È sangue, non pomodoro!

7 / 8 / 2018

La schiavitù nel 2018 è raccogliere pomodori nel foggiano e morire in un incidente stradale dopo una giornata massacrante passata sotto un sole di 40 gradi. Sedici braccianti agricoli sono morti e altri sette sono rimasti feriti tra sabato e lunedì, in 48 ore. Cerchiamo di fissare queste cifre: 16 morti in 48 ore; 23 euro per 8 ore di lavoro, meno di tre euro l’ora.

Il trasporto sul furgone per arrivare dai campi ai posti dove vivono costa cinque euro, è quello che racconta Bubacarr, originario della Sierra Leone, uno dei braccianti che si è salvato nello schianto e ora è ricoverato in ospedale per le ferite riportate.

Nelle campagne ci sono soprattutto lavoratori stagionali stranieri, principalmente sub-sahariani. Perché lo sfruttamento viaggia di pari passo con il fenomeno della tratta degli esseri umani. Sfruttamento, caporalato e sofferenza: sottoposti a ritmi sfiancanti di 10-12 ore al giorno di lavoro, spesso in nero, in condizioni atmosferiche e climatiche usuranti, senza il riposo settimanale e le pause.

Sfruttamento, caporalato e omertà, infatti le inchieste sulle violenze nei campi devono spesso oltrepassare un fitto manto di silenzi, non detti, e paura di ritorsioni. 

16 uomini sono morti, erano alcune delle braccia che facevano parte del numeroso esercito che compone il nuovo proletariato agricolo. Uomini che si spostano di regione in regione seguendo le fasi di raccolta dei prodotti ortofrutticoli.

È la manodopera a basso costo sfruttata dal capitalismo agricolo nel XXI secolo. Un capitalismo che sembra tornato alle condizioni di oltre mezzo secolo fa, quando le campagne abbandonavano definitamente il latifondo e si infiammavano di lotte bracciantili.

La strage di Foggia riaccende i riflettori sul caporalato. Un dramma umano che non può essere oscurato dallo spregevole razzismo salviniano, che alcuni mesi fa inaugurava la “demagogia della pacchia”.

Il problema è che non esce fuori mai un nome di azienda, un marchio dei mandanti, nessuno colpevole e il rischio è che si riduca tutto a casuali incidenti d’auto.

Il 19 ottobre del 2016 è stata approvata una nuova legge sul caporalato, che prevede l’inasprimento delle pene, anche per le aziende che si servono di intermediari illegali, la confisca dei beni, indennizzi per le vittime e un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli.

I voti a favore furono 336, nessuno contrario, gli astenuti venticinque (Forza Italia e Lega). 

La situazione in questi due anni circa non è certo migliorata: lo sfruttamento nei campi è conosciuto. A tutti i livelli. E tollerato. A tutti i livelli. A partire da chi guida i camion, dai caporali, fino ad arrivare ai produttori, la cui complicità col sistema più raramente fa notizia.

Domani mercoledì 8 agosto, si terrà - con partenza da San Severo e arrivo a Foggia - una "marcia dei berretti rossi". Rossi come i cappellini che i quattro braccianti agricoli morti nell'incidente stradale avvenuto sabato scorso e i quattro feriti indossavano nei campi per proteggersi dal sole «mentre raccoglievano i pomodori per avere la vergognosa paga di un euro al quintale». «È questa la nostra battaglia - ribadisce Aboubakar Soumahoro, del coordinamento lavoratori agricoli USB - la tutela dei lavoratori e la rivendicazione dei loro diritti, negati in Puglia come in Calabria, in Piemonte o nel Lazio. Per questi diritti si batteva Soumaila Sacko, ucciso nella piana di Gioia Tauro il 2 giugno scorso, per questi diritti combattevano i braccianti morti sabato, organizzandosi per sfuggire alla schiavitù del caporalato e alle vessazioni dei cosiddetti imprenditori agricoli».

Siamo in un Italia dove c’è gente che esulta per la morte di 12 lavoratori. Gente che esulta per persone che affogano in mare. Gente che esulta per bambini senza vita su una spiaggia. La domanda è: quando si è iniziato ad essere così? Così, malati di razzismo.

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