Lorenzo Marsili, Milano 15 settembre 2012, prima parte

Lorenzo Marsili, Milano 15 settembre 2012, seconda parte

Lorenzo Marsili, Milano 15 settembre 2012, terza parte

Una proposta per il protagonismo di cittadini e movimenti sociali

Europa e crisi della democrazia: per un'Assemblea costituente

di Lorenzo Marsili (European Alternatives)

21 / 9 / 2012

Gli scorsi 14-16 settembre si è svolto a Milano, nei locali di Palazzo Reale, il seminario internazionale "Unire le forze per un'altra Europa", organizzato dal coordinamento Firenze 10+10, ampia coalizione di gruppi e reti associative che stanno costruendo una serie di iniziative a Firenze dall'8 all'11 novembre prossimi, a dieci anni dal Social Forum Europeo che rappresentò uno dei più significativi momenti di confronto del ciclo di movimento "no global". Su questa programma Globalproject avrà modo di ritornare nelle prossime settimane. 

In particolare per il 9 novembre sta circolando la proposta di organizzare una grande assemblea PER UNA ROTTURA DEMOCRATICA IN EUROPA, che metta la centro della discussione il nesso tra crisi dell'Eurozona e crisi della democrazia, la realtà di un "processo costituente", non dichiarato e calato dall'alto delle istituzioni non rappresentative oggi protagoniste della governance europea, che sta già definendo i fondamentali dell'unificazione politica continentale nel segno della dittatura dei mercati finanziari e delle oligarchie tecnocratiche al loro servizio.

Tra i promotori di questa assemblea vi è LORENZO MARSILI (co-direttore di European Alternatives, rete associativa transnazionale) che su questi temi abbiamo intervistato sabato 15 settembre a Milano (nei video qui a fianco) e che è l'autore del contributo al dibattito su quale democrazia per l'Europa, che pubblichiamo volentieri qui di seguito: 

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Distruzione di ricchezza, impoverimento, attacco al mondo del lavoro, tensioni sociali, crisi del debito, rischio di implosione dello spazio europeo. Sono questi solo alcuni dei frutti amari della lunga crisi iniziata nel 2007. Ma si fa sempre più strada la percezione che almeno un’altra vittima d’eccezione rischia ora di essere immolata al focolare dell’emergenza: la democrazia europea. E con la chiusura dello spazio per una vera democrazia, si chiude qualunque spazio per modelli economici, sociali e politici alternativi. Contro la costituzionalizzazione dell’austerità, è ora di richiedere l’apertura di un’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale.

 La rivoluzione dall’alto

L’evaporazione della sovranità è parte centrale della crisi della democrazia che stiamo vivendo. La sovranità che appartiene al popolo evapora quando il risultato di un referendum viene disatteso o quando grandi opere di provata inutilità vengono imposte, così come evapora quando la definizione e la formazione della realtà economica e politica viene spostata in spazi immuni al controllo della cittadinanza.

 L’esempio più grossolano e più evidente è l’irruzione sulla scena del mercato, anzi, dei mercati. Nell’ultimo anno abbiamo vissuto uno strano spiritualismo finanziario, in cui la moralità della condotta, la retta via, viene dettata dal responso della borsa e dalle umorali omelie delle agenzie di rating e dei grandi investitori. E in cui il fine dell’agire politico non è più la giustizia sociale, il benessere di tutti e di tutte, ma la supplica di un armistizio con il Thanatos della finanza. “I vostri sacrifici saranno riconosciuti da un abbassamento dello spread”, rassicura Angela Merkel.

 Ma il processo strutturalmente più importante è la ricostituzione dello spazio europeo come spazio di sorveglianza e governance economica esente da qualsivoglia controllo democratico. Qui si entra nel reame delle sigle: Euro plus pact, poi rinforzato con il Fiscal Compact, e il MES, che apporterà nuove munizioni alla vigilanza sul bilancio.

 Con il Fiscal Compact tutti gli stati si impegnano nella riduzione del debito eccedente il 60% del PIL in misura di un ventesimo l’anno, facendo di tagli e riduzione di budget la cifra di ogni finanziaria di qualsivoglia governo seguirà; con le cosidette country-specific recommendations le istituzioni sovranazionali acquistano sempre più potere nel guidare metodi e obiettivi dell’azione politica all’interno dei singoli stati membri dell’Unione, fino a poterne riscrivere le manovre finanziarie e sanzionare i paesi inadempienti. Arriviamo così a una costituzionalizzazione di una dottrina economica di parte. Il pareggio di bilancio sempre e comunque, la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, il mantra delle privatizzazioni e il rinnego del debito produttivo come strumento di sviluppo sono tutti elementi costituitivi di un certo tipo di pensiero economico. Un pensiero - seppur dimostratosi fallimentare - senz’altro con diritto di cittadinanza nell’agone della lotta politica, ma un pensiero comunque di parte. E a cui si contrappongono gli argomenti sulla centralità dello stato nel fronteggiare la recessione, garantire una giusta redistribuzione della ricchezza, attivare adeguati strumenti di sostegno al reddito, sviluppare una politica industriale di riconversione anche attraverso il deficit e di monetizzare il debito, fra tanti altri. La democrazia è basata sulla normalizzazione del conflitto fra parti e l’apertura alla cittadinanza del dibattito sul percorso da intraprendere. Con il Fiscal Compact questo spazio di discussione, di alternativa, cessa di esistere. Un certo modo di intendere l’economia viene sollevato a principio guida e inserito in costituzione con il pareggio di bilancio.

Il MES è l’acronimo per Meccanismo europeo di stabilità; il successore - salvo sorprese dalla Corte costituzionale tedesca - dello European financial stability facility (EFSF). Concepito come un parente povero del Fondo monetario internazionale, il MES è predisposto ad intervenire per calmierare attacchi speculativi o ammanchi di liquidità sotto stretta condizionalità. E’ con lo EFSF che si comincia a parlare di Trojka ed è con il “sostegno” accordato a Grecia, Irlanda, Portogallo e ora Spagna che il balletto della questua è cominciato. Portando con sè una rinnovata frantumazione dello spazio europeo e la divisione fra cittadini europei di serie A e di serie B, con alcuni paesi costretti ad abdicare il controllo delle proprie politiche economiche e ad elemosinare la comprensione e l’approvazione dei cosiddetti paesi “centrali”.

 Etienne Balibar ha descritto il momento che stiamo vivendo come una rivoluzione dall’alto. I nuovi meccanismi europei mirano alla ricomposizione radicale dello spazio europeo, in modo da cristallizzare un nuovo assetto istituzionale con la democrazia e l’alternativa relegate alla periferia. La messa in moto di tali processi e strumenti di coercizione decisionale  indebolisce i sindacati, rimasti a lottare su scala nazionale contro sempre più stringenti e inappellabili “raccomandazioni” europee che vedono nell’abbassamento dei salari e nella precarizzazione dell’occupazione l’unico metodo per recuperare competitività; rende fatue le lotte dei movimenti per i beni comuni, costringendo gli stati a svendere infrastrutture e servizi pur di abbattere il debito e garantire la libera concorrenza secondo le logiche vigenti del mercato unico; fa apparire irreali, dinnanzi alla necessità di ridurre di oltre quaranta miliardi l’anno le spese statali per obbedire al Fiscal Compact, le rivendicazioni di quanti chiedono un maggiore investimento nell’istruzione, nelle politiche sociali, nella conversione industriale e nella salvaguardia del territorio; lega le mani ai partiti. E soprattutto depriva la cittadinanza della capacità di definire il proprio futuro collettivo e di giudicare autonomamente fra diverse rappresentazioni della realtà e diverse risposte alla crisi.

 Ma i ponti sono tagliati. Non c’è più spazio per una fuga all’indietro, per appelli alla ricostituzione della sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità che gli appartiene. Gli smarcamenti nazionalistici sono oramai il patrimonio di vaneggiatori a cottimo, o, nei casi ben più gravi dell’Europa dell’Est, di forze xenofobe con una forte impronta etnocentrica. I tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale collassano inevitabilmente in una genuflessione al pensiero economico unico, e le differenze fra schieramenti si limitano a un’adesione più o meno “sentita” e una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”.

 Mai come oggi le richieste di Europa politica si sentono da tante parti diverse. Ed è infatti ogni giorno più vero che la sola possibilità di invertire la rotta e uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale è nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso, capace di accettare la sfida del sorpasso della sovranità nazionale e di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la sovranità sopra il proprio futuro. Se la chiusura dello spazio dell’alternativa a livello nazionale è oramai realtà oggettiva e strutturale, la chiusura di questo spazio a livello europeo è realtà squisitamente politica, parte di un disegno di parte e di una visione di società, e per questa ragione è una realtà ancora ribaltabile attraverso la lotta politica.

 La costituente dal basso

 

In questo periodo si discute della proposta - sfuggita ad Angela Merkel in un’intervista e recentemente rilanciati tra gli altri da Barroso - di una nuova Convenzione per rivedere il Trattato di Lisbona e aggiornare il funzionamento dell’Unione europea alla luce degli sviluppi della crisi e dei nuovi strumenti di governance economica rafforzata. Forte scetticismo verso questa proposta è lecito e dovuto, sia per ragioni di metodo che di merito.

 Il metodo è presto detto. Una prima opzione è la semplice continuazione di trattati e decisioni inter-governative ad hoc, così come fatto per il Fiscal Compact. Un meccanismo che supera qualunque discussione pubblica sulle decisioni prese, relega il Parlamento europeo a mero spettatore e che fa piombare sui cittadini europei tutto il peso di decisioni prese sulle loro teste e senza la loro partecipazione. Ma anche all’interno delle elite di governo si sta sempre più riconoscendo l’insufficienza di un processo di questo tipo. Per ragioni giuridiche - e qui grande ruolo sta svolgendo l’attivismo della Corte costituzionale tedesca - e per ragioni politiche. Il rischio di collasso della coesione sociale e di rivolte sempre più radicali della cittadinanza contro le decisioni prese aumenta nella misura in cui queste decisioni sono percepite come esterne al processo democratico e come costrizioni imposte da poteri distanti e tecnocratici. Una spolverata di legittimità, quindi, è lo scotto da pagare per l’accettazione di misure ancora più draconiane e vincolanti. E qui arrivano le proposte di Convenzione per la riforma dei trattati. Una Convenzione che vorrebbe avere la pretesa di rappresentare un nuovo processo costituente, ma che invece si ridurrebbe a una conferenza inter-governativa con un ruolo modesto e principalmente decorativo della cittadinanza e del Parlamento europeo.

 Il metodo intergovernativo è strettamente collegato alla questione di merito. Non c’è alcuna volontà di aprire una discussione franca e partecipata sullo “stato dell’Unione” e di immaginarne una nuova definizione. Se la democrazia e la possibilità di alternativa che contiene viene vista come un vaso di Pandora, il metodo intergovernativo è la soluzione migliore per tenere il vaso chiuso, usando la parvenza di legittimità di una Convenzione per costituzionalizzare in una nuova architettura europea la tecnocrazia e il governo della e per la finanza. I governi nazionali sono i principali attori del disastro economico e sociale in cui ci troviamo; le politiche che hanno promosso in sede europea nei cinque anni passati dallo scoppio della crisi danno una precisa indicazione sul tipo di riforme costituzionali che emergerebbero da una Convenzione gestita e decisa dagli stessi governi.

 Il momento che stiamo attraversando è quindi già costituente, seppure con rapporti di forza profondamente impari e una spinta propulsiva che viene principalmente dalle elite politiche e finanziarie. Per le forze che si oppongono a questo tipo di trasformazione, che ripeto, è già in atto, non è più possibile esercitare il semplice rifiuto, ma occorre mettere in campo una forte iniziativa politica di eguale rango costituente, avanzando una proposta articolata di ricostruzione della struttura europea e dei suoi processi decisionali. Tale proposta dovrà esercitare una forte rottura con lo status quo sia nel metodo che nel merito.

 Se si parla di costruire una nuova architettura costituzionale europea, per noi questa costruzione non può che essere portata avanti in primis dai cittadini stessi. E’ qui che contro la proposta di Convenzione intergovernativa molte forze hanno messo in campo l’idea di un’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale da tutti gli europei e incaricata di redigere una nuova stesura dei trattati in stretta cooperazione con le forze sociali, sindacali e le istituzioni elette in particolare a livello locale. Mentre l’Europa si affretta a un tardivo appoggio alle assemblee costituenti che in Tunisia ed Egitto sono chiamate a riscrivere la costituzione di quei paesi, non si capisce perché agli europei si debba offrire niente di meno. Nuova proposta costituzionale, quindi, da sottoporre poi all’approvazione di tutti i cittadini attraverso un referendum pan-europeo. Attualmente si discute attorno a due tempistiche possibili: Assemblea nel 2013, seguita da referendum in contemporanea alle elezioni per il Parlamento europeo del 2014, o elezione dell’Assemblea contestualmente alle elezioni europee.

 Tutte le realtà perdenti nell’attuale definizione dei processi decisionali europei hanno un chiaro interesse in una riscrittura delle regole dell’Unione europea per mezzo di processi realmente democratici. E tutte le realtà perdenti attualmente sono i cittadini defraudati dei propri diritti democratici, i sindacati che si vuole ridurre alla marginalità, gli amministratori locali che con velleitari patti di stabilità sono stati i primi a fare i conti e il Parlamento europeo a cui viene ancora negato il potere di avanzare proposte di legge. Il processo verso la convocazione di un’Assemblea Costituente - che, con uno scatto di reni, potrebbe essere richiesta dallo stesso Parlamento europeo - deve essere un grande processo di coinvolgimento di tutti questi attori. Pensiamo all’esempio della revisione costituzionale islandese: consultazioni regolari con i cittadini, spazi online, apertura a tutto il tessuto associativo. Tramite un coinvolgimento delle amministrazioni locali e con una forte mobilitazione del mondo intellettuale, sindacale, e politico, non è così difficile immaginare la creazione di un processo partecipativo che tocchi veramente l’interezza dello spazio europeo.

 Un tale metodo porta anche a ovvie differenze di merito rispetto alla proposta di Convenzione intergovernativa. Non si tratta qui di dare rango costituzionale alle politiche di austerità e controllo di bilancio approvate fino ad ora dall’UE, ma di rimettere in gioco gli assetti fondamentali dell’Unione. Il contenitore si fa dunque ampio, e può essere riempito di tutte le importanti proposte emerse nel corso di questi anni ma orfane di interlocuzione istituzionale e di reale incisività politica. Pensiamo alle discussioni sulla riforma della finanza e del ruolo della Banca Centrale Europea; alle tante proposte di attuazione di politiche sociali e del lavoro, dal sostegno al reddito a un sussidio di disoccupazione su scala europea, dalla protezione del principio di negoziazione collettiva a misure contro il dumping sociale; alle richieste di salvaguardia su scala europea dei beni comuni e dei servizi pubblici contro l’ossessione del mercato sempre e comunque; alle iniziative di investimenti verdi e riconversione industriale, fra tante altre.

 Novembre vedrà l’apertura dell’importante manifestazione Firenze 10+10, che segna il decennale dal primo Forum Sociale Europeo e che con una fortissima partecipazione di reti, movimenti e forze sociali da tutta Europa rappresenta un’occasione concreta di rilancio della mobilitazione su scala continentale. La questione della democrazia sarà centrale, con la speranza che da Firenze possa emergere un forte consenso per l’apertura di un processo costituente per la ridefinizione dello spazio politico europeo. E’ ora di unirsi e di dire che basta così. Che l’Europa non diverrà una pallida imitazione della Cina, condividendone le pratiche tecnocratiche e lo sfruttamento del lavoro. Che l’Europa non imploderà, lasciando dietro a se un tracciato di rimpianti, miseria e macerie pronte ad essere svendute al primo offerente. E questo perché l’Europa ha una grandissima forza, che è la forza di una cittadinanza capace, vigile e indisposta a farsi trascinare nel baratro. Dopo cinque anni sprecati dai governanti che si sono succeduti, è l’ora che il testimone sia passato a questa cittadinanza.  Se l’Europa si fregia di essere fondata sulla democrazia, una sua rifondazione non può che ripartire da lì.

3 settembre 2012

Il sito di European Alternative

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