Gallery

Migliaia di fasce tricolori manifestano al Senato

I sindaci a Roma contro la "spending review": anche i più moderati s'incazzano.

Potenzialità, contraddizioni e limiti di una protesta che non aspetta l'autunno.

25 / 7 / 2012

L'Italia è un paese davvero strano. Sotto il nome di "spending review" siamo di fronte ad una vera e propria manovra finanziaria, all'insegna delle politiche di "austerità" e "rigore" dettate dalla governance europea, fatta in sostanza di tagli pesantissimi e lineari alla spesa pubblica, con un attacco diretto al welfare (sanità in particolare), al trasporto pubblico locale e al lavoro nella pubblica amministrazione. Un ulteriore sacrificio umano, un tributo di sangue al Dio Spread: le risorse così recuperate, infatti, al prezzo di interventi drastici sui servizi offerti ai cittadini e sui diritti del lavoro, con i tassi d'interesse in crescita, servono soltanto a drenare ulteriore ricchezza verso gli speculatori detentori dei titoli di debito pubblico dello Stato italiano, a bruciare miliardi di euro per alimentare, in una spirale senza fine, i mercati finanziari globali.

E a mobilitarsi contro il nuovo attacco del governo dei sedicenti "tecnici", non sono, come accade invece nel resto dell'Europa mediterranea, le organizzazioni sindacali che dalle nostre parti hanno già ingoiato la cosiddetta "riforma del mercato del lavoro". A scendere in piazza a Roma, martedì 24 luglio, sono stati per il momento solo gli amministratori locali: qualche migliaio di sindaci infatti si è radunato a pochi metri dal Senato, dove il decreto sulla "spending review" è in queste ore in discussione. Con lo slogan "NO alla tagling review" hanno riempito di fasce tricolori piazza Sant'Andrea in Lucina, contestando con rabbiosa determinazione la nuova ondata di riduzioni dei trasferimenti statali agli enti locali, che, dopo le bastonate del Patto di Stabilità e dell'Imu, costringerebbe di fatto all'impotenza i Comuni.

Una protesta non priva di contraddizioni: quelle storiche dell'ANCI (l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), carrozzone consociativo e lottizzato, condizionato dalle appartenenze di partito più che orientato alla difesa delle prerogative dell'autogoverno locale. E quelle di sindaci che alzano la voce col governo centrale, ma a casa loro si dimostrano ben "più realisti del Re": figure come quella di Fassino che, noncurante della sentenza della Corte costituzionale sulla gestione dei servizi pubblici locali, sta promuovendo la svendita delle aziende pubbliche e la privatizzazione di beni comuni e servizi sociali nella città di Torino; o come Alemanno, clamorosamente sbugiardato dal Consiglio di Stato, nel suo arrogante tentativo di regalare alla famiglia Caltagirone addirittura la gestione del servizio idrico nella Capitale. Quelle, più in generale, di una protesta di amministratori che, se non riuscirà a saldarsi, cedendo anche un po' della propria locale sovranità, ad una più larga domanda di partecipazione diretta dei cittadini e di cambiamento radicale di modello economico e sociale, resterà esercizio inconcludente (come negli ultimi anni è sempre stato) di una pressione lobbistica, che mai si pone il problema di produrre reali rotture nelle compatibilità date.

Al di là di questi nodi strutturali, resta da dire che il governo Monti ce la sta mettendo tutta per far incazzare anche questi moderatissimi sindaci. Basti leggere i commenti imbufaliti di quanti hanno partecipato all'incontro con la delegazione governativa guidata dal ministro Piero Giarda, sorda alle ragionevoli richieste degli amministratori. Per il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell'ANCI, Graziano Del Rio "se non verranno accolti i nostri emendamenti si aprirà un conflitto gravissimo istituzionale perché ci sono forze politiche hanno detto di condividere la nostra impostazione". Ancora: "C'era stata presentata una manovra che doveva tagliare gli sprechi e abbiamo dato la massima collaborazione e abbiamo proposto delle misure". Invece si sta realizzando "una riduzione dei trasferimenti che è totalmente inaccettabile". Infine l'auspicio: "Spero che Monti se ne renda conto e che proponga una coerenza rispetto a quello che c'era stato annunciato". Chi visse sperando, si suol dire ...

Per il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni "siamo una parte essenziale della Repubblica e non uffici periferici dello Stato. La spending non può essere un provvedimento calato dall'alto, magari costruito su tabelle artificiose e imprecise che certo non fotografano la situazione reale dei Comuni e le esigenze delle comunità. Come quelle pubblicate sulle spese per consulenze a Venezia: quelle spese sono gli stipendi dei nostri assistenti sociali e dei mediatori culturali che tengono in piedi il tessuto sociale del nostro territorio. I Comuni non sono il luogo dello spreco. Questa di oggi non è una protesta cieca, siamo qui perché vogliamo collaborare per il bene della Repubblica, per dire no ad una manovra che ci fa esattori per conto dello Stato. Siamo qui – ha concluso Orsoni - per dire no ad un metodo sbagliato: gli enti locali non possono essere considerati dei bancomat, il risparmio dello Stato deve passare attraverso un metodo diverso da quello che ci stanno imponendo e che dobbiamo essere pronti a contrastare".

Potenzialità, contraddizioni e limiti di un conflitto, aperto e reale, in cui sono in gioco i diritti sociali e le condizioni di vita degli abitanti delle nostre città, le condizioni stesse della convivenza urbana, e che non può certo aspettare le scadenze dell'autunno.

Bookmark and Share