Giustizia climatica e affermazione della sovranità planetaria

Introduzione a "Climate Leviathan: a political theory of our planetary future" di Geoff Mann e Joel Wainwright

23 / 5 / 2018

Nonostante gli investimenti nella ricerca, i progressi scientifici e le decine di Summit, i Paesi leader capitalisti non hanno raggiunto i limiti alle emissioni di carbonio previsti dagli accordi di Parigi. Quali saranno le conseguenze politiche ed economiche di questo fallimento più probabili? Quali scenari geopolitici si aprono di fronte al surriscaldamento globale? Per proseguire la lotta per la giustizia climatica occorre conoscere gli attuali equilibri globali e provare a intuire i loro possibili sviluppi. Per la rubrica “Il pensiero alla radice”, pubblichiamo l’introduzione a Climate Leviathan: a political theory of our planetary future di Geoff Mann e Joel Wainwright, tradotta per Globalproject da Anna Clara Basilicò (qui l’originale in inglese). Gli autori hanno inteso fornire una visione radicale delle sfide che l'ordine mondiale impone. Passando in rassegna diverse posizioni, i due autori giungono alla conclusione che il cambiamento climatico avrà inevitabili ripercussioni planetarie sia sull'assetto economico che sull'ordine politico. I governi nazionali lasceranno il posto a una nuova forma di sovranità globale, con un'oligarchia energetica neoliberista a guida della nuova governance. Si tratta di una previsione nefasta, che rende imperativa la costruzione di alternative radicali. Climate Leviathan: a political theory of our planetary future è stato pubblicato da Verso Books nel febbraio 2018 ed è il risultato di alcuni anni di ricerche di Geoff Mann e Joel Wainwright. Mann, professore e direttore del Centre for Global Political Economy alla Simon Fraser University (Burnaby, Canada), si occupa di economia politica e geografia economica, con un focus particolare sulle previsioni di sviluppo dei sistemi di governance occidentali e sui rapporti economico-politici tra Stato e crisi ecologiche. Tra le sue opere ricordiamo In the long run we are all dead: keynesianism, political economy and revolution (London, Verso 2017), The general theory of employment, interest and money: a readers’s companion (London, Verso 2017), Money and finance after the crisis: critical thinking for uncertain times (Oxford, Wiley-Blackwell 2017), Disassembly required: a field guide to actually existing capitalism (Oakland, AK Press 2013) e Our daily bread: wages, workers and the political economy of the American West (Chapel Hill, UNC Press 2007). Joel Wainwright è invece associato alla Ohio State University e le sue ricerche si concentrano sull’economia politica, la teoria sociale e il cambiamento ambientale. Tra i suoi lavori meritano una menzione i volumi Geopiracy: Oxaca, militant empiricism and geographical thought (New York, Palsgrave Macmillan 2012) e Decolonizing development: colonial power and the Maya (Oxford, Blackwell Press 2008).

È possibile concepire rivoluzioni nel nome della giustizia climatica. In caso affermativo, che aspetto avrebbero?

Questo articolo è un estratto dell’introduzione all’ultimo volume di Geoff Mann e Joel Wainwright Climate Leviathan: a political theory of our planetary future.

Immaginiamo che i nostri lettori conoscano già le basi della materia e per evitare inutili iperboli ci asterremo dal fare ricorso a qualsiasi titolo sensazionale che chiami in causa drammatici dati scientifici. Peraltro, al di là di qualsiasi apprezzamento nei confronti del consenso della comunità scientifica sul cambiamento climatico, non è affatto scontato che la letteratura scientifica serva da tramite per raggiungere le trasformazioni politico–economiche necessarie, e sono ancora molti coloro che, pur essendo scienziati, non stanno dalla nostra parte. Le crisi politiche che stiamo affrontando non possono essere risolte semplicemente offrendo la scienza alle masse. Se dei buoni grafici o modelli del clima fossero tutto ciò che serve per parlare di cambiamento climatico, avremmo visto una risposta politica già negli anni Ottanta. La nostra sfida assomiglia più a una crisi dell’immaginario e dell’ideologia; le persone non sono disposte a modificare la propria concezione del mondo solo perché vengono loro presentati dati più aggiornati. Nonostante i più catastrofici segnali, la maggior parte dell’occidente globalizzato continua a cullarsi nella convinzione che le peggiori eventualità – scarsità di cibo e acqua, disordini politici, inondazioni e altre catastrofi naturali – siano ben distanti, sia nel tempo che nello spazio, e che non dovrà mai farne diretta esperienza.

Questa reazione, sebbene eticamente ingiustificabile, è per lo meno comprensibile, dal momento che le conseguenze negative del cambiamento climatico seguono due ritmi diversi, affatto sincronizzati. Da un lato c’è il sottofondo – quasi impercettibile – dell’innalzamento dei mari, accompagnato dal ticchettio crescente dei prezzi del cibo, amplificato, dall’altro lato, dalle batoste occasionali di eventi stocastici. Quando nel 2010 abbiamo iniziato a lavorare a questo libro, l’emisfero boreale stava crogiolandosi nell’estate più calda mai registrata; quando abbiamo finito, nel 2017, quei record, già battuti, venivano costantemente superati, mese dopo mese. Non c’è angolo del mondo che non sia drammaticamente cambiato. Eppure non appena si verifica un evento inatteso – incendi boschivi incontrollati in Russia e Canada, alluvioni in Pakistan e Inghilterra, sbiancamento dei coralli in Australia e Belize, estinzione di specie ovunque – questo viene lavato via e disperso nello sciabordio quotidiano di quello che verrà dopo. Gli eventi più grossi hanno voce propria, le alte frequenze delle emergenze. Ma poiché il rumore di sottofondo è, sostanzialmente, nient’altro se non questa emergenza in forma latente, i toni reali del cambiamento climatico non vengono percepiti in maniera adeguata. Né si tratta di un richiamo al “vero stato di emergenza” di benjaminiana memoria, sul quale ritorneremo nel cap. 8.

Nel frattempo, le guerre in corso per il rifornimento energetico mondiale vengono dichiarate su più fronti. Si prenda in considerazione l’Artico, che concentra tutte le contraddizioni del caso in un’unica regione geografica. Il surriscaldamento globale ha ridotto il ghiaccio polare così rapidamente che possiamo aspettarci l’apertura di un canale navigabile completamente sgelato per il 2030. Invece di scatenare una corsa all’abbandono del carbon fossile, questa terrificante manifestazione dell’emergenza planetaria che viviamo ha provocato una nuova lotta geopolitica – portata avanti da Russia, Cina, Stati Uniti e Canada – per controllare il flusso di risorse, in particolare combustibili fossili, da e attraverso l’emisfero settentrionale. I Paesi-leader capitalisti perciò affrontano i problemi che loro stessi hanno creato peggiorando i problemi stessi.

Alla luce di questa tendenza, è arduo cercare di guardare con serenità al futuro. Il semplice fronteggiare i pericoli cui andiamo incontro può paralizzarci dalla paura. Citando Mike Davis «stando alle prove che abbiamo di fronte, adottare una visione “realista” delle prospettive umane, esattamente come guardare Medusa, ci trasformerebbe semplicemente in pietre». Abbiamo fatto del nostro meglio per zittire quel terrore e abbiamo steso Climate Leviathan per analizzare a fondo gli scenari politico–economici che ci sembra il cambiamento climatico sia più prossimo a provocare.  Il mandato per un simile incarico, con tutti i suoi limiti e il suo lavoro congetturale, ha origine dalle incombenti formazioni politico–economiche, parte affatto trascurabile del nostro pericolo. Prima di ogni cosa, occorre non avere alcun timore nel porre domande scomode.

Anzitutto, consideriamo due tipologie di domande particolarmente scomode. Primo, se il globo deve realizzare l’imponente riduzione di emissioni di diossido di carbonio che noi sappiamo essere necessaria, cosa dovremmo fare? Quali processi politici, quali strategie potrebbero portare al risultato sperato nel modo migliore? In altre parole: possiamo concepire una rivoluzione (o più rivoluzioni) nel nome della giustizia climatica, e se sì, come andrebbero condotte? Secondo: se le emissioni di carbonio non verranno ridotte in maniera adeguata (eventualità che ci sembra altamente probabile, per ragioni che spiegheremo più avanti) e il cambiamento climatico raggiungerà una determinata soglia o un punto critico oltre il quale sarà globalmente impossibile ignorarlo o imporre un’inversione di tendenza, quali saranno gli esiti politico-economici più verosimili? Quali processi, strategie e gruppi sociali riusciranno ad affermarsi come egemonici? Il sistema politico-economico distintivo del mondo moderno – lo Stato-nazione capitalista – riuscirà a sopravvivere a un catastrofico cambiamento climatico? Se sì, come? In quale forma? Esiste una teoria che descriva il modo in cui gli Stati-nazione capitalisti si stanno trasformando sulla base del cambiamento planetario in corso?

Occorre postulare che, al momento, esistono (forse) pochissime risposte a questi interrogativi. La nostra sfida – lo sviluppo di politiche adeguate alla situazione corrente – si rivolge a tutti coloro che si identificano con il movimento globale emergente per elaborare e fornire risposte a questi problemi. Non sarà facile, ovviamente. La formulazione di risposte coerenti non riguarda solo un’attitudine teorica, ma richiede anche il ricorso a forme di lotta politica che sondino le barriere e le prospettive di trasformazione sociale ed ecologica.

In molti stanno analizzando a fondo queste domande. Sono aumentate vertiginosamente sia le borse di studio sul cambiamento climatico che le prospettive di un cambiamento politico, con contributi particolarmente importanti dalla sociologia dell’ambiente, dalla geografia umana, dalle relazioni internazionali. Dato per assodato che il cambiamento climatico è un problema complesso e anti-disciplinare, non sorprende forse che la maggior parte dei lavori più illuminanti in materia di cambiamenti radicali non sia frutto di accademici. Ad esempio il volume Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile di Naomi Klein risponde positivamente alla nostra prima domanda – se sia possibile immaginare una rivoluzione basata sulla giustizia climatica e quali ne sarebbero le caratteristiche – sostenendo che è possibile superare l’impasse della lotta tra capitalismo e cambiamento climatico costruendo un movimento globale che parta da “Blockadia”:

«Blockadia non è un luogo specifico su una cartina, piuttosto una zona di conflitto itinerante  e transnazionale che salta fuori con frequenza e intensità sempre crescenti ovunque ci siano piani estrattivi che prevedano scavi o trivellazioni per miniere a cielo aperto, fratturazioni idrauliche per l’estrazione di gas ad alta pressione o oleodotti per le sabbie bituminose. A unire queste sacche di resistenza sempre più interconnesse è l’ambizione sempre più sfacciata delle compagnie estrattive e petrolifere: il fatto che, nella loro corsa a prodotti ad alto costo e combustibili “non–convenzionali” a rischio ancor più elevato, si stiano incessantemente spingendo verso nuovi spazi incontaminati senza alcuno scrupolo per l’impatto sull’ecologia locale. […] A fare da collante per Blockadia è anche il fatto che le persone in prima linea – che organizzano incontri locali, protestano nelle capitali e vengono arrestati e spinti sulle camionette della polizia, arrivando a mettere i propri corpi tra le ruspe e la terra – non assomigliano molto ai tipici attivisti, né quelle che fanno riferimento a un gruppo locale assomigliano a quanti fanno parte di un altro. Piuttosto, hanno l’aspetto dei luoghi che abitano, assomigliano alle persone comuni: proprietari di botteghe, professori universitari, studenti delle scuole superiori, nonne… […] La resistenza alle extreme extraction ad alto rischio sta costruendo una rete globale, un movimento di massa […] guidato dal desiderio di una più vera forma di democrazia che conferisca alle comunità un reale controllo sulle risorse da cui maggiormente dipende la nostra sopravvivenza collettiva – la qualità dell’acqua, dell’aria e della terra. Nel frattempo, queste resistenze locali stanno ponendo dei freni ai crimini ambientali in corso. Vedendo i risultati, così come il fallimento dell’ambientalismo dall’alto verso il basso, parecchi giovani preoccupati ed impegnati sul fronte del cambiamento climatico stanno evitando le sponde scivolose dei gruppi ambientalisti e dei grandi summit delle Nazioni Unite. Di contro, si stanno radunando sulle barricate di Blockadia».

 

Sebbene non concordiamo con tutto quello che è stato scritto in Una rivoluzione ci salverà (non siamo persuasi dell’approccio della Klein al capitalismo e alla sua storia), avvalliamo completamente questa visione utopica di un movimento che prenda le mosse da Blockadia, che ribalti l’energia combustibile e l’economia politica neoliberista nel nome di un nuovo legame tra comunità e ambiente. La visione della Klein di politiche prefigurative – la revisione della democrazia attraverso l’azione collettiva del mettere i nostri «corpi tra le ruspe e la terra» – fornisce una risposta vibrante e persuasiva alla domanda su come una rivoluzione per la giustizia climatica apparirebbe. È per eccellenti motivi, quindi, che la Klein è stata sotto i riflettori del movimento internazionale per la giustizia climatica.

Un’altra corrente critica propugna una visione più pessimista delle prospettive di trasformazione sociale ed ecologica. In forte contrasto con la Klein, il filosofo Dale Jamieson sostiene che la finestra temporale per cambiamenti dovuti al movimento Blockadia si sia già chiusa; il mondo è inevitabilmente destinato al cambiamento climatico. Se intendiamo suscitare una risposta etica all’Antropocene – continua – dobbiamo imparare ad accettare la dimensione storica che viviamo, che si colloca alla fine del periodo in cui la scienza climatica ha provocato una riflessione che avrebbe potuto portare a un drastico cambiamento politico ed economico, senza però riuscirvi.

«Nel 1992 la più grande assemblea di capi di Stato mai riunita si incontrò al Rio Earth Summit e più di 17.000 persone parteciparono al forum collaterale delle ONG. Questo segnò l’inizio di un movimento ecologista realmente globale […] Il sogno del Rio era che i Paesi del Nord e del Sud del mondo potessero coordinare gli sforzi per proteggere ovunque l’ambiente e risollevare i poveri del mondo. Dopo circa vent’anni di lotte, la Conferenza sul Cambiamento Climatico di Copenhagen (COP15) del 2009 chiarì che il sogno del Rio era finito. La speranza che le persone di tutto il mondo avrebbero risolto i problemi climatici attraverso una trasformazione di valori globali era giunta al suo epilogo. Quello che voglio capire è cos’è successo in questi anni, cosa ci ha portato dove siamo oggi. Nella comprensione di questo processo risiede la chiave per la sopravvivenza nel futuro».

 

La forza dell’argomentazione di Jamieson è il suo risoluto realismo. Mette tra parentesi il dibattito aperto sulle significative misure di contenimento (riduzione delle emissioni che potrebbero evitare catastrofi) ancora possibili; di contro, si sforza di capire perché abbiamo fallito. La sua spiegazione si concentra su alcuni nodi cruciali: la difficoltà di divulgare la complessità della scienza climatica per le implicazioni politiche ed economiche; la mancanza di attenzione al problema da parte degli Stati Uniti; il fallimento da parte della successiva amministrazione USA per raggiungere un accordo internazionale e via di seguito. Tuttavia il suo profilo sembra mancare di alcuni elementi che a noi appaiono fondamentali. Non propone alcuna analisi del capitalismo o del suo rapporto con la natura. Sebbene in alcuni punti chiave dei suo ragionamento prenda le mosse dal concetto di “ideologia”, l’analisi della sostanza ideologica nel cambiamento climatico è superficiale. Se il suo puntualissimo capitolo storico è steso in termini ampiamente persuasivi, ci sembra riduttivo iniziare la narrazione dal XIX secolo, con lo sviluppo della scienza climatica. Sebbene il genere umano abbia cominciato a concepire il cambiamento climatico solo alla fine dell’Ottocento, ha iniziato a provocarlo molto prima. Per afferrare le radici filosofiche della difficile situazione delle politiche climatiche, occorre scavare più in profondità.

Il libro di Roy Scranton, Learning to die in the Anthropocene, fornisce un’altra versione della mancata risposta ai cambiamenti climatici, che spinge la narrazione molto indietro fino alle origini della “civiltà occidentale”. È un manifesto vibrante per tutti coloro che credono che la “civiltà” sia condannata

«[Noi] abbiamo fallito nel prevenire un livello di surriscaldamento globale ingovernabile e […] la civiltà capitalista mondiale come la conosciamo è già finita. […] L’umanità può sopravvivere e adattarsi al nuovo dominio dell’Antropocene solo se accettiamo i limiti umani e la precarietà esistenziale come verità ontologiche e lavoriamo per coltivare la varietà e la ricchezza della nostra eredità culturale collettiva. Imparare a morire come individui significa mettere da parte le nostre predisposizioni e la nostra paura. Imparare a morire come civiltà significa mettere da parte questo particolare stile di vita e le sue idee di identità, libertà, successo e progresso».

 

Di fronte a tutte le sfide del mondo, possiamo essere grati per l’impulso di “mettere da parte” un intero stile di vita. Ma l’invito di Scranton a “imparare a morire” non fornisce alcuna direzione politica, solo misantropia. In un momento in cui la Sinistra ha ovunque bisogno di reinventare dei mezzi per vivere insieme, non possiamo accettare la morte delle nostre ambizioni. Per quanto sia condivisibile l’idea che il cambiamento climatico intensificherà le sfide del neoliberismo, Scranton si sbaglia quando sostiene che nessuno abbia risposte reali e che «il problema siamo noi». La crisi che si prospetta non è «ingovernabile»; è già qui, già gestita (per quanto male) dal capitalismo. In realtà, la “governabilità” della crisi è parte del problema che stiamo fronteggiando. Per affrontarlo, non dobbiamo imparare a morire, piuttosto a riflettere, vivere e ribellarci. Inoltre, il problema è difficilmente un astratto “noi”, come se il carattere catastrofico fosse stato iscritto nella natura umana. Il problema è ampiamente associato e associabile a una minoranza specifica di questo “noi” e al modo in cui la “civiltà” di questa minoranza ha determinato il destino del mondo intero. Invece di accettare che la “civiltà” sia morta, abbiamo bisogno di combattere per crearne una che sia realmente civilizzata.

Al centro di tutti questi contributi, e molti altri ve ne sono in letteratura – troppi per essere passati in rassegna qui – vi sono argomentazioni correlate alla storia e alla natura: come dovremmo studiare la storia e imparare la lezione? Qualsiasi speranza di superare la crisi planetaria richiede anzitutto che questa crisi venga compresa e questo sforzo dev’essere consapevolmente storicista, deve cioè analizzare questa crisi in un dato momento storico per capire, nei limiti del possibile, le forze che hanno contribuito a darle forma. La politica mai risolta dell’interpretazione storica è ulteriormente complicata dalla questione della natura, dell’umano e del non-umano. A cosa può o dovrebbe ambire la vita umana? Quanto indietro dovremmo spingerci nel tentativo di ricostruire la storia del cambiamento climatico?

In molti, tra cui la Klein, fanno risalire la crisi all’incapacità di far fronte al cambiamento climatico negli anni Settanta. Jamieson si concentra sulla scienza del cambiamento climatico e sul suo incontro con l’élite politica neoliberista, risalendo agli ultimi decenni del diciannovesimo secolo. La cosiddetta letteratura “eco-marxista” consente di apprezzare più in profondità la traiettoria storica. Una delle lezioni che insegna è che la storia naturale ha subito una brusca virata nel Settecento in Inghilterra, quando si è aperta una frattura metabolica tra la città e la campagna, la società (le masse) e la natura (il corso materiale della Terra). Alcuni dei lavori più puntuali analizzano anche il versante politico di questi processi, teorizzando l’emergere degli Stati-nazione capitalismo moderni come rilevante nella storia naturale del pianeta Terra. Questi studi forniscono le direttive per una ricostruzione critica della storia naturale circa la crisi planetaria; il nostro intende ipotizzare le sue probabili conseguenze politiche.

Per chiarire: anche noi prendiamo l’analisi di Marx del capitalismo come fondamentale, e l’eco-marxismo come un contributo decisivo, ma queste letture impongono anche alcune barriere al nostro progetto. Troppo spesso pongono in maniera semplicistica gli inevitabili “limiti naturali” della tendenza capitalista all’accumulazione come base per le analisi politiche – la cosiddetta “seconda contraddizione” del capitale (essendo la prima quella tra forze produttive e rapporti di produzione). I tratti distintivi, complessi del cambiamento climatico come problema politico – si vedano la centralità della scienza nella diagnostica del futuro, la discontinuità spaziale tra cause ed effetti, la cronologia paradossale di un “domani” che dovrebbe essere affrontato già oggi – non possono tuttavia trovare spiegazione o soluzione con un’analisi limitata alla critica di Marx al capitalismo. Persino i suoi critici devono infatti riconoscere il dinamismo e la resistenza come caratteristiche intrinseche del capitalismo, capace di rinviare una lunga serie di supposte “crisi inevitabili” ben oltre le scadenze immanenti spesso paventate. A quanto ne sappiamo, nessun eco-marxista ha delineato una teoria delle probabili conseguenze politiche che il cambiamento climatico comporterà. In alcuni lavori l’annosa questione del risvolto politico è stata completamente evasa, eccezion fatta per l’insistenza sulla necessità di superare il capitalismo. Ma cosa succederà se così non fosse?

Sarà utile iniziare a preparare il terreno per la nostra struttura teoretica identificando quattro proposizioni centrali a partire da quali abbiamo sviluppato i nostri argomenti:

 

1. Non esiste una base legittima per discutere il cambiamento climatico in quanto tale. Il clima sta cambiando a causa degli interventi antropogenici sulla composizione chimica dell’atmosfera. Le informazioni che possediamo su queste modifiche, estratte dalla ricerca scientifica, sono cruciali per regolare la nostra comprensione del futuro, pertanto dovremmo sostenere ulteriori analisi scientifiche. Allo stesso tempo tuttavia dobbiamo essere prudenti e non riporre eccessive aspettative politiche sulla scienza.

2. Le conseguenze catastrofiche e spesso fatali del rapido cambiamento climatico risultano particolarmente drammatiche per i contesti (umani e non-umani) relativamente deboli e marginalizzati. Un’analisi politica o etica si rende quindi estremamente urgente.

Gli autori fin qui citati concordano all’unanimità su questi primi due punti. Più significative discrepanze riguardano invece i punti 3 e 4.

 

3. Le condizioni politico-ecologiche entro cui vengono (e verranno) prese decisioni riguardanti il cambiamento climatico rientrano sostanzialmente in un paradigma di incertezza e paura; non esistono in realtà “decisioni” climatiche, ma solo reazioni. L’umanità potrebbe o meno avere il tempo di ridurre drasticamente le emissioni di carbonio e, di conseguenza, di rallentare il cambiamento climatico. Stante la complessità del sistema climatico globale, tuttavia, sono effetti che potranno essere riconosciuti solo retrospettivamente. Pur assumendo che potremmo non aver ancora superato il punto in cui un rapido cambiamento climatico sia inevitabile, esistono comunque, come avremo modo di esporre, forti ragioni economico-politiche per credere che non faremo in modo di evitare questo destino. In altre parole, condividiamo con Jamieson e Scranton – nonché con altri, come Alyssa Battistoni e Andreas Malm – l’idea della necessità di un’analisi che anticipi (pur continuando a contrastarlo) un rapido surriscaldamento globale.

4. Le élites sociali transnazionali che presiedono gli Stati-nazione capitalisti sicuramente vorrebbero moderare i cambiamenti climatici e adattarvisi – non meno che stabilizzare le condizioni che garantiscono i lori privilegi. Tuttavia, finora, hanno fallito nel fornire una risposta comune. Pertanto il cambiamento climatico pone sfide dirette e indirette alle loro egemonie, ai processi di accumulazione e alle strategie di governo. Alla luce di ciò, dobbiamo aspettarci che tali élites si sforzeranno di coordinare le proprie reazioni, il tutto continuando a navigare in distese oceaniche di incertezza e incredulità.

 

Sia che Mike Davis abbia ragione sia che sia nel torto quando afferma che «i crescenti disordini ambientali e socio-economici potrebbero semplicemente spingere le élites pubbliche verso tentativi più frenetici di isolarsi dal resto dell’umanità», è necessario considerare i mezzi grazie ai quali tale potere potrebbe essere esercitato. E bisogna pensare a queste possibilità andando oltre le sempre più comuni narrazioni del “collasso”. Prevedere il destino, per quanto giustificato possa alle volte apparire. nella speranza che la semplice paura ci aiuterà a trovare un’uscita di emergenza non è sufficiente. Solamente un’analisi delle forze politiche responsabili del potenziale collasso e dei modi in cui tali forze potrebbero esse stesse venir trasformate da queste circostanze potranno condurre alla comprensione delle “relazioni di forza” emergenti. Relazioni che assumeranno un numero limitato di forme. Esaminarne le possibilità è quanto mai prioritario, se vogliamo produrre un’effettiva contromossa.

A questo scopo, Climate Leviathan elabora una cornice entro cui calcolare il ventaglio di possibilità politiche prendendo in considerazione le rispettive risorse teoretiche, le classi sociali alla base, le contraddizioni etc. Il nostro obiettivo è di cogliere come il mondo stia reagendo di fronte a una serie di circostanze necessarie, che altro non sono se non il prodotto di una contingenza. Questa “necessità” non ha assolutamente nulla a che vedere con le inviolabili leggi dello divenire storico, né va intesa come “inevitabilità”. Si tratta piuttosto di una “necessità” in pura accezione hegeliana, che descrive le condizioni, le dinamiche, le qualità e le forze che hanno reso questa congiuntura così come appare, e non altrimenti. La logica immanente di una sovranità planetaria, che sia o meno destinata a compimento, è già all’opera, sta già plasmando il nostro mondo. La necessità del mondo precario in cui viviamo non è basata su quello che la natura ha creato, ma origina nei fattori decisivi di quella che Nicos Poulantzas ha definito “situazione attuale”. Occorre discutere lo stato del pianeta,  il modo in cui agiscono i diversi poteri, quali siano le nostre opportunità politiche etc. Dobbiamo tuttavia anche considerare tali conclusioni, per quanto abbozzate e parziali, come la descrizione della condizione necessaria in cui viviamo, e allora sforzarci di anticipare le conclusioni che queste portano con sé. Tradotto in termini metodologici, abbiamo optato per un’analisi congiunturale, non teleologica, descrivendo la varietà di forze sociali esistenti e di percorsi lungo i quali è più probabile  che queste si dispieghino. Un’analisi di questo tipo è intrinsecamente limitata, eppure necessaria se intendiamo ricercare un nuovo assetto politico ed ecologico.

Per condurre questo progetto, abbiamo attinto da due vastissime tradizioni filosofiche. In prima battuta, abbiamo esteso la critica all’economia politica – estratta soprattutto da Marx, Gramsci e Poulantzas – per esaminare le possibili reazioni delle società neoliberiste (nonché dei loro Stati) alla sfida del cambiamento climatico globale. A questo scopo, abbiamo presentato una puntuale spiegazione del capitale come forma di organizzazione sociale e naturale e abbiamo esaminato il modo in cui tale prerogativa contribuisce a formare il concetto di “adattamento” nell’immaginario borghese. Il che non significa affatto dimostrare che le società capitaliste non possono adattarsi al cambiamento climatico – lo stanno già facendo. Piuttosto, sosteniamo che l’impulso a tutelare relazioni sociali capitaliste condurranno inevitabilmente il mondo verso un “clima-Leviatano”, vale a dire verso un progetto di adattamento che consenta alle élites neoliberiste di stabilizzare la propria posizione nel mezzo di una crisi planetaria. Uno scenario di questo tipo riteniamo implichi uno slittamento nella natura e nella forma di sovranità: la probabile nascita di una sovranità globale, stabilita da uno stato d’eccezione proclamato per preservare la vita sulla Terra. Non intendiamo suggerire che questa forma di sovranità sarà caratterizzata dal ruolo pseudo-monarchico di una singola persona, ciò nondimeno riconosciamo – come, stando a quanto suggeriscono alcuni, riconobbero lo stesso Hobbes e addirittura Carl Schmitt, almeno dopo il 1932 – che sarà quasi sicuramente esercitata da una coalizione di poteri atta a “salvare il pianeta” e a stabilire le misure necessarie, nonché cosa o chi dovrà essere sacrificato per preservare la vita sulla Terra.

L’elaborazione di questi concetti richiede un impegno critico, quando non selettivo, con le teorie della sovranità da Hobbes in poi. La nostra linea guida è la convinzione che solamente una teoria capace di esaminare radicalmente il capitalismo e la sovranità porti con sé la speranza di farci orientare. Se vogliamo essere in grado di praticare una giustizia climatica rivoluzionaria, allora abbiamo bisogno di una consapevolezza più profonda di quell’essere, quella politica, quel mondo per il quale agiamo. La lotta per la giustizia climatica avrà bisogno di una critica severa alle false soluzione, ma anche di molto di più. Perciò, concludiamo offrendo la nostra prognosi per il cambiamento, legittimati dalla convinzione che sia possibile immaginare un’adeguata risposta al cambiamento climatico solo in un mondo che ha insieme sconfitto il nascente clima-Leviatano e la sua sovranità globale trascendendo il modello capitalista. Nel capitolo 7 immaginiamo una strategia politica rivoluzionaria, un possibile mezzo attraverso il quale vanificare le reazioni dell’élite che – onde evitare di lasciar intendere che sia già noto o determinato – chiameremo “Clima X”.

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