Il reddito nella società della prestazione

L'intervento di Anna Simone al dibattito "Reddito oltre il lavoro" (Sherwood Festival, 18 giugno 2018)

23 / 6 / 2018

Tenere insieme i piani (lavoro/non lavoro, reddito e femminismo) è facile, ma anche difficile. Faccio presente che quando noi abbiamo scritto La società della prestazione eravamo nel pieno del renzismo e pensavamo che esso riuscisse ad interpretare nel migliore dei modi quella che possiamo definire come “l’antropologia neoliberale”. Mi riferisco a tutta quella retorica  divenuta pratica, realtà politica: il governo della BCE, la religione dell’imprenditore di se stesso, insomma tutte quelle dinamiche che, assumendo l’impostazione dei cosiddetti detti Chicago Boys (Milton Friedman e Von Hayek) hanno dato la possibilità al mercato di ergersi ad un’unica ragione del mondo, come scrivono Dardot e Laval. 

Il neoliberismo, infatti,  ad un certo punto, è diventato una vera e propria antropologia perché da un lato ha costruito un nuovo soggetto, dall’altro lato ha fatto in modo che l’asimmetria tra il sistema politico, economico, culturale, sociale, rispetto al comando del mercato, diventasse immensa, generando una gerarchia tra poteri di tipo antropofagico. Nel senso che il mercato ha determinato e determina tutti gli altri sistemi, anche e soprattutto quello politico. Lo sappiamo tutti: oggi è il mercato che definisce le linee del politico, ma anche le forme di organizzazione delle istituzioni e del lavoro attraverso la gestione delle risorse umane. Il capitale umano e la sua gestione sono oggi la nuova forma di organizzazione del lavoro che si struttura attraverso il management  – management aziendale ma anche management del sé- in un tessuto sociale che possiamo definire come scomposizione del demos, del popolo che fa di un uno, l’uno. Individualismo sociale e  quello stesso uno che poi  va a votare sulle piattaforme grilline, sentendosi protagonista. 

Quando abbiamo scritto La società della prestazione eravamo nel pieno del renzismo, adesso possiamo dire che siamo in una situazione in cui il renzismo cerca di essere ridimensionato, ma da forze politiche reazionarie che, dal mio punto di vista, verranno paradossalmente  stroncate dalla stessa troika, oltre che dalla Corte Costituzionale. Infatti credo sia impossibile che loro riescano a fare davvero tutto quello che pensano di poter fare in un contesto politico come il presente, così determinato dal mercato e dalle nuove regole dell’UE, anche sotto il profilo giuridico. Ma non voglio parlare di cosa sarà questo governo. Proverò, invece, a delineare quelli che per noi sono stati e sono gli elementi che ci hanno indotto a pensare alla società contemporanea, come ad una società della prestazione; poi arrivo al reddito e anche all’apporto femminista al concetto di lavoro e di reddito stesso.

La prima cosa che mi viene da dire, e che noi abbiamo appurato, è che le cosiddette società del rischio sulle quali  è stato scritto molto per denotare fondamentalmente il processo di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro nei processi di globalizzazione, soprattutto dopo la crisi economica cominciata nel 2007, hanno dimostrato di non poter essere gestibili. Ulrich Beck alla fine degli anni Novanta, in Società del rischio, a pagina 153 scriveva che se non si fossero trovate nuove regole, nuovi diritti e nuovo welfare, per contenere il rischio nel capitalismo globale dell’epoca, saremmo finiti nella società della prestazione. Anche Marcuse in Eros e civiltà, quando studiava e delineava i modelli della società dei consumi e del benessere degli anni Sessanta diceva chese non si fossero trovate adeguate formule per ridimensionare la costruzione del soggetto consumatore nella società del benessere, saremmo finiti nella società della prestazione. 

Ecco, siamo finiti nella società della prestazione, evocata ma mai raccontata davvero. Il termine prestazione in inglese lo si usa anche per definire il concetto di performance; performance e prestazione sono nella lingua inglese praticamente la stessa cosa, e siccome il neoliberismo viene dalla lingua inglese –ma anche da tutti i modelli di promozione del management, dalla scuola  Mckinsey di Londra  che forma tutto il top management su scala transnazionale – abbiamo cercato di capire come tutto questo fosse stato interiorizzato dai lavoratori, dai soggetti messi al lavoro, in forme positive o negative. Faccio solo un esempio per capirci: io mi sono studiata tutti i format dei programmi delle scuole di formazione della  pubblica amministrazione e mi sono accorta che il modulo “mansione” è stato sostituito con il modulo “aspettativa di performance”. 

Questa idea secondo cui la nostra vita messa a lavoro è un atto performativo h 24, per cui noi dobbiamo continuamente rispondere al principio di concorrenza e al processo di individualizzazione è una grande novità di cui farci carico. Le reti sociali si sono via via dismesse all’interno di questo processo generale, ma non solo. Questo mutamento paradigmatico di scala genera anche una sorta di “variabile psichica” del soggetto lavoratore e consumatore. Cioè un’interiorizzazione da parte del soggetto di una serie di sintomi che vanno dall’ansia da prestazione alla depressione, e questo lo dicono i dati dell’OMS. Faccio un altro esempio concreto: la vendita degli psicofarmaci ha raggiunto dei livelli incredibili, in Italia come in Francia. Addirittura in Francia te li prescrive il medico generico e te li vai a comprare come fosse l’oki o qualsiasi altro farmaco generico. In Francia, inoltre, abbiamo anche un caso emblematico, ovvero i cinquantaquattro suicidi alla Telecom France; loro non si sono suicidati e buttati dall’ultimo piano della multinazionale perché perdevano il lavoro: si sono suicidati perché rischiavano di perdere il lavoro se non fossero stati in grado di rispondere alle aspettative di performance a cui l’amministratore delegato ogni giorno li obbligava. Una strage rimasta nel silenzio generale. In Giappone utilizzano già i microchips per controllare le prestazioni dei lavoratori, quindi c’è uno sviluppo ulteriore di quello che un tempo chiamavamo lavoro cognitivo, bio capitalismo etc etc, nel quale va considerata anche questa questione enorme della variabile psichica e dello stress. 

Non solo, la società della prestazione si struttura anche attraverso forme nuove di estrazione del valore dall’umano. Faccio degli esempi concreti: io sono una femminista, ho cercato di capire come, per esempio, i nuovi modelli di management tendono ad includere tutte le differenze, non solo le donne, ma anche gli omosessuali, i neri e le lesbiche, per poi metterli a valore attraverso strategie di marketing, strategie pubblicitarie. Questo programma di organizzazione e gestione delle risorse umane che va moltissimo, usato non solo dalle mutlinazionali, ma anche dalla piccola e media impresa, si chiama diversity management ed è un modo di gestire le risorse umane includendo le differenze per metterle a valore al solo fine di aumentare il plusvalore. V’è anche un uso strumentale del principio di non discriminazione, principio giuridico legato ai diritti fondamentali e non certamente rispondente alle regole dei mercati. 

Facendo questi studi mi sono inoltre accorta che anche gli indicatori di sviluppo stanno cambiando nome. Adesso si usano degli indicatori di sviluppo molto legati alle differenze sessuali, di genere, di orientamento sessuale, i disabili, i neri e non solo attraverso i programmi di diversity management, già citati ma, per esempio, attraverso degli indicatori specifici come il gender index (molto usato anche dalla progettazione promossa dall’UE) o il gayindex. Quest’ultimo è stato inventato da un sociologo dell’economia americano, Richard Florida. Esso è un indicatore di sviluppo che calcola come può aumentare il  profitto delle multinazionali se esse assumono omosessuali e poi li usano attraverso le campagne pubblicitarie. Bene, il gay index nel momento in cui è stato lanciato è stato immediatamente assunto da 636 multinazionali, e come se non bastasse la Credit Suisse, un grande colosso bancario, di lì a poco si è addirittura inventato un prodotto finanziario che si chiama  LGBT. 

Ciò che un tempo chiamavamo responsabilità etica di impresa – Adriano Olivetti, la tradizione italiana, lo spirito della comunità, ma anche il femminismo, le differenze come elemento di conflitto e di trasformazione della società – sono stati tendenzialmente e completamente sussunti dal capitalismo contemporaneo. D’altronde sappiamo che il capitalismo è sempre più veloce, più veloce del tempo e dei soggetti che lo generano o che confliggono con esso. Ciò che noi abbiamo chiamato “agire performativo orientato al successo”, ha cominciato anche a produrre, oltre che sintomi, anche nuove narrazioni cinematografiche. Noi abbiamo aperto il nostro libro con due film esemplari che sono interessanti perché paradigmatici: uno è Il lupo di Wall Street di Martin Scorsese e l’altro è il film di Ken Loach I, Daniel Blake. Queste due figure ci mostrano esattamente cos’è il paradigma del neoliberismo e della società della prestazione quando cattura i soggetti: da una parte il broker cocainomane, dall’altro il vecchio lavoratore che si danna per avere un sussidio di invalidità e non capisce le regole di automazione dei servizi previdenziali in Inghilterra perché mai digitalizzato. In mezzo nulla, perché non ci sono misure, nuove regole, è tutta una misurazione.  

Questo uso smodato del concetto di performance per indicare il lavoro contemporaneo, è molto interessante anche sul piano della costruzione della soggettività nella lettura e nell’interpretazione del presente da parte del femminismo. Il femminismo – per lo meno quello mio che parte da Carla Lonzi e da Sputiamo su Hegel, il manifesto di rivolta femminile del 1973 – come primo gesto politico aveva proprio quello di ridurre e annientare la scissione del soggetto, cioè evitare che il soggetto fosse da un lato essere e dall’altro dover essere. La scissione del soggetto, infatti, può generare problemi di ordine psichico. Non è un caso, ad esempio, che oggi proliferano sintomi e sindromi ovunque: migliaia di pagine FB dedicate a sintomi e sindromi, psicoanalisti che diventano editorialisti dei quotidiani mainstream, nonché personaggi televisivi. E ciò perché il malessere è talmente diffuso, talmente stratificato che è come se tutti stessimo lì a chiederci cosa farne di questa vita così scissa, così triste, così maltrattata. In altre parole  aveva ragione Christofer Lash quando diceva che il XXI secolo sarebbe stato il secolo degli psicoterapeuti.

Il soggetto scisso per noi femministe è il nemico numero uno. Essere tutte intere nella pratica, nella vita politica e sociale per noi significava e significa non scindere il lavoro di produzione dal lavoro di riproduzione, ma anche non scindere l’essere dal dover essere. Christian Marazzi, quando scrisse Il posto dei calzini fece un grande omaggio al femminismo, perché ci spiegava che il posto dei calzini è un saper fare delle donne che tendenzialmente i maschi non conoscono. Trovare il posto dei calzini è una sapienza femminile, una maestria che doveva rimanere appannaggio della differenza sessuale, perché è un atto di potenza riproduttiva, ma anche di differenziazione. 

Quel posto dei calzini è stato completamente sussunto dal cosiddetto lavoro di cura nel mercato contemporaneo. Addirittura oggi un filone del business è proprio quello della cosiddetta care economy, fondativa nel processo di scomposizione del welfare e del rapporto tra pubblico e privato, tra diritti e principio di sussidiarietà. Nel Novecento ad esigere i diritti sociali erano i soggetti, non i bisognosi, non i poveri, non gli ultimi della terra, ma i cittadini lavoratori, per quanto quel modello di  welfare legato strettamente al lavoro salariato a tempo indeterminato– lo sappiamo bene e le femministe ancor meglio- è stato costruito sul modello del maschio, bianco, operaio e padre di famiglia.

E allora cosa accade quando il lavoro di riproduzione attraverso il filone della care economy e nella crisi del welfare, diventa esso stesso business? Bisogna assolutamente pensare il reddito incondizionato, non il reddito di cittadinanza, perché il reddito di cittadinanza in sè esclude l’altro, cioè il non cittadino. Nel movimento femminista, non solo quello di matrice marxista, è stato pensato e detto molto sul reddito. Proprio stamattina rileggevo un articolo bellissimo di Ina Pretorius, una pensatrice della differenza sessuale e teologa legata al gruppo di Diotima di Verona, in un volume dal titolo Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro (a cura di Sandra Burchi e Teresa Di Martino). Lei, ad esempio,pensa al reddito incondizionato di base come ad una forma di incentivoper ritornare a prendersi cura dell’altro e dell’altra e per non perdere mai di vista la centralità della relazione nel contesto sociale contemporaneo. Una cura intesa non come un servizio da prestare all’Unione Europea, allo Stato, ma come una necessità femminile di potersi dare valore e di dare, contemporaneamente, valore al mondo attraverso la ricostruzione del legame sociale. Un valore non necessariamente monetizzabile, ovvero il vero senso e valore del lavoro di riproduzione. 

Quindi per noi femministe le lotte per il reddito hanno assunto svariate connotazioni. Non una di meno, ad esempio, l’unico movimento che c’è in questo momento su scala transnazionale, non a caso un movimento di donne, pensa al reddito di base come ad una sorta di nuovo diritto sociale, come un nuovo diritto fondamentale che riconosce appunto il lavoro di riproduzione femminile, ma  rivendica reddito anche per uscire dalla violenza. Ma il reddito di base è anche -mi piace molto usare questa frase che hanno ideato delle giovani compagne femministe di un movimento romano che si chiamava le diversamente occupate- può essere anche un modo per ri-accedere al diritto universale alla maternità, cioè alla possibilità di poter scegliere se avere o non avere dei figli. Non alla maternità come destino, ma come scelta possibile perché noi lo sappiamo bene e l’abbiamo detto fin dagli anni Settanta: da donne si nasce ma non è detto che tutte le donne debbano far nascere! Infine vorrei mettere a tema il rapporto tra reddito e desiderio. Il desiderio è, sia nel modo in cui lo abbiamo pensato ne La Società della prestazione che in tutto il lavoro che andiamo facendo nei movimenti femministi rispetto alla questione del reddito, è il vero punto. Il reddito, infatti, noi lo pensiamo come una nuova misura del mondo e come rilancio di una politica del desiderio.

 Per politica del desiderio noi intendiamo una politica di reddito come qualcosa che tiene assieme la questione della materialità, dunque la questione del danaro, e la questione del simbolico; il simbolico per noi è proprio quel lavoro di riproduzione, cioè è la sfera dell’emotività, degli affetti, dei sentimenti, della ricostruzione del legame sociale. Quindi non solo redistribuzione, ma rilancio della relazione. Ne Le politiche del desiderio, un libro bellissimo scritto da Lia Cigarini, si pensava al desiderio come molla vitale, molla relazionale, centralità del simbolico. Ma il desiderio è anche, come ci insegna lo psicoanalista strutturalista Jacques Lacan (che vi prego di non associare a Recalcati), la possibilità di dire “encore”, ovvero la possibilità di costruire, di progettare, di pensare, di congiungere il godimento al principio del piacere andando nella direzione dell’amore, della centralità delle relazioni e di una dimensione della vita che possa anche avere un inquantificabile, cioè un qualcosa che possiamo anche non immediatamente monetizzare. 

Insomma l’ipotesi nostra è che il reddito ci è indispensabile per ripensare quel “posto dei calzini” come una sfera della potenza del femminile utile a tutti. Le femministe hanno sempre avuto un problema con le leggi e con il diritto, io poi per prima sono d’accordo con Lia Cigarini: il vuoto legislativo è sempre stata un’occasione di libertà per le donne e mai il contrario, ce lo dimostra Antigone, ce lo dimostrano tante figure fondamentali e mitiche del passato. Al di là del diritto e della legge, per molto pensiero femminista, il tema centrale è sempre stato quello della giustizia: del come fare giustizia, del come fare giustizia sociale oggi. 

Infatti, dal mio punto di vista non possiamo ragionare sul reddito se non ragioniamo in generale su che cosa è e che cosa può essere la giustizia sociale oggi. Ho lavorato molto su questo tema, su questo paradigma, e sento di poter dire che la giustizia oggi, ripensata sulla base del reddito incondizionato, debba più che altro rispondere ad un’idea di “giustizia restitutiva”. Cioè riprenderci ciò che l’accumulazione capitalistica, attraverso l’estrazione del valore dall’umano e dalle differenze tutte, comprese le donne, ci ha tolto in  tutti questi anni di neoliberismo. Oltre il classico paradigma della redistribuzione di matrice novecentesca.

(trascrizione a cura di Chiara Paris)

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