Dal concorso per le facoltà di medicina agli operai dell'Alcoa.

Il lavoro rende poveri

di Andrea Salvo Rossi*

5 / 9 / 2012

Ottantamila persone oggi si sono sfidate per ottenere uno degli agognati 11000 posti delle prestigiose facoltà di medicina. Seguiranno gli aspiranti a camici di vario tipo (odontotecnici, ostetrici, dietologi), psicologi, biotecnologi, sociologi.

Alcuni operai salgono su un silo di 70 metri per protestare contro la chiusura dell’Alcoa.

Due notizie di oggi che paiono parlare di mondi diversi, di temporalità diverse (residui del ’900 operaio, capolino della nuova intellettualità che avanza).

Ce ne aggiungo una terza. Monti, a seguito di un incontro con Hollande, invoca la centralità del tema dell’occupazione e dell’importanza che assumono, in questa fase, gli sforzi dei sindacati e delle imprese. Negoziazione di un nuovo patto sociale che ridiscuta i livelli salariali, di flessibilità e di costi per le imprese.

Si inizia a delineare un filo rosso, una connessione. Queste tre storie ci parlano della possibilità che il lavoro ha di diventare un prodotto di lusso. Il lavoro non inteso come forza di produzione, ma intesa come aleatoria possibilità che un giorno, forse, si lavori. Agli studenti che pagano le tasse d’iscrizione ai test di ammissione (parliamo di qualche milioncino di euro l’anno, per gradire) così come, ad esempio, agli operai di Taranto cui si chiede di continuare a lavorare nonostante la tossicità comprovata degli impianti, si vendono barlumi di futuro, stock di speranze, la possibilità di guadagnarsi un posto nel mondo.

Il 60% degli studenti che provano i test di ammissione, ne provano più d’uno, per il terrore di non essere presi alla prima tornata (a Napoli, tendenzialmente, si prova accanto a Medicina almeno Biotecnologie e Farmacia). A questa spesa si aggiunge quella dei libri per le simulazioni faidaté, magari quella di qualche corso preparatorio privato, anche se, per la stagione 2012, va peggio al minatore che per farsi ascoltare deve raschiarsi con una lametta, a quello che scende ad una profondità tale da risultare tossica, a chi tifa per la diossina.

Questo business della paura è lo stesso che acchiappa gruppi di disperati e li spinge ad iscriversi ad un corso per diventare baristi, un corso per diventare tecnici del suono, un corso per diventare baby-sitter, un corso per diventare animatori nei villaggi (costo 300 euro, i più simpatici vengono scelti, a dirlo non ci si crede). Per non parlare dei corsi privati di lingue (le si accumula come i punti del latte e intanto si fanno rituali voodoo contro l’esperanto che manderebbe tutti a casa), i corsi privati di informatica. E, ironia della sorte, se non te li puoi permettere magari passi per un po’ di lavoro nero, così da lavorare per pagarti una cosa che non ti farà lavorare. Triplo salto mortale lavorista in cui, alla fine, sei al punto di partenza con meno soldi di prima, senza passare dal via. Il terrorismo  meritocratico vende esigue possibilità.

Il colpo d’occhio di tutte le cose a cui puoi rinunciare pur di lavorare (la pausa pranzo, il finesettimana, le ferie, la pensione, la salute) e di tutte le cose che potresti fare pur di lavorare (tirocini non solo non pagati, ma a pagamento, un po’ di gavetta gratuita che serve per farsi notare, un dottorato senza borsa con pagamento di tasse e senza rimborso spese, corsi allucinanti per quanto costano e per quanto poco impiegano) serve a dirti una sola cosa: non hai fatto abbastanza dunque se sei un morto di fame è solo colpa tua.

Una sorta di horror-capitalism in cui si comprano paura e disperazione e si vendono illusioni e speranze. Perché la verità vera, poi, è che lavoro non ce n’è e ce ne sarà sempre di meno. Che per quanto siamo sfruttabili, c’è qualcuno fuori dall’eurozona che è più sfruttabile di noi. E che, ancora, il capitalismo italiano non spende un’euro in ricerca ed innovazione, di modo che restiamo invischiati in una società della conoscenza più enunciata che realizzata (e forse si aprirebbe una pista per discutere di alcuni verdetti del capitalismo cognitivo).

L’idea poi, vetero-paradossale, che questo stato di disperazione si risolva passando per un piano industriale (finanche immaginandosi una sorta di stato Leviatano che si faccia megacapitalista, aquistando le industrie che chiudono e aprendone di nuove) è segno di una certa tendenza allo storicismo isterico per cui, la dico con una battuta, la rivoluzione si fa solo passando per il proletariato (un po’ di piani quinquennali per arrivare al comunismo). Mettiamo sì una bella società industriale di quelle d’una volta, così possiamo distruggerla. Ugual sorte mi pare tocchi agli alfieri del biocapitalismo che, in una sorta di tic ermeneutico, hanno stabilito ineluttabilmente che – dopo la società industriale – c’è inevitabilmente quella della cooperazione sociale catturata dalla rendita capitalistica. Nella desolante recessione che si abbatte sulle PMI italiane (settore manifatturiero ancora più giù dell’anno scorso), dove pure pareva che la reticolarità specifica dei distretti industriali desse una qualche centralità al paradigma “metropolitano” della conoscenza diffusa e della messa a valore della vita, non mi riesce di capire dove si starebbe realizzando la Comune che verrà.

Forse sarebbe il caso di piantarla con l’idea che dobbiamo giustificare, nel linguaggio dell’avversario, il claim di diritti (“Chiediamo welfare perché siamo noi a lavorare/ chiediamo welfare perché è la società tutta a produrre valore”). Forse la creazione di altre forme di vita, cooperative e non competitive, non deve passare necessariamente per la legittimazione metafisica e, alla mestizia di un’excusatio non petita, sarebbe il caso di opporre una gioiosa volontà di potenza che si ripiglia il mondo perché ne gode, genuinamente. Lo step vertenziale, al ribasso (“fateci lavorare, costi quel che costi”) è drammatico nel suo essere sintomo, ma non produttivo, non costituente. Forse per fare la rivoluzione si potrebbe iniziare con smetterla di chiedere scusa perché si considera l’idea.

* D.A.D.A.- Napoli

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