Un contributo alla riflessione in preparazione ai momenti di incontro e dibattito ospitati da Terre In Moto Festival -

Il terremoto e le macerie dell'ideologia della sicurezza

Di Enza Amici

18 / 7 / 2017

Lisbonne est abîmée, et l’on danse à Paris” (Lisbona è distrutta e a Parigi si balla)

Poème sur le désastre de Lisbonne,Voltaire, 1756

1.087.252,75: è la cifra che indica la quantità di oltre un milione di tonnellate di macerie, secondo l'ultima stima della Regione Marche, che il terremoto ha lasciato sul terreno di 53 Comuni, nelle province di Ascoli Piceno, Macerata e Fermo.

E' questo un dato numerico che dà la stima dell'intensità di un sisma che ha cambiato il corso di fiumi e fatto zampillare nuove sorgenti, spaccato montagne, prodotto abbassamenti di terreno di circa un metro, fatto eruttare vulcanelli di fango, aperto voragini e sinkhole, impedito la percorribilità di grandi vie di comunicazione come la Salaria, distrutto interi paesi ridotti a cumuli di pietraglie... La terra ha tremato sotto i nostri piedi e ha cambiato per sempre la sua conformazione.

71.000: è la cifra approssimativa delle tonnellate di macerie che sono state rimosse fino ad ora. E' la cifra che dà la misura di quanto sia stato fatto dopo quasi un anno dai primi crolli e di quanto ancora ci sia da fare.

1.885 sono le prime casette ordinate dai Comuni marchigiani, 26 quelle consegnate: altre cifre che parlano da sole.

Qui tutto è fermo, tutto bloccato, ancora inagibile: interi paesi sono inaccessibili agli abitanti, molte strade restano chiuse, le stalle sono per la maggior parte inutilizzabili, gli sfollati sono ancora sfollati e sparpagliati tra campeggi sulla costa, alberghi, agriturismi o appoggi da parenti. Le famiglie non sanno ancora in quale scuola iscrivere i propri figli data l'incertezza sul possibile domicilio che gli verrà, forse, destinato a settembre. I negozi sono ancora chiusi, solo alcuni sopravvivono, ristretti in pochi containers; molti sono stati costretti a riaprire sulla costa e difficilmente potranno tornare indietro.

E' vietato severamente percorrere gran parte dei sentieri di montagna. Agli agricoltori è vietato accedere con i propri trattori persino alle Piane di Castelluccio, dove coltivavano la famosa lenticchia.

Ci si domanda come sia possibile che nel secondo millennio, tempo in cui la scienza e la tecnica hanno sviluppato tecnologie e mezzi formidabili in grado di trivellare in fondo ai mari, far volare aerei, attraversare oceani, comunicare in tempo reale a qualsiasi distanza, mandare in orbita satelliti,  mappare il genoma umano, cibarsi di gastronomia molecolare... ci si ritrovi, dopo quasi una anno, in questa situazione di totale impasse. Come se vivessimo nel secondo millennio avanti Cristo!

Si potrebbe credere che il terremoto abbia potuto spaventare le popolazioni del cratere, che vogliono scappare e vivere altrove, abbandonando la zona... Assolutamente NO! Al contrario la volontà di restare, di tornare a vivere in questi luoghi ricchi di storia e di magia, è un'energia che il terremoto non ha fatto altro che accrescere. Manifestazioni sia nelle Marche che a Roma, sotto i palazzi delle istituzioni, si sono prodotte più e più volte. Innumerevoli comitati sono sorti ovunque: qui tutti vogliono tornare, tutti vogliono restare.

Si è parlato di “Strategia dell'abbandono”. Sicuramente. La volontà, in questi casi, è sempre politica, riguarda le scelte e l'individuazione delle priorità. Di questo si accusano giustamente le Istituzioni.

Ma forse c'è dell'altro. C'è di più.

Il Terremoto, tra gli effetti devastanti che produce, immette INSICUREZZA. Quindi, si dice, le aree  a rischio sismico, vanno messe IN SICUREZZA.

Giusto. Ma il meccanismo perverso che è stato messo in campo, è quello di un sistema di norme  e di procedure che, all'inseguimento dell'obiettivo “SICUREZZA”, ha di fatto creato un risultato opposto.

Tra vincoli, verifiche, appalti per le opere di urbanizzazione, appalti per la costruzione dei basamenti in cemento, appalti per la realizzazione a livello Consip, difficile è ormai capirci qualcosa.

Sono i sindaci a descrivere il complicato iter: “Per rendere utilizzabili gli edifici i Comuni devono ricevere le segnalazioni per poi inoltrarle alla Regione e richiedere di verificare gli immobili segnalati. La Regione invia le squadre che compilano le schede dell’immobile che certificano se un immobile è utilizzabile, inutilizzabile o necessita ulteriori approfondimenti. Le schede vengono rinviate ai Comuni, i quali devono procedere a decodificarle, verificarle e emanare le ordinanze di utilizzabilità o meno, rintracciare i proprietari.

A questo punto i cittadini possono incaricare un’impresa di procedere alla riparazione del danno, l’impresa realizza la pratica che viene reinoltrata alla Regione, la Regione la verifica e la rimanda al comune per una validazione successiva. Solo allora può avere inizio l’intervento, che è pagato con quella procedura del bonus fiscale che per mesi, ricordiamolo, ha reso impossibile accreditare le banche per ricevere il bonus. Ora: le prime squadre sono state inviate dalla Regione a febbraio, e saranno sempre di meno visto che si tratta di gruppi di volontari degli ordini professionali che escono e a fronte di un minimo rimborso spese procedono alle ispezioni. Su diecimila richieste ricevute ad Ascoli solo poche decine di lavori sono iniziati.”

E ancora si sgrana la farraginosa procedura imparata a memoria: «Il sindaco deve stabilire quante casette servono, poi individua le aree dove metterle, poi la Protezione civile deve valutarle, poi interviene il genio civile regionale, poi si passa all’esproprio, poi la società incaricata disegna il layout, poi il layout deve essere autorizzato in municipio, poi torna in Regione, poi la Regione dà l’incarico per la progettazione, poi il progetto passa all’Erap (Ente per l’abitazione pubblica, ndr) di Pesaro e infine la gara la fa l’Erap di Macerata… ». Si contano almeno undici passaggi. E una selva di sigle, dentro cui si perde chi sta provando a rialzarsi dopo il sisma: Sae, Map, Dicomac, Aedes, Fast, Erap, Mude, Mapre, Cas. «A gennaio ho comunicato che mi servivano 225 casette: sei mesi sono passati e niente si muove».

Per non parlare (non ci sarebbe spazio sufficiente!) delle pratiche necessarie per ottenere il rimborso della Tari ai Comuni o l'erogazione del bonus fiscale.

Le operazioni per la rimozione delle macerie  sono particolarmente delicate e complesse: nella mancanza di adeguate risorse economiche e strumentali le procedure pensate a tavolino si risolvono in un esasperante immobilismo.

Si cerca meticolosamente di costringere tutto all'interno della cornice di controllo centralizzato che costituisce il primario fondamento dell'intero sistema: ogni cosa deve essere programmata e prevista, ogni pur minimo segmento dell'intervento deve essere inserito in un piano che si vorrebbe razionale, ma che in realtà è diventato un'ossessione,  paradossalmente più che un aiuto un ostacolo alla capacità di fronteggiare gli effetti della catastrofe.

La SICUREZZA viene sempre usata in maniera dogmatica quando si parla di controllo e ricostruzione (travalicando il suo significato), mentre quando dovrebbe essere declinata nel suo significato di garanzia per una vita degna, un reddito e un tetto sopra la testa, diventa concetto labile e sfumato, etereo.

E così, mentre le normative vengono cambiate continuamente per essere adeguate,  (siamo già arrivati a 39 ordinanze, modificate via via innumerevoli volte), le macerie sono ancora lì cariche del loro significato simbolico e metaforico, a testimonianza e dimostrazione del FALLIMENTO TOTALE DI UN SISTEMA.

Il disastro naturale sta diventando il disastro sociale.

Per il pensiero la natura resta insondabile, chiusa nella sua crudele indifferenza, nell’affermazione della sua sovranità assoluta: essa resiste a ogni analisi, resta perlopiù un’incognita. Il terremoto è un pericolo prodotto dal movimento della natura, è indeterminato e sfugge al nostro controllo. Ciò che, però,  può essere calcolato ed è sempre collegato al dispositivo di una decisione umana, è invece il rischio. Di fronte al pericolo, viene trasferita all'essere umano la responsabilità di decidere, di assumere, appunto, il rischio. E' in questa azione fondamentale che si sviluppa la capacità della ricerca di nuove soluzioni, la sperimentazione del limite e del suo superamento, la possibilità di testare le proprie capacità, la potenzialità creativa del corpo in azione, il protagonismo dei soggetti.

Nella tenace volontà espressa dalle popolazioni di voler ritornare a vivere nelle terre del cratere c'è la forte rivendicazione del DIRITTO AL RISCHIO, un diritto che l'eccesso di normative del controllo e della “protezione” in nome della “sicurezza” sta violentemente negando.

IL DIRITTO AL RISCHIO E' IL DIRITTO ALL'AUTONOMIA

La negazione del diritto al rischio, ha prodotto deportazioni forzate sulle coste, spopolamento di un'intera area dell'Appennino centrale, smembramento di una comunità di antichissime tradizioni, blocco di attività produttive legate all'artigianato, all'allevamento e all'agricoltura di estremo valore.

Le normative della sicurezza, impedendo di fatto il ritorno e la ripresa della vita in questi territori, sono andate a rompere proprio quel legame sociale, quella catena umana di solidarietà che da subito dopo la prima violenta scossa, sono stati l'unico antidoto all'angoscia di aver perso tutto e il tentativo di trovare la forza di fronteggiare l'avversità delle forze della natura, caotiche e devastanti.

L'autonomia del progetto della propria ricostruzione, è stata negata e impedita alle popolazioni del cratere, lacerando quella rete di relazioni, quella catena umana di solidarietà, che da subito si era andata a stringere, e che poteva assumere la funzione di un reale dispositivo sociale di protezione e sicurezza.

Come già scriveva il poeta de “La Ginestra”, che era di queste parti, il senso di precarietà, di fragilità di fronte all'inevitabile, si può vincere unendosi. 

Invece le Istituzioni, i legislatori, i burocrati, stanno provocando un danno più grave di quello prodotto dal terremoto: lo smembramento, la dispersione e l'annullamento di un'intera comunità di decine di migliaia di persone. Un danno, questo, che non ha certo il carattere dell'inevitabilità del fatto naturale, ma che fa parte, al contrario della cultura malata del nostro tempo, che produce privazione di libertà e di conseguenza massima insicurezza.

In una delle concettualizzazioni contemporanee dell’idea di catastrofe, quella condotta dal matematico francese René Thom, «la catastrofe è il “salto” da uno stato a un altro o da un cammino ad un altro. Catastrofe, dunque, non significa in assoluto fine, ma mutazione di forma, magari riadattamento. In ogni caso vi è catastrofe se ciò che muta ha carattere di irreversibilità».

La catastrofe, descrivendo il collasso di un ordine, spinge ad interrogarsi non solo sulle cause del tracollo di quell’ordine e sull’ordine nuovo che può sostituirlo, ma sul vuoto che si è aperto, sull’assenza dell’ordine e, quindi, sulla sostenibilità in sé del disordine.

Come ci ricorda il filosofo contemporaneo Tagliapietra, “il suggerimento di Foucault va preso alla lettera: l’ontologia del presente è un’ontologia di noi stessi. Le catastrofi hanno un ruolo decisivo in questo tipo d’ontologia perché mobilitano e producono un noi.” 

Il termine italiano “catastrofe” deriva, dalla parola greca katastrophé e significa letteralmente “capovolgimento”, “rovesciamento”. L’immagine concreta che ci appare con il significato letterale del verbo katastrépho è quella dell’aratro che rivolta la terra.

Rivoluzione e catastrofe si intrecciano, divengono concatenati, e il disastro può assumere un ruolo performante, mobilitante, che può trovare nuove forme di ricostruzione del vuoto.

La discontinuità può diventare provocazione alla quale si deve rispondere non con un sapere normativo, ma con un essere. Un essere mobilitati. Un essere collettivo.

Questa è la sfida : come difendere e ricostruire il legame sociale, riconquistare l'autonomia dei territori, rompere le gabbie della legislazione della sicurezza, redistribuire la decisione.

Bisogna trovare il coraggio di riconoscere, di fronte all'evidenza di montagne di macerie che a un anno di distanza restano sulle strade e decine di migliaia di persone che sono ancora sfollate, che si è sbagliato tutto. Che ancora, nel cratere, non si è neanche riusciti a gestire l'emergenza. Che una strategia basata sulla decisione dall'alto e in forma accentrata, sul controllo ossessivo ed espropriato alle realtà  sociali che vivono sul territorio, non può  dare sicurezza alle popolazioni colpite.

Bisogna invertire il verso, l'alto verso il basso, l'uno verso i molti. Delegare i poteri delle decisioni alle comunità locali , rompere i patti di stabilità, dare la possibilità ai Comuni di utilizzare le proprie risorse e di gestire i fondi raccolti con le donazioni , attivare il protagonismo e la progettualità delle risorse del territorio: il controllo sociale dal basso, che le popolazioni stesse potrebbero esercitare sugli enti di prossimità, è l'unica reale garanzia  perchè tutto possa ripartire in modo effettivamente sicuro.

Rimuovere le macerie di pietre sarebbe già possibile, basterebbe muovere i mezzi per farlo. Quello che è più difficile è rimuovere le macerie dell'IDEOLOGIA DELLA SICUREZZA: i mezzi per fare questo devono ancora essere costruiti. E' questo l'obiettivo primario che dobbiamo darci. E' questa lo sforzo che dobbiamo compiere subito, prima di rimanerci soffocati sotto  e senza più forze. E' questo anche il compito che più ci deve stimolare perchè sotto queste macerie c'è sepolta la nostra libertà e il nostro futuro.

Enza Amici

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