È nata la seconda Repubblica (sociale) italiana.

7 / 6 / 2018

All’indomani della fiducia incassata dal governo Conte alla Camera, pubblichiamo un commento del filosofo Mario Pezzella tratto dal sito Le parole e le cose. Pezzella, partendo dal concetto di egemonia gramsciana, spiega come questo esecutivo sia di fatto dominato dalla visione politica della Lega e – in generale – da quella di una “destra autoritaria” che si sta facendo largo sempre di più in Europa. Conclude, infine, con la necessità di costruire un “Terzo spazio”, tra europeismo tecnocratico e populismo neofascista, grazie all’azione transnazionale dei movimenti.

Il governo da poco nato in Italia è un caso esemplare di “egemonia” nel senso inteso da Gramsci (e più recentemente riproposto da Ernesto Laclau): un partito (la Lega) ha imposto la propria visione del mondo e la propria direzione politica a una forza (i Cinque Stelle) che alle elezioni aveva preso il doppio dei voti. Ai significanti vuoti e vaganti dei Cinque Stelle, al loro essere né di destra né di sinistra, o un po’ di destra e un po’ di sinistra, la Lega ha contrapposto un’ideologia regressiva semplice ed efficace. La quale ha profonde radici nel fascismo storico e ne rappresenta una versione moderatamente democratizzata e adattata al presente. Certo, nulla si ripete uguale, e a ragione Marco Revelli – in un recente articolo sul Manifesto – ritiene azzardato affermare che il nuovo governo sia tutto fascio-leghista e che il 60 per cento degli Italiani sia diventato fascista. In effetti non è così: è che il 15 per cento di fascisti veri ha assunto l’egemonia culturale sulle altre forze che compongono il governo e le conduce – nelle cose decisive – dove Salvini vuole. Revelli ritiene molto difficile comporre insieme l’elettorato identitario della Lega e la “platea anarco-libertaria” grillina; a me pare che gli attuali movimenti neofascisti europei stiano cercando di assorbire la protesta sociale in un quadro neofascista e xenofobo. Il fascismo storico degli anni Venti del Novecento, ai suoi inizi, non si è comportato in modo troppo dissimile.

Nel governo che si è appena formato sono presenti le più varie tonalità di destra autoritaria: dal neofascismo storico e tradizionale di Fratelli d’Italia (in astensione benevola), a quello ruspante ed etnorazzista della Lega. C’è poi la destra tecnocratica (massonica?) di tecnici che hanno collaborato con varie istituzioni finanziarie forti, da Bankitalia a Confindustria e ora sono evidentemente lì per ammaestrare gli esuberanti “ragazzi” che hanno formato il governo. Del resto, in una improvvisa convergenza, la Merkel e Macron hanno pubblicamente elogiato il programma di espulsioni e di campi di internamento previsti da Salvini. Non è questo che li preoccupa.

I Cinque Stelle avevano una componente che qualcuno definiva di “sinistra” o addirittura anarchico-libertaria? Se c’era, è del tutto scomparsa dalla scena, mentre il loro leader – Di Maio – è sovrastato sul piano mediatico e spettacolare da Salvini. Il nostro presidente della Repubblica si è molto spaventato per la presenza, in fondo confermata, di Savona nella compagine di governo: a me spaventa molto di più Salvini all’interno, con le sue promesse di deportazioni di migranti, respingimenti violenti e la sua ossessione securitaria (che proseguirebbe del resto la politica già iniziata da Minniti in Libia, con la creazione di inumani campi di internamento). Qui si addensa il nucleo oscuro di un nuovo autoritarismo, che potrebbe portarci non tanto fuori dall’Europa, quanto verso l’Europa di Orbán.

Ne ho già scritto di recente: ma ricordo ancora l’affinità delle ricette di questo governo con quelle del fascismo storico: welfare ristretto rigorosamente ai soli “indigeni” nazionali; razzismo e creazione di un nemico “altro”, l’intruso capro espiatorio di ogni conflitto e fallimento; critica della finanza cattiva e non del capitale come modo di produzione; l’idea di un popolo-nazione immaginariamente unificato al di là dei suoi conflitti di classe e di interesse. L’enfasi anticoloniale costituisce da sempre un punto di forza dei movimenti populisti, che configurano il nemico in una nazione egemone (oggi la Germania), invece di contestare il sistema capitalistico, di cui essa è solo una maschera e una funzione. Infine, alla garanzia di una certa redistribuzione del reddito corrisponde l’assicurazione che non saranno minimamente scalfiti i “fondamentali” dell’economia attuale del capitale.

È una visione politica che si configura come “rivoluzione passiva” di un programma di sinistra, una sinistra che ha lasciato cadere o si è lasciata espropriare di tutti i suoi temi distintivi, che ora vengono ripresi – nella forma monca o amputata del nazionalismo escludente – dal governo in carica. Il programma economico di tale governo, in particolare, riformula proposte una volta di sinistra come il reddito di cittadinanza, la revisione della legge Fornero, il blocco delle grandi opere nocive all’ambiente; ma esse vengono inserite in un contesto razzista e xenofobo, e – presumibilmente – saranno realizzate in modo limitato, accettando un compromesso coi poteri forti che hanno consentito la formazione del governo.

Nel senso proposto da Gramsci, in una rivoluzione passiva frammenti della cultura di sinistra vengono conservati ma distolti dal loro fine essenziale e dislocati in un contesto diverso e tendenzialmente opposto.

Così, ad esempio, i fascismi italiani hanno collocato in una disposizione gerarchica ed elitaria elementi che inizialmente appartenevano a richieste partorite dal principio di uguaglianza. L’assistenza sociale viene concessa da Mussolini; purché venga subordinata allo statuto delle corporazioni, alla rinuncia alla trattativa sindacale, alla negazione di una classe antagonista (naturalmente essa viene accordata entro certi limiti, meno di quanto era dapprima richiesto dai socialisti, ma pur sempre più di quanto avrebbe accettato la vecchia classe dirigente).

La Lega ha tentato di recente di compiere un lavoro di assimilazione-deformazione per certi versi simile, attenuando la sua iniziale carica provocatoria. Proposte della sinistra sociale, come federalismo, autodecisione dei territori, e perfino quella della cittadinanza dei migranti, vengono deformate nella loro formulazione originaria e così omologate al progetto autoritario, assumendo una caratteristica flessione gerarchica. Prendiamo il tema dell’immigrazione. Non si tratta più semplicemente di dire “fuori tutti”, “non li vogliamo”, ma piuttosto : li vogliamo nella misura in cui ci servono, nella misura in cui non tolgono il lavoro agli Italiani, nella misura in cui accettano una cittadinanza dimezzata; a patto insomma, che l’integrazione si coniughi al comando della razza superiore e al principio gerarchico.

Tuttavia, a questo prezzo, a una parte degli immigrati vengono concessi certi diritti e certe garanzie di lavoro e sopravvivenza (come ai servitori neri nel Sud degli Stati Uniti di un tempo, o a quelli del colono europeo in Africa). In un certo senso, l’immigrato può perfino apprezzare questa parziale concessione di diritti (rispetto alla clandestinità), che è meno di quanto richiedeva o poteva pretendere, ma più di quanto i padroni inizialmente erano disposti a concedere. Una tematica (la cittadinanza piena) che era patrimonio diffuso della sinistra, che si ispirava all’inclusione e al principio di uguaglianza, viene “corretta” dal suo assorbimento nella “tesi” opposta, una costruzione gerarchica del sociale, divisa in signori e servi (cittadinanza dimezzata).

Naturalmente occorre che i rappresentanti della “sinistra” – come è accaduto di recente agli avatar successivi del partito comunista – siano singolarmente sprovveduti, incapaci e collusi perché l’opera di passivizzazione abbia successo: o quanto meno che si ispirino a una cultura politica obsoleta. La classe dirigente del PD è corresponsabile della vittoria del neoliberismo in Italia, della distruzione di ogni nozione di socialismo, dell’adesione alle misure economiche più sconsideratamente tecnocratiche della finanza multinazionale europea. Con quale pudore invocano ora un “Fronte repubblicano”?

Occorrerebbe un “Terzo spazio”, tra europeismo tecnocratico e populismo neofascista, come ha cercato di definirlo Varoufakis in un suo libro. Non credo che un populismo di sinistra (alla Mélenchon), comunque ancorato all’idea di Stato nazionale, comunque incline all’identificazione verticistica nel corpo e nel nome di un “capo” possa avere la forza di cambiare le cose. Solo un movimento antagonista radicale a livello transnazionale ed europeo, che organizzi critica e lotta comune al capitalismo attuale potrebbe restituirci qualche speranza. Occorre una sinistra che si riappropri delle sue parole tradite e deformate: federalismo, internazionalismo, beni comuni, inclusione, autogestione; che rilanci una stagione di lotte sindacali coordinate a livello internazionale. Che effetto avrebbe uno sciopero generale delle ferrovie non limitato alla sola Francia, come sta accadendo negli ultimi mesi, ma esteso all’Europa intera? Il termine “sciopero generale”, ora ridotto a un significato rituale e modesto, riacquisterebbe un suono altamente minaccioso per i poteri dominanti.

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