La Capitale repressa, il fascismo tecnico

15 / 11 / 2012

Vedere da lontano, i corpi di quelli che sono stati i tuoi compagni di università, con i quali hai condiviso le ansie degli esami, i racconti della precarietà, dell’assenza di futuro, dei lavori non pagati, trascinati da terra a forza di manganellate in faccia, e rinchiusi nelle camionette, mette tantissima rabbia.

Sapere quei visi e quei volti, giovani, intelligenti, con i quali hai condiviso le lotte per la scuola pubblica ed un’università di qualità, oggi rinchiusi in una cella di due metri quadrati, trasmette tanta tristezza. Finiti a Rebibbia e Regina Coeli soltanto per aver manifestato un’alternativa al Governo della Troika: Commissione europea, Banca centrale e Fondo monetario, organismi non eletti, la cui concentrazione di poteri, alimentando la recessione, sta espropriando la stessa democrazia; per aver rivendicato e preteso diritti, libertà, lavoro, semplicemente un’esistenza degna.

Nella giornata del primo sciopero europeo, che solo in Italia ha visto manifestazioni in ottantasette città; a Roma, una nuova ricomposizione di classe fatta di studenti, disoccupati e precari sfruttati, partita in corteo da piazzale Aldo Moro, aveva pubblicamente dichiarato la ferma volontà di portare la propria voce sotto i palazzi del potere, protetti da zone rosse inaccessibili al dissenso.

Per essersi difesi con i libri scudo fatti di gommapiuma, dalle violenze del capitale e della speculazione finanziaria; dalle ricette economiche dell’austerity che stanno impoverendo ulteriormente l’Europa, con quei book block che tutti noi, come migliaia di studenti in tutta Italia, abbiamo imbracciato per difenderci dalla violenza del potere, sono stati repressi nel sangue, dagli sgherri della signora Cancellieri, ministro dell’interno in un governo che nessuno ha eletto.

Afferrati in una cruenta caccia allo studente per i vicoli di Roma, quelli cantati da Pasquino, alla fine di una giornata in cui decine di migliaia di giovani avevano attraversato le vie del centro, invaso il lungotevere, disobbedendo ai blocchi imposti da uno schieramento di forze dell’ordine senza precedenti, “dirigendosi verso i palazzi del potere cercando di conquistare il proprio percorso metro dopo metro, mettendo in gioco, con determinazione, i propri corpi”. Facendosi strada con l’aiuto dei libri scudo appunto, che anche stavolta come ai tempi dell’Onda, rievocavano classici della letteratura di un tempo che fu, ma che rimangono fondamentali per capire il presente, ed il mondo nel quale tutti noi siamo immersi. Classici come Il sole nudo di Asimov, che descrive un mondo in cui non esiste più contatto umano; Il Satyricon di Petronio, e il potere decadente; i Mille piani di Deleuze e Guattari, e la proposizione della macchina da guerra nomade.

Nei confronti di chi, semplicemente prova giorno dopo giorno, a costruire un modello di società che sia giusto, a Roma ieri si è manifestato, attraverso quella che è stata una feroce e sanguinosa repressione, un nuovo fascismo, quello dei tecnici. Un nuovo fascismo che sembra circondarci e schiacciarci, dalle forme alte, fino alle minute forme che fanno l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane. I fascisti tecnici, in cui sono ricompresi tutti coloro che vorrebbero preservare l’ordine puro della politica e del discorso politico, i burocrati della rivoluzione e i funzionari della verità. I tecnici mediocri del desiderio, perché il fascismo non è solo quello storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse, ma anche il fascismo che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa “desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta”.

Ed è contro questo nuovo autoritarismo, con cui viene inaugurata la terza repubblica, che diventa urgente imparare a usare bene gli utensili del cambiamento sociale; e mentre i loro martelli sono certamente più grossi dei nostri; proprio per questo, perché per le strade, nelle piazze, c’è disparità di forze, oltre che monopolio legale della violenza, vanno inventate, apprese, insegnate nuove arti marziali concettuali. Perché a chi ieri era nelle piazze non interessano nè le primarie del centro-sinistra, né la purezza demagogica del grillismo, né l’agire di quei partiti politici che sostengono le politiche di rigore che stanno schiacciando l’Europa nella crisi e dall'austerità. Alle piazze ribelli di ieri interessa piuttosto, in questa fase, più che mai, costruire una agenda politica dei movimenti che possa esprimere un livello di conflittualità ampio contro le politiche imposte dalla Troika.

Intanto, vedere da lontano il book-block in cammino, i blocchi del traffico, il lungotevere occupato, ascoltare "se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città".... e "la gente come noi non molla mai”. Assistere all’evoluzione del “non ci rappresenta nessuno” in oggi “come ieri..lo sciopero non è dei sindacati.. la rivoluzione non è un lavoro da esperti”, trasmette certamente sensazioni positive, non solo perchéaffiorano i bei ricordi, ma perché si ha la percezione che una nuova fase si è aperta: infatti, nonostante il fascismo tecnico che ha represso nel sangue il corpo vivo della Capitale, nonostante la violenza della polizia franchista in Spagna, una nuova generazione in tutta Europa, si è messa in cammino, per riprendersi il futuro.

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