispositivi di repressione (che vergogna i Centri di identificazione ed espulsione e la militarizzazione delle acque) nella realizzazione di percorsi amministrativi e operativi di migrazione legale. Non si tema, non verranno tutti qua, passeranno soltanto e poi, insieme al nostro esercito di giovani senza prospettive, se ne andranno altrove. Già accade: sono pochi quelli che si fermano, meno di quelli che muoiono ogni giorno nel deserto, in mare, nei campi di raccolta libici. E’ un processo culturale prima che politico quello che serve. A noi più che a loro e probabilmente serve che passi più di qualche generazione. Ma da subito bisogna rimettersi a creare idee alternative di organizzazione economica e sociale, questo dovrebbe fare la buona politica: progettare nuove forme di società. E farlo in senso maggiormente comunitario, ridare attualità alla parola solidarietà, in disuso ormai da decenni, e farlo non per patetico buonismo, ma per la nostra stessa sopravvivenza. Farlo prima che sia troppo tardi.

L’organizzazione socio-economica dei territori va modificata radicalmente: nessuno può seriamente pensare che da questi passaggi epocali usciremo come prima, come se nulla fosse accaduto. Questa è la vera responsabilità della politica oggi: ogni tentativo di riformare questa deteriorata società dei consumi ad oltranza è una mera illusione, una pericolosa perdita di tempo prezioso sottratto all’ineludibile stagione della ridefinizione delle nostre priorità.

Ero straniero e mi avete accolto si legge sul vangelo, per ora qui da noi continuano a spadroneggiare laici individualisti e “cristiani da pasticceria”.

Il tempo sta per scadere, ma cambiare si può. Si deve.

Altrimenti la storia continuerà implacabile il suo giro, oggi tocca a me e domani tocca a te, con noi italiani disperati che prima o poi torneremo, come all’inizio del secolo precedente, di fronte alla costa spagnola su di un piroscafo chiamato Sirio e moriremo in più di cinquecento, la storia beffarda pronta a rimetterci da un giorno all’altro sulla sponda sbagliata del Mediterraneo, costretti magari ad affidare la nostra salvezza alla clemenza di un peschereccio tunisino di passaggio. La solita vecchia e insopportabile storia: la carità al posto del diritto.

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