La (bala)clava ortodossa

Il moralismo non usa il passamontagna

6 / 9 / 2012

Un’azione blasfema, una pungente rivendicazione di libertà d’espressione, una performance sgargiante e provocatoria.  È questo il “biglietto da visita” di tre ragazze parte di un collettivo dichiaratamente anticapitalista e femminista, schieratesi contro i pilastri fondanti della società russa: governo e religione. È bastato loro intonare una canzonetta anti-Putin all’interno della più importante cattedrale ortodossa di Mosca, pubblicando il video su Youtube, per mettere in luce (ancora una volta) la morale autoritaria del Cremlino e di Putin stesso. Surreale è stato l’impatto di una così piccola e, allo stesso tempo, vitale espressione di dissenso sulla finta morale democratica del regime.

Passamontagna colorati, soggettività in rivolta per squarciare la passività imposta dall’alto, da un sistema capitalista che vuole sostituire con oggetti di consumo le idee e le passioni, lobotomizzando la collettività. Così viene svelato agli occhi di tutte e di tutti uno stato che predica integrità e che soffoca ogni forma di personalità e autodeterminazione che ne possa ledere il potere assoluto.

Un input. Di questo si tratta e tale non può che essere la loro azione agli occhi di tutt* noi.  Una scintilla per scuotere e riaccendere gli animi spenti di una società che non guarda oltre la propria sfera individuale, non più in grado di pensare al collettivo, smembrata dall’ebbrezza dell’accumulo e fatta in pezzi da una crisi economica e sociale imposta dall’alto.

Le prese di distanza tanto rimarcate dai governi occidentali nascondono in realtà l’evidente vicinanza delle varie politiche economico/sociali, che sposano tutte un sistema liberista e capitalista e che mirano al conformismo cronico di ogni soggetto che ve ne fa parte. Il parallelismo governo italiano/governo russo emerge dunque in maniera evidente, come evidente è in tutto questo il ruolo repressivo e retrogrado ricoperto dalla religione. Il conservatorismo ortodosso non è poi così lontano da quello esistente e tanto impermeabile che avvolge il nostro paese, sede del Vaticano. Un Vaticano che incide in modo autoritario e determinante nelle decisioni di politica familiare e di genere  e, perché no, sociale, prese in sede governativa: a dimostrare gli stretti rapporti tra Chiesa ed apparato governativo italiano basti guardare la partecipazione di massa del governo Monti alla kermesse ciellina del mese scorso.

Se tre ragazze in leggins e passamontagna si fossero esibite in uno show anti-istituzionale ed anticlericale all’interno del duomo di Milano, il Vaticano avrebbe fatto fuoco e fiamme, probabilmente. Proprio come un tempo…

Una religiosità, quella cattolica, che ha sempre tentato di relegare la femminilità all’interno di ruoli marginali e indecorosi. Essere una donna per la morale cristiano-cattolica è sempre stato sinonimo di sottomissione ad ogni qualsivoglia potere maschile (l’angelo del focolare, creatura affettuosa e comprensiva dedita alla famiglia ed ai figli), che demonizza l’indipendenza e l’autodeterminazione femminile. Religiosità che predica tolleranza, ma tutt’oggi demonizza la sessualità e tutto ciò che va al di là dell’idea-stereotipo di famiglia.

É inammissibile e sdegnoso che l’impatto delle Pussy Riot venga ridotto, tramite la strumentalizzazione massmediatica, ad una sorta di ingenuo e frizzante simbolo di antisessismo in una società retrograda tanto lontana dalla nostra. La miccia accesa dalle Pussy Riot deve agire come l’ennesimo via;  ecco lo stimolo, ora tocca a noi. La Russia è meno lontana di quanto in realtà ci possa apparire.

È anche da qui che si riparte. A modo nostro. Evidenziando le contraddizioni, le complicità taciute ed esistenti tra forti poteri e soprattutto EVIDENZIANDO NOI STESS*. Farcendo di ciò che siamo la nostra libertà di espressione.

Laboratorio Aq16

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