Foibe e colonizzazione fascista dell’ex Jugoslavia

10 / 2 / 2017

Il 10 Febbraio si celebra “il Giorno del Ricordo”, per commemorare tutte le vittime delle foibe e l’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia dopo la Seconda Guerra Mondiale.  Questa ricorrenza nazionale venne istituita con la legge del 30 Marzo 2004 dal governo Berlusconi e la data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di pace con cui l’Istria e una parte della Venezia Giulia vennero assegnate all’ex Jugoslavia. Tutte le destre e i neofascisti ottennero così la tanto desiderata giornata in cui dare libero sfogo al revisionismo storico e alla riscrittura della storia. In questo articolo cercherò di raccontare la realtà storica sulla vicenda delle foibe, calandola nel contesto politico del regime fascista imposto in Istria durante il ventennio.

Le foibe sono delle cavità carsiche profonde fino a 200 metri, tipiche del paesaggio istriano e della Venezia Giulia. Le vicende delle foibe accaddero in Istria nel periodo settembre-ottobre 1943, dopo la caduta del regime fascista mentre quelle relative al 1945 riguardano Trieste e provincia. Per comprendere ciò che accadde in quelle settimane bisogna prima conoscere il contesto politico e sociale, di cui nel dibattito pubblico italiano si parla raramente. Dopo la Prima Guerra Mondiale, con il trattato di Rapallo, l’Istria, la città di Zara e alcune isole del Cuarnero vennero annesse all’Italia. Qualche anno più tardi la stessa sorte tocco anche a Fiume (Rijeka), tutti territori a maggioranza croata. Con la salita al potere di Mussolini inizia «la caccia allo slavo» e la politica di italianizzazione forzata della popolazione autoctona. Le squadre fasciste in camicia nera bruciano le scuole croate e slovene, distruggono le Case del Popolo, italianizzano i nomi e i cognomi locali dei vivi e persino dei morti nei cimiteri. Decine di villaggi bruciati, centinaia di case date alle fiamme o saccheggiate, pestaggi della popolazione, arresti indiscriminati e torture di ogni tipo. Come conseguenza della violenza fascista, molti croati e sloveni dovettero emigrare nelle Americhe o in Jugoslavia, dove si unirono al Movimento di liberazione nazionale.

L’obiettivo del governo italiano era diretto alla cancellazione dell’identità culturale e linguistica delle popolazioni locali; furono abolite le associazioni e gli enti culturali, sociali e sportivi; si vietò l’insegnamento e l’uso delle lingue croata e slovena nei luoghi pubblici, cessarono di uscire i loro giornali e i libri e cambiò persino la toponomastica stradale. I contadini rimasero senza le terre e le proprietà, espropriate a favore dei coloni italiani. Dal 1927 al 1943 vennero celebrati 978 processi dal Tribunale speciale nei confronti degli antifascisti slavi. Il gerarca fascista Cobolli Gigli scriveva negli opuscoli patriottici che chi fra i croati si ostinava a parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovare sepoltura nella Foiba. Inoltre, in Istria ci sono numerose foibe nelle quali i fascisti, a servizio dei nazisti, gettarono centinaia di persone, dopo averle fucilate o ancora vive.  “Il Piccolo” del 5 Novembre 2001 riporta la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo e abitante dell’Istria. Egli racconta che nel 1940, durante il periodo di lavoro coatto nelle cave di bauxite, vide i fascisti ammazzare centinaia di croati e sloveni che venivano fucilati e gettati nelle foibe perché si rifiutavano di parlare italiano o di italianizzare il proprio cognome. Dalle vicende narrate appare chiaro come il progetto degli infoibamenti si deve ai fascisti e risale agli inizi degli anni Venti. Numerosi furono i campi di concentramento italiani, nei quali vennero rinchiusi più di centomila sloveni, croati, montenegrini e bosniaci sia in territorio italiano che lungo la costa croata dell’Adriatico. Durante i 22 mesi di occupazione italiana del Cuarnero e della Dalmazia furono internati 23 mila civili di cui tremila bambini. Il più grande campo di detenzione era sull’isola di Rab, che contava circa 10 mila persone, di cui ne morirono circa 1500.

Questi sono solo alcuni aspetti della politica colonizzatrice fascista durante l’occupazione dei territori nella ex Jugoslavia. Potremmo citarne molti altri così come potremmo citare le tante atrocità commesse sia prima che durante la guerra. In totale, a guerra finita nel 1945, si possono contare un milione di morti su una popolazione di 15 milioni di abitanti, per mano dei fascisti e dei nazisti nella ex Jugoslavia.  Solo dopo aver chiarito il contesto storico dell’epoca, possiamo iniziare a parlare della vicenda delle foibe. Come per ogni evento storico, anche in questo caso nulla succede senza un motivo e non può essere trattato senza considerare i fatti che lo precedono.

Dopo l’8 Settembre 1943 e la caduta di Mussolini, tutto l’impianto di potere italiano in Istria andò in pezzi. La notizia della capitolazione dell’esercito fascista fece subito il giro della penisola istriana. La popolazione, esausta da vent’anni di soprusi e ingiustizie, assalì le stazioni dei Carabinieri, le caserme e tutte le strutture simbolo del fascismo, impossessandosi delle armi. All’inizio ai fascisti non venne fatto nulla, alcuni soldati italiani si unirono agli insorti, altri vennero disarmati e si incamminarono verso l’Italia. Dopo qualche giorno, però, i fascisti iniziarono a passare le informazioni sui movimenti partigiani ai tedeschi, dando luogo ad arresti e imprigionamenti. In molti casi la popolazione istriana forniva vestiti, ospitalità e indicava le vie di fuga ai soldati italiani che scappavano.  L’insurrezione successiva all’8 Settembre è stata popolare e spontanea, e il Movimento di Liberazione Nazionale guidato da Tito non aveva i mezzi né le possibilità di ripristinare il controllo. I partigiani comunisti si trovarono completamente spiazzati dalla rivolta e non riuscirono ad imporre la propria autorità sugli insorti.

Nelle settimane tra l’armistizio e l’arrivo dei tedeschi ai primi di Ottobre, i rivoltosi arrestarono numerosi italiani ed i loro collaborazionisti nelle città e nei paesi dell’Istria. Nella maggior parte si trattò di fascisti macchiatisi di efferate atrocità in passato. In alcuni casi anche i civili italiani caddero nelle mani degli insorti e non c’è dubbio che nel caos che si era creato ci furono pure le vittime innocenti.  I processi condotti dai tribunali improvvisati furono veloci e superficiali e le fucilazioni numerose. La fretta nell’eseguire le pene capitali era dovuta all’imminente arrivo dei nazisti. Il Movimento partigiano era contrario alle esecuzioni sommarie e pretendeva processi giusti, ma non aveva i mezzi per fermare la sete di vendetta. Ai primi di Ottobre in Istria arrivarono le truppe tedesche che ammazzarono circa 3 mila persone, costringendo gli insorti alla fuga verso il territorio jugoslavo. Nei mesi successivi furono estratti dalle foibe i corpi delle persone giustiziate durante l’insurrezione. Durante la loro avanzata in Istria anche i tedeschi si servirono delle foibe per seppellire i loro morti, a dimostrazione che si trattava di una prassi in uso a tutti gli eserciti.

Pare evidente allora che l’insurrezione del ’43 non fu comandata e gestita dai partigiani di Tito, ma è lo specchio di una popolazione esausta, che ha approfittato del momento di massima debolezza del regime fascista per riprendersi la libertà e certo, in alcuni casi, anche la vendetta. Nessuno vuole negare che siano stati commessi crimini da parte di alcuni gruppi di croati e sloveni (anzi la retorica del negazionismo non ci appartiene, per cultura storica e politica), ma non si può nemmeno accettare che la storia venga utilizzata secondo gli interessi politici di alcuni. Il grande errore dell’Italia è stato il non aver mai parlato dell’ atroce politica colonizzatrice nella ex Jugoslavia e di non aver mai ammesso e chiesto scusa per i crimini del regime fascista. Mentre a Norimberga i criminali nazisti vennero messi alla sbarra, in Italia non si celebrò mai un processo e non ci fu nessun condannato per gli altrettanto gravi fatti commessi in Istria e in Dalmazia. Non è solo una questione di “parte politica”, ma di riconoscere il reale corso degli eventi della storia.

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