Fuga dal pensiero binario

11 / 1 / 2018

Esiste una tendenza alla semplificazione dei discorsi complessi nel nostro Paese, soprattutto attraverso la comunicazione - quella main stream come anche nel “semplice” scambio attraverso i social networks. Sembra che ci sia bisogno del binarismo - 0/1, bianco/nero, pro/contro - per spiegare qualsiasi cosa, come se non vivessimo in una società complessa. Con questo non voglio scadere nell’ignavia, sono assolutamente contraria al non prendere posizione, a non assumersi delle responsabilità. E, credo, ci sia ancora e sempre più bisogno di posizionarsi, e rifuggire l’equidistanza. 

Questo ragionamento potrebbe essere portato su qualsiasi argomento di attualità, su cui la comunicazione tende incessantemente a creare fazioni piuttosto che produrre inchiesta e approfondimento. E la “curva” che grida più forte avrà spazio e pubblico. E dove le contraddizioni e le diversità sono ammesse, analizzate, ragionate e agite in un percorso continuo di crescita e ricerca di consapevolezza bisognerà trovare il “caso eclatante” da sbattere in homepage e da far divenire virale sulle timeline, e scatenare ancora una volta il tifo (vedi Repubblica sul corteo del 25 novembre)

Lo abbiamo visto con un dibattito pubblico e mediatico a seguito della campagna #metoo - in Italia arricchita da #quellavoltache. Da una parte il tentativo di personificare la campagna nella sola figura di Asia Argento, cercando di sminuire sia la sua persona - attraverso uno stereotipo della “vittima” (sopravvissuta) e dell’introduzione di una “morale di comportamento” (cosa che avviene quasi sempre nei confronti di coloro che vengono abusat*) - sia la portata di una campagna che ha affrontato la questione del consenso, dell’abuso di potere e delle molestie, soprattutto in ambito lavorativo, attraverso un # che ha invaso i social di diverse parti del mondo. Dall’altra il richiamo continuo all’idea che esternare, in massa, le proprie esperienze significasse volersi relegare nel ruolo di vittima, inerme e impotente, senza vederne invece il potenziale: riconoscere la violenza, spezzare il silenzio, unirsi in un coro di voci, mostrare solidarietà e vicinanza, stringersi in cordone e scendere in piazza…trasformare il #metoo in un #wetoogether, significa riconoscersi potenti, e necessari* le une agli altri. 

Ovviamente non basta, è necessaria una trasformazione e una lotta quotidiana e continua nell’operare cambiamento, sociale e culturale. Rifuggendo le scorciatoie, spesso metodo di pacificazione e di sostituzione con un “oppressore” più glam - di certo non intenzionato a “ribaltare” il sistema quanto piuttosto a riformarlo. 

E ritorniamo quindi al ragionamento binario, in questi giorni riproposto a partire dal casus belli della variazione del finale della “Carmen” nell’allestimento dell’Opera di Firenze sotto la regia di Leo Muscato. Un finale dove lei uccide il suo oppressore, come messaggio contro il femminicidio.

Chi scrive non crede nell’inviolabilità dell’arte, che anzi deve essere strumento di lettura dei contesti storici e per la comprensione dell’attualità. Arte come veicolo di messaggi potenti, di rivendicazione e di denuncia. Per cui non mi scandalizza la variazione in quanto tale. E la mia conoscenza dell’Opera risiede solo in alcuni anni di studio universitario, attraverso le lezioni di Storia e critica dello Spettacolo, di Scenotecnica e Scenografia - dove era espressamente chiesta la ricerca di una chiave di lettura originale e dirompente che trovasse l’attualità in opere realizzate secoli prima - in altri contesti, per altre denunce. 

Carmen è stata una battaglia personale di Georges Bizet, proprio per il suo finale - così poco adatto all’Opéra-Comique dove debuttò. Una figura di donna dirompente, ribelle e libera. Oltre la morale corrente della società - facilmente trasportabile in altri contesti storici. Figura che si allontanava dalla rappresentazione della donna come “pura”, sottomessa ai voleri di un uomo e per questo portata a soccombere in silenzio o in un ultimo “atto d’amore e di redenzione” per una vita dissoluta. Carmen no, non muore perché pentita del suo comportamento, muore perché rivendica la sua libertà. E lo fa sporcando la scena di realtà.

Carmen mette in scena un femminicidio, e magari sarebbe stato più utile mostrare l’ipocrisia della nostra società su questo tema. 

Il finale dove Carmen uccide Don José è la scorciatoia di cui parlavo sopra, il cambiamento superficiale, che si avvale inoltre del sostegno ipocrita di un sindaco, quello di Firenze, che ricordiamo per le sue dichiarazioni in cui colpevolizzava i comportamenti “libertini” delle giovani a seguito dello stupro di due studentesse americane ad opera di due carabinieri avvenuto proprio nella sua città. 

Quello che mi piacerebbe vedere in questa versione della Carmen - così voluta dal soprintendente del Maggio fiorentino - è cosa succede dopo. Cosa accade alla Carmen contemporanea, che vive in un campo rom alla fine degli anni Settanta, dopo che ha (giustamente) ammazzato il suo abusatore in divisa antisommossa? Come reagisce la società? Si schiera dalla parte della sopravvissuta o da quella della divisa, dello Stato?

Non andare a fondo delle questioni, non mostrarne la complessità, lascia il campo aperto e disponibile a quello che troviamo ora di fronte ai nostri occhi, vomitato sui media e sui social ancora una volta. Da una parte i “puristi” cultori dell’Opera - intoccabile e inviolabile - contro i “progressisti” - parte comunque minoritaria del dibattito. Dall’altra lo sdegno maschilista e machista contro il “buonismo”, il “politically correct”, la “crociata del nuovo puritanesimo che svirilizza l’uomo e distrugge la galanteria” - condito dalla continua negazione dell’esistenza stessa del femminicidio, “perché la violenza è da tutte le parti", un all lives matter nostrano che diviene leitmotiv.

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